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Keith Jarrett, Gary Peacock, Jack DeJohnette
(Perugia, Giardini del Frontone - 15 luglio 2000)
Antonio Iammarino (antoiam@tin.it)

E alla fine il giorno dell'evento arrivò. 
15 Luglio, Keith Jarrett torna in Italia e stavolta lo fa con Gary Peacock al contrabbasso e Jack DeJohnette alla batteria, in sintesi
una delle formazioni più importanti dell'intera storia del jazz. E l'attesa è stata febbrile, caratterizzata anche da qualche polemica (prezzi troppo elevati, biglietti esauriti già a due giorni dall'apertura ufficiale delle prevendite) e da molta curiosità: come starà Jarrett? Le sue condizioni di salute di cui si è parlato, senza per la verità molte certezze, negli ultimi due, tre anni, saranno tali da consentirgli di regalarci una performance ai suoi livelli?  

Perugia, Giardini del Frontone ore
18,00; mi aggiro davanti ai cancelli (aperti) alla ricerca del posto dove ritirare i miei biglietti fino a che, si sa, un passo tira l'altro, mi ritrovo in pratica sul palco, dove i tecnici lavorano agli ultimi preparativi.
Due sono gli Steinway a disposizione di Keith, uno sarà scelto per il concerto, l'altro verrà smontato e rimesso nel T.I.R. da cui è appena uscito. Alle
18,30 viene giù il diluvio e cominciano i grattacapi per gli organizzatori: il soundcheck è problematico e (poteva mancare la nota di colore?) pare che Jarrett non voglia suonare perché fa freddo (?!). 

Quando alle
21,00 comincia ad entrare il pubblico sono queste le voci che girano tra i tantissimi fan accorsi da tutta Italia e non solo. Nonostante si parlasse di tutto esaurito ormai da settimane, vengono messi in vendita all'ultimo momento biglietti per posti in piedi, scelta comunque discutibile, dato che, essendo lo spazio utile per un'agevole visione riservato tutto per i posti a sedere, avere un biglietto per un posto in piedi equivale a cercarsi un'improbabile collocazione nel restante spazio dei giardini, tra aiuole ed alberi, o a distanze eccessive o con angolazioni improponibili...ma tant'è.  

C'è solo il tempo per lo speaker di pregare insistentemente di spegnere i cellulari, di non scattare foto col flash (per contratto neanche i fotografi accreditati possono farlo), di annunciare che il concerto consisterà di un solo set e poi il trio fa la sua
trionfale apparizione tra l'ovazione generale. Accanto al piano sono state piazzate due stufe e prima ancora di iniziare, Jarrett chiede a gesti ai tecnici di aumentare al massimo il livello delle luci sul palco. Poi si parte. 

Dirò subito che il concerto è stato un'esperienza assolutamente eccezionale. I tre hanno mostrato a più riprese di "esserci" completamente, di godere delle direzioni impreviste che istante per istante la musica prendeva, di chiamarsi e di rispondersi costantemente, di "suonare" davvero. Al secondo brano Jarrett, mentre ancora scroscia l'applauso si alza dal piano, si avvicina a Peacock dicendogli qualcosa e staccando un tempo lento; Gary parte con un tranquillo walking bass su armonie familiari e gli altri due si uniscono a lui senza che Jarrett accenni minimamente al tema. Improvvisa alla sua maniera, un flusso inesauribile ed appassionante di idee, frasi, melodie cantabili e quei suoi gridolini: eccolo, è lui, Keith Jarrett ci sta suonando un
"Round Midnight" che ricorderemo a lungo. Il tema di Monk emerge solo dopo l'improvvisazione del contrabbasso ed è come una scoperta gioiosa. E poi il finale. E un'altra ovazione. La versione di "But Not For Me" è stupenda per il rispetto assoluto, in tutta la prima parte, del tema e dello spirito stesso della canzone, segue un assolo nel quale non una nota è fuori posto, larghi spazi tra i suoni, sapiente spostamento di accenti ritmici da parte di tutti, grande senso del blues (a me è venuto in mente Miles) e diventa poi spigolosa e addirittura inquietante quando nel finale il tema viene sconvolto da una riarmonizzazione nella quale è ancora (con difficoltà) riconoscibile la melodia originale, ma sommersa dai clusters del piano, dissonanze che spingono l'ascoltatore lontanissimo dal clima di pochi istanti prima, una tensione palpabile che si scioglie nell'ennesimo lunghissimo applauso. Non manca il blues, un classico "Straight No Chaser", ancora Monk, nel quale sono dilatati i limiti armonici e ritmici delle classiche 12 battute sulle quali evidentemente non ancora tutto è stato detto.  

"John's Abbey"
è un tema di Bud Powell nel quale emerge l'anima be-bop del trio. Le volate di Jarrett sono una più entusiasmante dell'altra, i tre viaggiano sicuri e sempre perfettamente in sintonia, gli scambi con DeJohnette sono fantastici, c'è una bella atmosfera tra loro sul palco, si guardano, si sorridono, Keith lancia i suoi inconfondibili urletti che tanto urtano i suoi detrattori e tanto divertono i suoi sostenitori e noi in platea godiamo.  

Dopo un'ora circa di musica (in effetti un po' pochino considerando costi e disagi di chi è arrivato dai posti più disparati per vederlo) Keith e i suoi si alzano, si inchinano ed escono dal palco. Poi inizia il balletto delle loro apparizioni, inchini e nuove sparizioni con il sottofondo delle urla incessanti e degli applausi e la scenetta si ripete infinite volte. I bis sono due ed il secondo (ultimo pezzo della serata) è
"When I Fall In Love", altro classico del repertorio del trio, in una versione che ha veramente colpito duro le sensibilità dei presenti e aperto i rubinetti delle lacrimucce di tanti. Il tema struggente, armonizzato con la solita delicatezza è seguito da una prima sentita improvvisazione del piano, poi è la volta di Peacock ed alla fine, per la prima volta in tutta la serata, Gary e Jack lasciano Keith da solo dopo l'esposizione dell'ultimo tema. Ed è qui che il pianista di Allentown ci prende per mano e, abbandonando la struttura armonica della canzone, ci porta con lui in uno di quei suoi viaggi seguendo la musica dove la musica stessa decide di andare. Sono pochi minuti ma intensissimi, canta, armonizza in modo incantevole, segue la melodia che nasce estemporaneamente per poi chiudere con gli altri due con l'accordo finale. Brividi. Si inchinano un'ultima volta, salutano e vanno via. E io ero felice. 
Si può chiedere di più ad una serata di musica?
 
Antonio Iammarino
 
antoiam@tin.it

Alle emozioni di Antonio Iammarino, si aggiungono quelle di Paolo Braschi, un altro che il 15 luglio 2000 era a Perugia

Keith Jarrett è un musicista che, per sua natura, divide in due: o dà emozioni forti, come quelle di sabato sera a Perugia, o lascia indifferenti e scettici. Sulle sue capacità tecniche, credo che nessuno abbia da eccepire; sul suo personaggio, schivo, egocentrico, antipatico, chi come me lo adora può solo sorvolare, sostenendo che "tutti i geni sono un po' ignoranti".

D'altronde, chi è innamorato perdona qualunque difetto!

L'ho visto tre volte, con il trio: quattro anni fa, sempre al Frontone, fu uno shock: ricordo quante volte
ho tremato, seguendo i suoi movimenti e le sue note, e quella serata resterà per sempre dentro di me. L'anno scorso, a Verona, ho tremato di nuovo, questa volta nel rivederlo, dopo la malattia, poi con un po' di amarezza nel sentirlo "normale", senza quel "qualcosa in più".

Quest'anno, già al sapere che sarebbe stato a Perugia, ho iniziato a tremare. Pur di avere i posti migliori ho fatto decine di telefonate, ho organizzato il fine settimana con cura, ho fatto il viaggio sotto una pioggia fortissima, con la paura di veder saltare tutto per il maltempo, e quando le nuvole si sono diradate, mostrando la luna (quasi) piena, come l'anno scorso a Verona, ho pensato "è un miracolo, sì è un miracolo!". 
Una incredibile serie di coincidenze, culminate in un
concerto bellissimo, che ha riscaldato una serata che, infine, dopo il concerto ha visto ancora la pioggia, fortissima! Naturalmente, anche questa volta, ho tremato, anche per il freddo!

E' un genio, per me che ascolto la musica con il cuore, che mi faccio trasportare dalle sue poche o moltissime note, mai troppe, e mai troppo poche. Ora sogno di sentirlo in un concerto da solo, e spero che stavolta, non come qualche anno fa a Ferrara, la nebbia non mi impedisca di raggiungerlo, con i biglietti già in tasca! 
Dopo aver visto e sentito Miles, lui è l'unico capace, ogni volta, con la musica, di farmi felice.

Paolo Braschi
paolobraschi@libero.it


A conferma del grande momento di Jarrett & C. ecco cosa dice Massimiliano Farinetti dopo averlo visto e sentito a Juan Les Pin

20 luglio 2000
Ieri sera l'ho visto a Juan les Pins, per la seconda volta dopo Verona 99.
I due concerti non sono minimamente paragonabili: professionale quello di Verona, entusiasmante e trascinante quello di ieri sera.
I francesi, con la loro grandeur, dicono che la Pinede Gould di Juan Les Pins sia l'unico posto all'aperto dove a Jarrett piace suonare (lo chiamano "il maestro"): beh, l'Arena è unica, ma un palco naturale sul mare, affacciato sul Golfo con lo sfondo delle isole di Cannes di certo non è da buttare (quando poi con "
When I Fall In Love" si sono a messi a cantare i gabbiani...).
Il trio era ispiratissimo, Jarrett e DeJohnette non hanno perso un attimo per scherzare tra loro, Keith ha dato spettacolo con tecnica.
Lo aspetto da solo al più presto: l'anno scorso ero pronto per la Scala ma tutto è andato a rotoli.

Massimiliano Farinetti
dycwfa@tin.it

Le fotografie sono effettuate da Belfiore (http://www.umbriajazz.com)





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Data pubblicazione: 19/07/2000

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