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Il Jazz e la Pipa
di Marcello Sebastiani
marsebass@jazzitalia.net

Irruente e magmatica o talvolta lenta e sommessa la musica, quella d’arte, si giova della nostra amica quasi fosse un ulteriore canale esposto alla recezione, e dalla sua apertura tiepida e fumiginosa il fiume sonoro si infila, ricerca e trova una corsia preferenziale per giungere, più vivo, al cuore. Magico momento, irrinunciabile rito giornaliero di chi ama e ricerca le pregnanti sensazioni che scaturiscono da architetture maestose e stravaganti, costruzioni brillanti e poliedriche di cui l’invisibile mondo dei suoni è costituito. Il paesaggio jazzistico può forse rinunciare al prezioso tramite della Pipa per essere interpretato?


Non è casuale allora che tanti jazzmen abbiano avuto, un bel giorno della loro carriera ,l’incontro con la pipa. Forse solo per ritrarre in musica le contorte volute di fumo; o sono state queste ultime con i loro plastici giochi ad offrire lo spunto per fraseggi pentatonici, esatonali, e poi ancora modali o totalmente free, privi di direzione, occasionali? 
Sarà stato per… "Bruciare le amarezze della vita" (anche il jazzista degli anni ’40 ne avrebbe avuto bisogno…) e nonostante ciò il fumo ne sarebbe uscito leggero e comunque aggrovigliato in improvvisati percorsi aerei. Forse perché i guizzi fantastici del linguaggio jazzistico trovano nel fumo della pipa un alleato, imprevedibile e inafferrabile nella magica essenza, che possa però rappresentare materialmente l'immagine di un pensiero creativo che poi si dissolve, lasciando traccia solo nel ricordo di ciò che è stato. 

Per questi ed altri motivi la pipa è bene accetta, anzi, diremo che taluni musicisti, non pochi, ne hanno fatto inseparabile consigliera di vita e di lavoro, confidando a lei le tristezze di un Blues, gli affanni di una Ballad o la gioia infantile di scorazzare sugli accordi di un Rhythm Change.

Dizzy Gillespie ad esempio, aveva diviso un lungo periodo con la pipa, forse quello più importante della sua vita che è pure uno dei momenti fondamentali della storia del jazz degli anni ’40, quando cioè insieme a Charlie Parker aveva contribuito in prima persona alla nascita del Be-Bop.
"Groovin’ High", "A Night in Tunisia", "Diz Atmosphere" sono le sue composizioni di quegli anni al Minton’s Club newyorkese.

Il Charlie Mingus di "Phytecantropus Erectus", di "Fables of Fabous", della protesta raziale, di tante pagine jazzistiche sofferte emozionalmente con sincero slancio, anch’egli affidava le vulcaniche composizioni e i soli del suo contrabbasso alla potenza ispiratrice della pipa. Ruvido di carattere, puntiglioso ed irascibile Mingus, amato ed odiato da colleghi e da quanti lo circondavano sembrava trovare un minimo di serenità interiore solo con la sua pipa.

Più pacato Fred Katz, violoncellista veterano dello storico quintetto di Chico Hamilton. Violoncellista per far piacere a Buddy Collette, suo fraterno amico, e allo stesso Hamilton, mentre era il pianoforte il suo strumento preferito, studiato per anni ed anni. Profondo conoscitore della letteratura pianistica classica e genialoide musicista di jazz, Fred Katz si separava di rado, durante la giornata, dalle sue pipe; anche durante le performances più impegnative aveva la pipa tra le labbra, ulteriore accento sulla sua aria distratta e trasognata.

Aspetto distinto e barba curata
Ron Carter è un estimatore delle bent sabbiate, ma non disdegna anche preziose lisce fiammate. Contrabbassista dai trascorsi sinfonici Carter è una pietra miliare del jazz moderno, caposcuola del suo strumento del quale ne ha caratterizzato il suono rendendolo il più imitato. Le sue linee bassistiche hanno risuonato per tutti gli anni ’60, culminate in “Miles Smiles” di Miles Davis evidenziando pure quel "relax" tanto ricercato da altri jazzisti e che spesso determina i connotati di un brano: dono naturale o frutto di studio e concentrazione? 
A giudicare dalle foto del contrabbassista in sala di registrazione si potrebbe pensare che le sue Peterson abbiano avuto un ruolo non marginale nella ricerca del feeling, nel creare il giusto groove, nel favorire l’interplay!

E la ricognizione sui personaggi dediti alla pipa che hanno avuto e tutt’ora hanno un posto nella scena jazzistica, nell’ala tradizionale quanto nella mainstream, nel neo– bop quanto nell’area progressiva, potrebbe continuare a lungo.

Paul Bley compone in compagnia della pipa e, in questo caso, potremmo proprio parlare di ricche volute di suoni che richiamano il lento diradarsi di nuvole di fumo, sempre diverse e sempre più fantasiose. "Turns", ad esempio, ultimo lavoro di Blay per l’etichetta Savoy, registrato nel ‘64 e da poco reso in CD, ci conduce in paesaggi sonori di rara bellezza, dipinti con meticolosa cura, tanto che è possibile percepire addirittura il profumo del tanto tabacco bruciato per perfezionare una idea, un sussurro o una ripida impennata pianistica.

Tra i tanti jazzmen che hanno instaurato un rapporto, come dire, creativo, con l’amica in radica, potremmo citare il contrabbassitsa
Ronald McClure, Ron per gli amici, tanto poderoso nel walkin’ bass quanto lirico e delicato nei solos: chi lo ricorda capelluto bassista negli "Heart Wind and Fire" degli anni settanta?

Come non avrebbe potuto affidare ad una magica pipa le sue fantastiche costruzioni di arabeschi melodici l’
Archie Sheep degli anni ‘ 60? Sax che urla, sussurra, langue, stride, ricama, implora considerazione e giustizia per il popolo Nero.

Earl Hines,"Fhata", il Padre, poiché caposcuola di intere generazioni di pianisti, non si creava problemi nell’apparire in concerto, negli anni ‘50-’60, con una pipa fumante tra le labbra.
Qualcuno assimilò la sua immagine a quella di un treno, fumante, poderoso, capace di produrre tanta energia.
Un treno carico di straripante musicalità che dirompeva dentro, e la pipa ne emanava gli effluvi all’esterno: Grande Earl!!! 

Insomma se il jazz è estemporaneità, improvvisazione, creatività supportata da studio profondo, continua ricerca nel vasto mondo dei suoni e altrettanto coinvolge la persona tutta nei suoi aspetti culturali e umani che entrano a far parte del messaggio musicale, se essere jazzisti significa anche saper rinunciare ai facili guadagni di altra musica a vantaggio di una integrità espressiva individuale, quando questo non sia manierismo o, addirittura, remake, se il jazz è tutto questo e forse qualcos’altro ancora, la PIPA, a buon diritto, potrebbe racchiudere e contenere in se i valori, lo spirito l’estro che sono anche nel jazz. Potrebbe quindi essere simbolo di un "modus vivendi", di un certo tipo di personalità, di quella cioè che si rivolge principalmente alla sostanza, all’essenza delle cose, esternate con la pacata sicurezza di chi ha consapevolezza della propria identità.

Come il JAZZ anche la PIPA esige riflessione durante il suo "solo", durante la fumata, tutto si improvvisa sulla base però della conoscenza e mai della totale casualità. Ogni fumata, come ogni "solo", è uguale soltanto a se stessa, egoistico godimento di cui l’ascoltatore, naso al vento, ne recepisce il profumo, gli umori, l’impegno interiore, ma mai il gusto del "costruire", del portare a compimento il pensiero musicale che avvolge il musicista in una arzigogolata spirale fumosa. E poi la frase sale, sale, s’allarga e si dissolve e non tornerà mai più uguale, resta solo il profumo, il ricordo sufficiente per poter ricominciare, al momento giusto, con rinnovato entusiasmo, la costruzione di un altro paesaggio lasciando al lento fumo della pipa la libera, spontanea interpretazione.




Se sei un appassionato di pipe, visita il sito www.pipe.it di Maurizio Tombari da cui sono prese le immagini delle pipe presenti nell'articolo di Marcello Sebastiani.

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Data pubblicazione: 21/07/2000





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