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Depart e Tomasz Stanko Quintet
22 ottobre 2009, Cormòns (Go), Teatro Comunale
di Giovanni Greto


Depart
Harry Sokal, sassofoni tenore e soprano; Heiri Kanzig, contrabbasso; Alex Deutsch, batteria

Tomasz Stanko Quintet
Tomasz Stanko, tromba; Alexi Tuomarila, piano; Jakob Bro, chitarra; Anders Christensen, basso elettrico; Olavi Lohivuori, batteria

L
a XII^ edizione del festival "Jazz & Wine of Peace" (22-25 ottobre) si è aperta il 22 con un doppio concerto. Dapprima si è esibito il trio austro-svizzero Depart. I tre, pur prediligendo l'avanguardia, molto vicina al free-jazz degli anni politicamente caldi, inseriscono nelle loro composizioni il funky e fanno il verso – godendone - alle canzoni tradizionali dei cantoni svizzeri. Pur non inventando nulla di particolarmente nuovo od innovativo, il trio ce la mette tutta nel cercare di tener desta l'attenzione di un pubblico generoso e abituato all'ascolto di questo tipo di musiche. Nessuno dei tre tende ad emergere sugli altri, per cui assistiamo ad un set, anche se a tratti noioso, comunque equilibrato.

Dopo una pausa affidata alla degustazione degli ottimi vini del Collio, si riprende con un set decisamente più interessante: Tomasz Stanko Quartet. Otto brani di medio-lunga durata, più un breve bis hanno catturato il pubblico per quasi un'ora e mezza con le loro geometrie, armonie, melodie. Tutto è pervaso da una malinconia di fondo, che a volte può provocare quella particolare sensazione di nodo alla gola e sfociare nel pianto. La vita quotidiana ti si pone davanti, ascoltando la musica del musicista polacco. Le gioie ed i dolori si intrecciano e vanno di pari passo verso una luce lontana, la speranza di un equilibrio interiore alla ricerca del quale molti si dirigono. Complimenti a Stanko, in primo luogo per la poeticità della sua tromba: sonorità morbide, frequenti soffiati, ma anche note acute che somigliano a disperate grida di aiuto. Inoltre il musicista e compositore polacco ha saputo circondarsi di giovani musicisti – finlandesi e danesi – che si comportano da musicisti navigati. Non c'è una nota di troppo, né improvvisazioni eccessive nel set del quintetto. I temi all'unisono brillano per sincronìa; gli altri, esposti in prevalenza dal leader, sono arricchiti ora dalle spazzole della batteria, ora dalle sonorità lievi della chitarra, ora da un basso elettrico delicato, che ha fugato i dubbi di chi teme che la sua sonorità sia meno adatta per il jazz. Bravissimo, infine l'ensemble, nel dar vita, dopo un inizio sospeso, ad un 4/4 lanciatissimo che trova forza negli assolo. C'è un tema che ricorda la bossa nova, un altro che sviluppa modernamente i ritmi afrocubani degli anni '50.

Una serata ricca di pathos, che ci ha fatto sognare e che – e questo è un gran pregio – non ha mai indotto il cervello a produrre quel fastidioso pensiero di guardare l'orologio.






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Data pubblicazione: 29/11/2009

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