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Jack DeJohnette & The Ripple Effect with
John Surman
L'organico completo vede sul palco, oltre a DeJohnette e Surman, la cantante brasiliana Marlui Miranda, Il bassista Jerome Harris e Ben Surman, figlio di John ed impegnato ai live-electronics. Chi ha ascoltato Hybrids, il disco con cui DeJohnette presentava questi lavori, sapeva cosa aspettarsi, anche se non va trascurato il plusvalore che l'evento dal vivo è in grado di aggiungere ad una già fertile idea. Ed infatti, coerentemente al titolo dato al disco, il quintetto è impegnato a proporre una geniale e raffinatissima ibridazione fra culture e tecniche musicali che spaziano senza limitazioni fra oriente ed occidente, toccando innanzitutto i grandi patrimoni di Africa ed India, ma anche della tradizione europea antica, la musica afroamericana, la zona giamaicana, e persino il patrimonio liturgico di gusto altomedievale. Queste risorse vengono affrontate poi con l'intenzione sovrastante del Free da cui i musicisti si discostano poi con modi diversi, spaziando dal blues al reggae, dal modale al funk, con una continua presenza di elementi elettronici assolutamente non invasivi quanto piuttosto complementari al sound generale; ed ecco ancora quindi una grossa tranche di ibridazione, ben evidente quando l'elettronica (di propria natura fredda ed eterea) di Ben Surman incontra i ritmi e modi terragni della culla centro-africana.
E già ben chiaro quanto sottile, se non inesistente, sia il limite fra un apporto e l'altro in questo vero e proprio collage stilistico. Le composizioni difatti sono costituite in generale da un continuo, inarrestabile sfumare fra momenti puramente Free con altri più leggibili ed evidenti, ma in cui le contaminazioni geografiche sono in continuo movimento. Nel secondo brano, ad esempio, si inizia con tipiche atmosfere che hanno già reso popolare il sound di Jan Garbarek, sassofonista a cui Surman sembra essere molto vicino, almeno sul livello melodico. Questi infatti lascia comparire melodie di stampo popolare, molto cantabili, che spuntano qua e là nel flusso magmatico di suoni, per poi smontarle e sporcarle con improvvisazioni sorprendenti. Ecco dunque il ritorno a un groove più evidente, questa volta in 11/8, in cui il baricentro geografico torna ad essere l'Africa, questa volta più sulla scia di un Abdullah Ibrahim.
Marlui Miranda risulta una presenza fondamentale nel contesto. Gestisce la voce in modo non tradizionale, è cioè in grado di sfruttarla semplicemente come fonte timbrica in aggiunta a tutte quelle presenti nell'organico senza per questo sminuirla; rendendola ritmica e decorativa ma non protagonista, o invece viceversa acquisendo un ruolo di primo piano nella conduzione melodica di determinati passaggi, la cantante è uno dei veri punti di forza, caposaldo di questi continui collages stilistici. Un dettaglio complementare all'esecuzione è l'aspetto fortemente performativo che infonde la sua presenza: Miranda infatti, oltre che dedicarsi alla voce si sposta spesso ad alcune semplici percussioni, sonagliere e shaker, che fa risuonare con gesti ampi e marcati, molto ritualistici, come ritualistico è in fondo il significato profondo di questo tipo di espressione generale: chi sta suonando evidentemente è ben cosciente dell'origine di gran parte del materiale e della cultura artistica da cui sta attingendo. L'ultimo brano, "Freedom and Justice" è un momento molto emozionante, più breve ma anche più etereo e malinconico. in cui un grandioso Surman, che a mio parere dà il proprio meglio quando impegnato al sax soprano piuttosto che al tenore regala incatevoli suoni e movimenti melodici che poi sfumano in un collettivo canto, quasi un'invocazione, appunto di "libertà e giustizia". In due ore di musica non si conta un solo minuto di carenza di tensione o di feeling. I suoni e le idee coinvolgenti, assieme all'indiscutibile e riconfermato talento di questi grandi musicisti, hanno offerto al pubblico un evento difficilmente dimenticabile.
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