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Jazz & Wine Of Piece 25 0ttobre 2007 La X edizione di Jazz & Wine ha confermato la buona qualità della manifestazione che ha spaziato dal jazz al folk fino alla world music, aprendo anche alla New Age. Abbiamo assistito solo alle prime tre serate e di queste, quindi, parleremo.
A seguire, hanno confermato il proprio valore e la loro creatività, i componenti del Trio 3, vale a dire Oliver Lake, ai sassofoni contralto e soprano, il contrabbassista Reggie Workman, a ricordare il grande Coltrane, ed Andrew Cyrille, identificato tra i veterani, come il batterista free per antonomasia. I tre hanno dato vita ad un set intenso, con improvvisazioni feroci da parte di Lake, sempre molto meditate, un attento Workman, essenziale nei solo, un instancabile Cyrille, che ha reso anche omaggio, con un lungo assolo iniziale, in "Buhaina", allo stile inimitabile di Art Blakey. I tre hanno pensato inoltre ad Eric Dolphy, iniziando la loro performance proprio con "Gazzelloni" che apre il lato B di "Out to lunch". In scaletta, comunque, parecchi originali, che hanno mostrato la perizia compositiva dei tre. Doppio trio il 26. Il primo ad esibirsi è stato quello del quasi sessantenne pianista Marc Copland del quale sono usciti per la Pirouet due CD intitolati "New York trio recordings", entrambi con Gary Peacock al contrabbasso, ma con due diversi attori alla batteria. Nel primo, "Modinha" troviamo proprio Bill Stewart. Nel secondo, "Voices", Paul Motian. Il set è durato, purtroppo, solo un'ora, a causa forse della rigidità di Peacock, di cattivo umore...Un set comunque ben congegnato, tra standard ed originals, che all'inizio ha stentato a decollare, e che ha messo in mostra una maturità sorprendente in Bill Stewart, capace come pochi, di rientrare nel tema, dopo un infuocato assolo, con il giusto volume sonoro. A seguire, ha suonato a lungo il trio di Don Byron, cui piace sempre di più cimentarsi con il sax tenore, anche se, in generale, i più lo preferiscono al clarinetto. Il leader, ancora una volta, ha spaziato nel repertorio di Lester Young ("Ivey Divey" riprende una frequente espressione che il sassofonista usava per dimostrare approvazione), mutando formazione. Al piano sedeva il pianista venezuelano Ed Simon, pulito e preciso, che in qualità di leader non ci aveva entusiasmato lo scorso gennaio, assieme a Scott Colley e Brian Blade. Alla batteria, John Betsch, parco negli assolo, intento più ad accompagnare e a colorare i brani. Byron è apparso di buon umore e in buona forma, tant'è che è la prima volta che lo vediamo dialogare così a lungo con il pubblico, per cui il concerto, pur con alti e bassi, è arrivato fino alla fine sulle note della coltraniana "Giant Steps". Ad aprire il doppio concerto del 27 il trio del contrabbassista svedese Lars Danielsson con una musica indirizzata verso orizzonti fatti di suoni campionati, uso del wah wah e di effetti, ambient, musica classica e ritmati funk-rock. Accanto a lui il pianista polacco Leszek Mozdzer, con il quale il leader aveva inciso lo scorso anno "Pasodoble" ed il percussionista francese Havier Desandre Navarre, assai applaudito in sala, per la sua platealità e per qualche verso "circense". Personalmente, pur senza entusiasmi, ci aveva maggiormente soddisfatto il disco in duo. Comunque ci sono idee interessanti accanto a segnali onirici e melanconicità nordiche sono affiorate anche nell'esecuzione dal vivo. La conclusione della serata è stata affidata a Ravi Coltrane, figlio del grande John, che, spesso nelle sonorità, ha ricordato l'irraggiungibile padre. Il quartetto, pur essendo composto da musicisti capaci – il pianista Luis Perdomo da un po' al centro dell'attenzione come nuova scoperta, il versatile contrabbassista Drew Gress e il batterista E.J Strickland – non ha mostrato quella grinta che riesce a trascinare qualunque tipo di pubblico. La platea, comunque, non ha lesinato applausi e richiami a gran voce che hanno prodotto l'esecuzione, come bis, di "Giant Steps" fungente da sigla del gruppo, con le presentazioni dei singoli.
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