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Cristian Wallumrød Ensemble
Ljubljiana - Cankarjev Dom, 3 Febbraio 2007
di Luca Vitali

Serata piuttosto disomogenea per i due concerti in cartellone. Apre la formazione di un pianista compositore locale Zoran Škrinjar International Jazz Connection assai distante dall'Ensemble di Christian Wallumrød sia per sonorità che tessuto e complessità compositive. La formazione di Zoran Škrinjar va via filata per un'oretta senza entusiasmare come aperitivo del concerto successivo.

Il quartetto di stelle norvegesi entra in scena ed allestisce uno stage davvero poco convenzionale e suggestivo per mettere in scena un repertorio di musica colta. Centralmente (fronte al pubblico) si posizionano Nils Okland (violino e viola d'amore) e Arve Henriksen (tromba), lateralmente, quasi a formare una sorta di anfiteatro, Christian Wallumrød (pianoforte, piano "toys" e harmonium) e Per Oddvar Johansen (batteria).

Tutti in totale assetto acustico (senza microfoni né altra forma di amplificazione) iniziano con alcuni brani tratti dall'ultimo album uscito per la ECM "A Year From Easter" con Wallumrød che alterna il pianoforte all'harmonium e al piano toys. Sebbene composta da stelle, la formazione è un vero gruppo, si nota un grande interplay tra i musicisti e il suono magnifico che esce dagli strumenti non dà mai segnali di scollamento o pura individualità.

Le sonorità sono le stesse del disco, ma a differenza della situazione in studio non si percepisce il suono ECM, sembra quasi che sia stata rimossa una sorta di "pellicola protettiva" e in tal modo si liberi un'energia davvero unica. Le linee melodiche intimiste rievocano reminiscenze etniche e musica a tratti sacra a tratti medioevale piuttosto che barocca.

Al quarto brano Wallumrød attacca chino sul Piano Toys con la sua diteggiatura meccanica e minimale e un incalzare via via più intenso, a seguire entrano gli altri con frasi ostinate sempre più incalzanti che sembrano sommarsi a strati fino a raggiungere un insieme corale di rara intensità e bellezza, per poi chiudere con un finale caratterizzato da elementi di sottrazione che conducono alla totale assenza di suoni.

Una nota sui musicisti, Wallumrød è bravo nel non "strafare" mai e a non polarizzare su di sé l'attenzione, Okland, soprattutto quando suona la viola d'amore, antico strumento Norvegese, rievoca tempi antichi della tradizione vichinga, Henriksen emana magia con sonorità diafane incredibili per una tromba (più affini allo shakuhachi e tutta la famiglia di flauti giapponesi) ed in ultimo, ma non per importanza, Johansen alla batteria mostra tecnica e inventiva (timing incredibile nelle battute e creatività nell'uso dell'archetto su campanelli e piatti che aggiungono profondità e completezza al suono).

Alla successiva traccia l'apoteosi, il suono è magico nonostante nessuno "suoni" - nel senso tradizionale del termine: Henriksen diteggia sulla tromba senza soffiare ottenendo una sorta di percussione sui pistoni, e delizia il pubblico con uno dei suoi canti da "Cherubino", Okland gratta con le dita sulle corde, Wallumrød soffoca le corde del piano con oggetti e Johansen suona ovunque tranne che sulle pelli. In chiusura del brano Wallumrød si lascia andare ad un assolo dei suoi, ritmato e meccanico, senza mai mostrare muscoli e velocità nel fraseggio.

Il brano prosegue con una composizione di Okland (l'unica, perché le restanti sono tutte di Wallumrød) in cui si cimentano solo l'autore al violino e Wallumrød all'Harmonium.

Il concerto si chiude con un brano di Wallumrød piuttosto breve ed intimista dove ancora una volta Henriksen evoca sonorità del tutto inedite per il suo strumento.

In conclusione i quattro musicisti mostrano grandi doti tecniche e affiatamento e il repertorio a metà tra religione, musica e cultura e di gran spessore per cui il risultato oltre che di gran livello mostra grande originalità.

P.S: come dev'essere stato emozionante vederli e sentirli durante i concerti all'interno delle chiese in Irlanda...















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Data pubblicazione: 08/04/2007

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