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Incontriamo Adriano Mazzoletti a Roma, a casa sua. Dopo le presentazioni ci rechiamo quasi naturalmente nella zona della casa adibita ad archivio sonoro. E' infatti un vero e proprio archivio con migliaia di CD, cassette, video, molte cose assolutamente uniche e introvabili accumulate grazie alla lunga attività che Mazzoletti ha sempre effettuato nelle radio, in televisione, in giro per il mondo. Ma Mazzoletti, oltre ad essere un famoso giornalista, storico, è anche un batterista e difatti ci fa ascoltare alcune sue incisioni recenti con giovani musicisti che ci presenta.
Poi ti dirò una cosa, feci venire in Italia, per la prima volta, un trombettista che è anche un eccellente scrittore: Dick Sudhalter ha scritto due libri importanti, uno intitolato "Bix a man and the legend", è la storia di Bix Biederbecke, l'altro libro uscito da qualche mese si chiama "Lost Chords": è la storia del jazz bianco in America, che è stato sempre un po' sottovalutato, molto sottovalutato. Lui suona la tromba molto bene, ha messo su un'orchestra , dove c'erano: Velotti al clarinetto, Pellini, Rosario Bonacorso al contrabbasso, insomma ha preso Velotti e Pellini e se li è portati in America, e si sono fatti un tour … Questo è bravissimo e Giorgio Cuscito è straordinario, pensa, che ha preso il tenore, ora lo suona benissimo, ha imparato in quindici giorni. Peccato che la batteria non è registrata bene.» Ascoltando questa orchestra mi ha colpito proprio Mazzoletti che alla batteria "non si risparmia" affatto.
Gli chiedo se anche Django avesse avuto tali influenze «Jean "Django" Reinhardt (Liberchien, Belgium, 24 gennaio 1910 - 16 maggio 1953) è stato un genio assoluto e secondo me è assolutamente impossibile suonare come Django, perché Django aveva un problema: utilizzava solo tre dita sulla tastiera, perciò gli ultimi due, il mignolo e l'anulare erano inutilizzabili, lui utilizzava pollice medio e l'indice, e l'anulare e il mignolo li utilizzava per fare i "barrè", perché praticamente le dita erano paralizzate, ha avuto un buco qui nel dorso della mano, un ferro è andato ad incidere il dorso e gli si è conficcato qui nella mano ed ha perso praticamente l'uso di due dita. Pensa che ha fatto un sforzo incredibile per rifarsi tutta la tecnica, quindi suonare alla Django è quasi impossibile, non ho mai incontrato un musicista, a parte gli zingari francesi che riescono un pochino ad imitarlo, ma è una pallida cosa in confronto. In Italia c'è stato uno, non dico che lo imitasse, però era riuscito quasi…si chiamava Luciano Zuccheri era un chitarrista degli anni '40, ha fatto un quintetto negli anni '40 in Italia, con tre chitarre, violino e contrabbasso, era formidabile, a parte che aveva dei violinisti eccezionali, perché da noi ci sono stati almeno quattro o cinque violinisti di grande livello. Lui era riuscito (Zuccheri) ad avvicinarsi allo stile di Django, infatti, adesso voglio pubblicare i dischi di questo Quintetto Ritmico di Milano. Tutti musicisti che sono un po' dimenticati: cerco di farli conoscere un po' nel mondo, sai questi musicisti erano solo conosciuti da persone che oramai però "sono partite", e quelli che ci sono oggi non li conoscono, allora bisogna farli conoscere. Pensa a quello che ha fatto la Francia per i propri jazzisti: hanno fatto un'operazione pazzesca per il jazz francese, hanno portato alle stelle musicisti di valore, Django, Stephane Grappelli (Paris, 26 gennaio1908 - 1 dicembre 1997), Alix Combelle (Paris, 15 giugno 1912 - Mantes, France, 27 febbraio 1978), ottimo solista di tenore. Secondo me non sono diversi da lui Cottiglieri, o Masciolini (1924 - 1998) anche Andrè Ekyan (Meudon, France, 24 Oct 1907 - near Alicante, Spain, 9 Aug 1972) non è diverso da Franco Mojoli, però questi musicisti italiani sono assolutamente dimenticati, sconosciuti al mondo. I francesi continuano a pubblicare i dischi dei loro musicisti, continuano a parlarne, perché? Perché la critica francese ha fatto un'operazione di grandissimo rigore, nel senso che ha grandemente aiutato questi musicisti e li ha valorizzati, forse anche un po' di più di quello che meritavano, però li ha valorizzati… Che è successo in Italia? In Italia è successa una cosa stranissima: nel dopo guerra è venuta fuori la rivista Musica Jazz con Arrigo Polillo, Giancarlo Testoni. Testoni è stato il primo direttore, era una persona molto intelligente e molto colta, ma il guaio è stato con Arrigo Polillo, perché hanno cominciato a dare grande spazio ai dilettanti, bruciando e minimizzando musicisti che avevano cominciato a suonare già negli anni '30, che nel '45, avevano 40 anni, non è che fossero dei "decrepiti", erano musicisti che sapevano suonare molto bene,.. Questi critici italiani hanno scritto tutto su dei dilettanti: facendo addirittura critiche meravigliose su dei personaggi che erano solo degli appassionati, facevano il farmacista, il veterinario, il medico etc., o non so gli studenti, poi scomparivano nel giro di un anno, questo a discapito di tutti gli altri. Allora questo ha causato un problema nel jazz italiano, cioè hanno distrutto i professionisti, i veri professionisti quelli che suonavano, e facevano la professione e che erano in grado di suonare, e bene, nell'orchestra della RAI o nei Night Club ma che erano anche degli eccellenti jazzisti. Sono stati degli ignoranti questi critici, e questa ignoranza li ha portati a dire delle cose sbagliate. Tutta la mia vita l'ho spesa cercando di recuperare la memoria di questi musicisti, attraverso questa collana dei dischi della Riviera, attraverso dei libri: verso la fine dell'anno (2001) uscirà l'ultima, la seconda e ultima edizione del mio "Jazz in Italia", che va dal 1900, cioè dagli inizi, fino agli anni '60, poi negli anni '60 comincia un'altra storia chiaramente…
Per esempio ho letto anni fa su Musica Jazz delle cose terrificanti: ci meravigliamo molto di vedere due nostri musicisti come Valdambrini come Gianni Basso che suonano nelle orchestre accompagnare i balletti! Ma cosa potevano fare costoro? Dovevano pure portare dei soldi a casa! Non dimentichiamoci che questo era fondamentale, perché ad un certo punto, se Valdambrini e Gianni Basso poi riuscivano a fare il sestetto italiano, il quintetto Basso & Valdambrini, pur suonando le sambe nell'orchestra della RAI per accompagnare Raffaela Carrà o chiunque altro, ma tanto di cappello! Erano dei musicisti di grandissimo valore. Questa gente (i critici) non ha mai capito questo, perché, secondo me, erano dei provinciali, con una mentalità ristretta e questo è stato il dramma! Poi c'è stato un secondo dramma peggiore: è quello di aver voluto imitare, da parte di qualche dilettante, i musicisti d'avanguardia americani, di voler fare l'imitazione di musicisti come Ornette Coleman, Don Cherry, da parte di dilettanti imbroglioni...imbroglioni e dilettanti, perché non c'è peggio di un dilettante, il dilettante la parola stessa lo dice: il dilettante deve starsene a casa a suonare per diletto! Mio nonno suonava il flauto ed era un dilettante, faceva il direttore generale di banca, dicono che suonasse anche bene perché suonava in quartetto flauto, pianoforte, violino, violoncello, faceva delle trascrizioni, ma suonava la domenica a casa per gli amici, non si sarebbero mai sognati di andare a suonare nei teatri, capito, questa è la differenza! Io non me lo ricordo perché ero molto piccolo, mi diceva mio padre, mio padre era anche un pianista, diceva che suonavano bene, cioè suonavano con cognizione, però nessuno di loro si permetteva di mettere il naso fuori dalla porta con il flauto in bocca! Questo è il dramma, perché è stato molto facile imbrogliare. Io ho grande ammirazione per i professionisti, questi ragazzi che stiamo ascoltando sono professionisti, Pellini fa il musicista, Velotti fa il musicista, Supnick fa il musicista, sono professionisti, infatti suonano meglio di qualsiasi dilettante che c'è in giro! Devo dire che si rimane
senza parole ad ascoltare questa testimonianza soprattutto da uno come
Mazzoletti che ha vissuto pienamente tutto il fenomeno jazzistico italiano. E'
molto meritevole questo lavoro che sta svolgendo con la
Riviera Jazz Records e
con la prossima pubblicazione del libro, uniche documentazioni ufficiali che
rimarranno, in qualche modo, a disposizione del prossimo. Già la prima edizione
ha in qualche modo dato l'opportunità a tanti professionisti italiani di essere
così riconosciuti per quel che avevano fatto.
«Tuo padre (Cesàri) non era un dilettante, perché tuo padre era un professionista che però non ha mai fatto il professionista, cioè il professionista lo ha fatto molto poco, perché lui si era chiuso in se stesso, e secondo me, tuo padre è un caso molto particolare, tuo padre è stato un genio, però, un genio che non si è voluto esprimere di fronte al pubblico. Raramente ha suonato al top delle sue possibilità in pubblico, lo faceva a casa. Io credo che tuo papà…aveva evidentemente dei complessi, aveva dei problemi di carattere…traumi legati probabilmente alla guerra..ma era un grande, aveva un enorme fantasia…Guarda, io ho conosciuto bene Umberto (Cesari), e l'ho anche frequentato: era un musicista che frequentavo facilmente…ero molto amico anche di Valdambrini, Trovajoli, Sergio Conti, Piero Piccioni, Enrico Rava, e tantissimi altri, però con Umberto c'era una situazione diversa, perché Umberto stava a casa, tu lo trovavi sempre a casa, allora per me era più facile perché andavo lì, lo trovavo, si parlava etc., etc., poi sono stato uno, forse l'unico, negli ultimi anni della sua vita a farlo uscire con la scusa che c'era Stephane Grappelli per un concerto, poi Grappelli non venne, il concerto l'ha fatto lo stesso, Cesari l'ho conosciuto nel '52, lo feci venire a Perugia a fare il primo concerto, il primo concerto di jazz che ho organizzato nel '52, avevo 16 anni, a Perugia al centro Universitario Musicale. Di fronte ad una sala di cinquecento persone c'erano: Umberto Cesari che aveva 32 anni, era nato nel 1920 a Chieti, Pepito Pignatelli alla batteria, Riccardo Laudenzi detto Bicicio al contrabbasso, Alfio Galigani al clarinetto che era un musicista di Perugia, e Lilian Terry al suo primo concerto, alla sua prima apparizione in pubblico. Ho la registrazione di questo concerto, che però, purtroppo, è su "filo" e non ho la possibilità di sentirla, perché non ho un registratore a "filo". Eccolo qua, questo è il primo concerto che ho organizzato in vita mia, e guarda caso con Umberto Cesari. Non so cosa ci sia qui dentro, perché non l'ho più sentito e non ho il registratore, è un filo di metallo, magari si sarà smagnetizzato, non lo so, però se io riuscissi a trovare,.. facciamo un annuncio su Internet, chiediamo se c'è un lettore a filo per sentire questo concerto, riversarlo su un disco e magari pubblicarlo, perché, credo, che qui Umberto suoni benissimo, da quello che mi ricordo, a parte la ritmica, Pepito non suonava un granché bene, Riccardo nemmeno lui era alla sua altezza, però, non erano musicisti da buttare via, mi piacerebbe risentirlo perché sono passati 52 anni. Filo per registrazioni magnetiche Ergon licenza Castelli, Geloso, forse era un Geloso il registratore, mi fu prestato da qualcuno. Dicevo, l'ho conosciuto (Cesari) nel '52, mi è sembrata una persona assolutamente normalissima, arrivò lì con una bellissima ragazza che si chiamava Gaia Germani, in realtà Giovanna Giardina, e devo dire che era molto carina. Poi ho frequentato molto (Cesari) quando lavorava con la Roman New Orleans Jazz Band. Quello che mi ha sempre
meravigliato in Cesari, che era un musicista di grandissimo e altissimo
livello, persona estremamente gentile, cordiale, è che voleva suonare sempre con
musicisti nettamente inferiori a lui. L'unica volta che credo abbia suonato con
musicisti del suo livello, sono state due: una volta in Sicilia con Stephane Grappelli, però anche lì a parte lui e Grappelli
il resto non è che facesse scintille, c'era Brando Trequattrini alla batteria, ora Brando era un bravo batterista ma non era
eccezionale, poi c'era Toni Albamonte al trombone che
era un trombonista siciliano, ma anche lui non è che fosse…, professionisti
però, sia Brando che Albamonte, però non erano del
livello di Stepfane Grappelli
e Cesari. Grappelli aveva una stima enorme per Umberto, enorme, considerava
Umberto il miglior pianista con il quale avesse mai suonato.
Aveva suonato anche con Oscar Peterson, però diceva che la sensibilità di
Cesari era superiore a tutti. Questo mi diceva Stephane…!
A parte questo fatto, a parte Stephane e a parte il
famoso concerto che gli feci fare alla RAI assieme a
Daniel Humair e Giovanni Tommaso, lui ha sempre
suonato con musicisti…di livello inferiore…., non ho mai capito, forse non
aveva… non lo so, non so come mai lui si "contornava" di musicisti
così inferiori…, ci sono dei musicisti che amano "contornarsi" con
altri minori a loro per emergere, però non era il caso di Umberto, perché lui
non doveva apparire di fronte a nessuno non aveva questo problema, credo che,
probabilmente, lui… non lo so, ci ho pensato moltissimo, ma non ne ho mai capito
la ragione. Anche questo nastro: è un nastro che è stato fatto ufficialmente a
casa sua, perché non ha chiamato un vero batterista e un vero contrabbassista,
non so la ragione! O era molto chiuso, allora si "contornava" solo di persone che sentiva
"molto amiche", con le quali si trovava bene umanamente al di là della
musica, probabilmente è questa la ragione. Lui si trovava con questi. Magari si
trovava molto meno con qualche altro musicista professionista, non lo so…forse si può anche dire un'altra cosa:
Umberto era un professionista, ma poi era il re di coloro che avevano
abbandonato il professionismo per suonare solo per se stessi e per diletto, non
in senso dispregiativo, ma in senso straordinariamente alto, cioè la musica come
diletto, allora lui, probabilmente, aveva nei confronti di colui che lo faceva
per mestiere quasi un senso di rigetto. Mi
ricordo che quando lo chiamai a fare quella trasmissione, lui
non si occupò minimamente del compenso che dovevano dargli! Adesso, non so
quanto ebbe, mi pare un milione, era il '68 un milione
era abbastanza, però lui non mi chiese nulla! L'unico problema che aveva,
prima di tutto non voleva venire, ho dovuto faticare un mese, poi sono riuscito
a convincerlo perché, ed ero in buona fede, gli ho detto che ci doveva essere Stephane,
poi all'ultimo momento due o tre giorni prima Stephane
ha dato forfait, ha avuto un altro impegno, però io non l'ho detto a Umberto, perché ero sicuro che se lo avessi avvertito lui
non sarebbe venuto, così è venuto lo stesso, non so, mi avrà odiato in quel
momento, però il concerto l'ha fatto. Allora, voglio dire, Umberto è stato un
grande, uno dei grandissimi, e se riusciamo a fare un disco che possa rendergli
giustizia, cosa un po' difficile, perché ci vuole ben altro per rendere
giustizia a Umberto Cesari, pensa,
che ho avuto il coraggio anch'io di suonare con lui, pensa un po' che coraggio,
ho anche una fotografia che ci immortala, ti parlo del 1959/60, ero un
ragazzino. Comunque, Cesari è un'altra
cosa, Cesari ha una grande qualità: è un musicista di
jazz, nel senso più assoluto, peccato non abbia avuto questa capacità di
imporsi al livello mondiale. Poi aveva dei problemi diceva delle cose che non
stavano né in cielo né in terra. Ma come se le
inventava queste cose? Perché ad un certo punto mi
dicevo, ma è possibile che Umberto non capisca l'enormità di quello che sta
dicendo? Mi sta prendendo per il culo, me lo sono chiesto molte volte, ma forse
mi sta prendendo per il culo, mi sta prendendo in giro…una volta mi disse: "sai stanotte mi
sono venuti a prendere mi hanno portato con l' aereo in Birmania, mi hanno
paracadutato poi sono venuti a
riprendermi… mi hanno trovato mezz' ora fa!". Ma lo diceva serio!! :-) Cazzo, non sapevo cosa dire! Ma è
possibile?! Dicevo, Umberto, ma che cazzo dici? Poi ho visto che era talmente
convinto,
aveva pure ragione, allora dicevo, raccontami,
raccontami era divertente! :-)Voglio fare un bel capitolo su Umberto sul mio libro, voglio dedicargli proprio un bel capitolo.»
«Oggi dopo quaranta, cinquant'anni, grazie alla bontà di molti musicisti, e grazie agli sforzi fatti anche da me che molti musicisti sono riconosciuti anche all'estero. Io mi sono molto battuto nell'UER, cioè l'Unione Europea di Radiodiffusione, di cui sono stato presidente per più di vent'anni, forse venticinque. Si facevano due o tre concerti all'anno e io mandavo sempre musicisti italiani, e proprio Trovesi, e lo dice lui stesso, deve tutto a un paio di cose che gli ho fatto fare io, per quanto riguarda la sua carriera all'estero, una a Saint Gerold in Austria dove ebbe un successo spaventoso, e uno a Parigi dove ha suonato in trio con Paolo Damiani e Gianni Cazzola. Sbaragliò tutti, era un doppio concerto, prima di lui c'era Anthony Braxton che aveva fatto venire le "palle" lunghe a tutti i francesi, arrivò Trovesi e fu un successo spaventoso. E devo dire che la bontà di questi musicisti, prima Pierannunzi, Rava, Fresu, Trovesi, Gaslini, poi oggi i giovani: Boltro, Di Battista, Giuliani, Bollani è molto riconoscuita, hanno preso molto piede all'estero, e se lo meritano. Sono musicisti straordinari, senza togliere nulla a questi "vecchi ragazzi" Trovesi, Rava, Fresu etc., devo dire che oggi c'è un grande interesse per i ragazzi giovani, per Di Battista, per Rosario Giuliani, Bollani, insomma, c'è, lo sento, lo vedo quando giro, viaggio, parlando con dei colleghi delle varie radio europee, c'è un grandissimo interesse. Se la meritano finalmente, la rivincita. Pensa a Kramer, adesso per fare un nome, che è stato il più grande fisarmonicista jazz del mondo, comunque se non il più grande del mondo, sicuramente il primo, non era nemmeno citato da nessuna parte. Ci vuole una grande fatica, perché prima di tutto, non dimentichiamoci che in Italia la discografia di questa gente è proprio miserrima, era un periodo dove non incidevano i dischi, le case discografiche italiane erano soprattutto delle multinazionali, Columbia, Voce Del Padrone, etc., avevano già un loro catalogo di jazz, americano o europeo, quindi dicevano: noi il jazz l'abbiamo, perché dobbiamo far incidere Mojoli? Chi se ne frega! Anche nel dopo guerra, non è che le cose siano state molto migliori, dal '45 al '49, '50, '52, '53 sì...però oramai il jazz degli anni venti era perduto.» A questo punto richiamiamo la jam session realizzata da Aldo Masciolini, Sergio Battistelli, Miro Graziani, Riccardo Laudenzi, ed Ermanno Angeli al rientro da Roma proprio da una incisione organizzata da Adriano Mazzoletti. «Mi ricordo che volevo che venisse
anche Riccardo Laudenzi, ma
non venne a fare l'incisione, non so per quale ragione ma non venne. Ricordo che
chiesi a Sandro Poccioli, che era un mio grande amico di Perugia, lui suonava la
batteria, di far venire Masciolini, lui, Miro
Graziani, Laudenzi e Battistelli ovviamente. Feci venire Masciolini da
Padova, Miro (Graziani), Sandro (Poccioli), Sergio (Battistelli) era già a Roma e questo bassista
da Perugia che si chiamava Ermanno Angeli. Erano
tutti quanti un po' strani. Registrammo "I
cried for you"
in un pomeriggio. Ecco un'altra cosa che non ho capito perché tuo padre quel
giorno a Roma non è venuto
col tenore. Perché, ti dico sinceramente, lo preferisco al tenore che al
clarinetto, al clarinetto è un po' anonimo, al tenore, invece, aveva una
personalità.»
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dicembre 1993 © 2000 - 2001 Jazzitalia.net - Giovanni Masciolini - Tutti i diritti riservati
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