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Jack De Johnette Quartet
Musica per Roma

Auditorium Parco della Musica – 4 novembre 2005, Roma
di Dario Gentili
foto di Daniele Molajoli


Jerome Harris: basso, chitarra, banjo
John Patitucci: contrabbasso
Danilo Perez: pianoforte
Jack Dejohnette
: batteria

Per l'indiscutibile talento, l'originalità, la versatilità, le ormai innumerevoli collaborazioni, quando è di scena Jack Dejohnette, è difficile sapere cosa aspettarsi. Inoltre, è da circa un anno che DeJohnette ha fondato una propria etichetta, la Kindred Rhythm/Golden Beams, che ha già al suo attivo due registrazioni a suo nome: Music from the Hearts of the Masters con il percussionista africano Foday Musa Suso e Music in the Key of Om dalle atmosfere ambient, e una prossima, molto attesa, in duo con Bill Frisell, The Elephant Sleeps But Still Remembers. Ebbene, nonostante la sua recente produzione "di confine", stasera all'Auditorium di Roma, in Quartetto, DeJohnette ha offerto una performance che ha entusiasmato soprattutto gli amanti del jazz, coloro che riconoscono in DeJohnette un batterista che ha segnato gli ultimi quarant'anni di storia del jazz. Del resto, i nomi dei componenti del suo Quartetto non lasciavano dubbi in tal senso: Danilo Perez al piano e John Patitucci al contrabbasso, che hanno contribuito non poco al recente rilancio in grande stile di Wayne Shorter, e Jerome Harris al basso elettrico, chitarra e banjo, già con DeJohnette nel suo ultimo lavoro con la Ecm (Oneness, 1997).

Il concerto si è diviso in due parti, composte ognuna da una lunga suite di tre brani, di cui soltanto una metà a firma DeJohnette. Inutile sarebbe rimarcare l'inimitabile stile di DeJohnette, in piena forma, che, senza monopolizzare la scena con lunghi e vigorosi assolo a margine dell'esecuzione di gruppo, si è piuttosto lasciato ispirare dalle intuizioni ritmiche dei suoi compagni per suonarvi, con sottile sensibilità, fuori se non proprio contro, in modo tale da tener sempre viva una certa tensione; soprattutto, però, c'interessa evidenziare la grande sinergia del Quartetto, in cui anche piano e chitarra contribuivano alla ritmica, come spesso accade quando il leader della formazione è il batterista. Certo, l'affiatamento tra Perez e Patitucci, rodato dai numerosi concerti con Shorter, era evidente, tanto che forse proprio Harris è sembrato a volte un po' a margine delle lunghe e trascinanti improvvisazioni, anche se sempre puntuale nei suoi interventi dentro il brano.

La natura e l'ispirazione dei brani è stata varia, volendo attraversare il più possibile la diversa sensibilità dei musicisti e di DeJohnette in primis: non è certo mancato swing, come in One Finger Snap di Hancock, e nemmeno una classica ballad, ma la presenza al piano di Perez ha di certo contribuito a che in più di un brano emergessero atmosfere e sonorità latine. Fino all'ultimo brano, African Wave, una composizione proprio di Perez, che, con il suo tema semplice e immediato, accompagnato dai vocalizzi di Harris, con la sua sonorità solare e festosa, ha entusiasmato il pubblico, che, ancora in piedi, ha atteso il bis. Come spesso capita nei concerti di DeJohnette, che non manca occasione per dichiarare le sue convinzioni pacifiste, il bis era un inno alla pace, Song for Peace. Un brano senza ricercatezza compositiva, senza grande fantasia improvvisativa, senza virtuosismi, soltanto una sorta di suggestivo spiritual che progressivamente prendeva corpo nel canto di Harris.






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Data pubblicazione: 11/03/2006

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