Jazzitalia - Io C'ero: Jazz&Wine of Peace 2010: Joachim Kuhn 'Out of the Desert' - John Scofield trio
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Jazz&Wine of Peace 2010

23 Ottobre, Cormòns, Teatro Comunale
di Giovanni Greto

Joachim Kuhn "Out of the Desert"
Joachim Kuhn, piano; Majid Bekkas, guembri, vocals, molo, kalimba; Ramon Lopez, batteria, cajon, tabla

John Scofield trio
John Scofield, chitarra; Steve Swallow, basso elettrico; Bill Stewart, batteria

Le origini di "Out of the desert" risalgono al 2003, quando il pianista tedesco conobbe ad un importante festival jazz a Monaco di Baviera il cantante e polistrumentista Majid Bekkas. Ne è sorta una musica più o meno già sentita – a memoria ricordiamo il progetto di molti anni fa di musicisti africani con Hank Jones e, più recentemente, la riscoperta delle origini africane da parte di Dee Dee Bridgewater – che incrocia un jazz melodico e improvvisativo con alcune canzoni tradizionali del Marocco. I musicisti suonano con piacere e generosità, affascinando una platea ben disposta, che applaude e mostra di gradire la proposta. Il suono di Kuhn è limpido, pulito, spesso contrassegnato da una forte percussione sulla tastiera. Apprezzato anche l'unico pezzo in cui il leader si esprime con il sax soprano: un senso di libertà che ci riporta agli anni in cui musica e lotta ideologica correvano affiancate. Lopez, spagnolo, sceglie un variegato set percussivo, percuotendolo in maniera insolita. E' seduto sul cajon, dal quale con la mano destra trae dei suoni bassi, mentre la sinistra fraseggia sul rullante. Compaiono anche dei piattini marocchini e il tamburo tabla dal suono acuto. Per la circolarità dei brani, le composizioni, per metà di Kuhn, per metà di Bekkas, ci ricordano anche il sassofonista e cantante Pharoah Sanders. Bekkas convince vocalmente, collegandosi a storiche tribù nomadi di solida tradizione orale. Strumentalmente incuriosisce il guembri, una specie di chitarra con la cassa armonica stretta a forma rettangolare, lunga quanto il manico, dal quale partono tre corde di budello, mentre sul lato superiore della cassa armonica è tesa una pelle di cammello. Bekkas interpreta con molta delicatezza anche un brano con il liuto arabo, ‘molo', secondo le indicazioni del libretto di sala, per passare poi in un altro all'utilizzo della kalimba, il piano a pollice proveniente dall'Africa del sud. 80 minuti appaiono più che sufficienti, ma non può mancare il bis, "Haudandjia" di Bekkas, che attraverso la facilità del canto, induce il pubblico ad una partecipazione attiva.

Teatro più che esaurito per il concerto finale. Tutti ammaliati dal virtuosismo dei musicisti, mai fine a sé stesso, e dall'inesauribile creatività. Lunghi assolo inanellati con gusto, temi ben esposti. Si parte con una lanciatissima, frizzante, "How deep", in cui Bill Stewart mette subito in mostra le proprie qualità: perfezione metronomica, indipendenza, scelte azzeccate nei piatti, chiodati e non, a creare un alone durante il fraseggio sui tamburi, perfettamente intonati, al punto che la batteria si rivela, come è giusto che sia, anche uno strumento melodico. Ogni assolo è diverso dagli altri e si sviluppa in maniera impeccabile. L'irruenza è sempre confortata dalla dinamicità e infatti in lui sorprende la capacità di passare in meno di un secondo dalla tensione massima alla percussione sommessa, trampolino di lancio per gli assolo del leader, morbido tappeto per la metodicità del basso a 5 corde di Swallow. Il concerto dura 82 minuti, bis compreso, ma sarebbe potuto continuare anche di più non fosse che, seduta stante, i tre devono affrontare un viaggio in autobus per la Polonia. Nel repertorio c'è il jazz di derivazione Hard-Bop, il funky, il ¾ sussurrato. I brani sono tutti di Scofield, ad eccezione dello standard "These foolings things". Il leader affascina per la sonorità prevalentemente pulita, con pochi effetti affidati alle consuete scatoline e pedaliere elettroniche, per il modo di suonare gli accordi, per la bravura nei momenti concitati, e per un melodismo non sdolcinato in composizioni apparentemente esili come ‘Johan'. Swallow sembra invecchiare come il buon vino, simile ad uno scoglio imperturbabile su cui si infrange l'onda del mare. E quando è il turno degli assolo, gli altri si tirano in disparte, mentre in sala non si sente volare una mosca. Dunque bravura, voglia di suonare, carisma sono gli ingredienti adatti per inserire nel ricordo dei concerti belli del 2010 l'appuntamento di "Jazz&Wine".






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Data pubblicazione: 27/11/2010

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