|

Joey Calderazzo
Lecce, Teatro Paisiello - 27 gennaio 2006
di Adriana Augenti
foto di
Maurizio Bizzocchetti
Si affaccia dal tendone del teatro Paisiello di Lecce con un sorriso sornione.
Si guarda intorno, avanti a se, dietro la platea, si gira su se stesso,
guarda il pianoforte…
Poi si avvicina al microfono, posizionato più o meno al centro del palco,
sotto una luce che solo a guardarla mette caldo.
Tocca
a lui inaugurare la rassegna Jazle del
2006, e non è certo compito da poco, considerati
gli artisti di chiara fama che si sono succeduti nel corso delle precedenti sei
edizioni.
Solo per citarne alcuni:
Richard Galliano,
Jim Hall,
Lee Konitz, Gato Barbieri, Kenny Wheeler,
Franco D'Andrea…
L'organizzazione sa bene in che mani ha affidato questo compito, anche
se sa di aver investito in una delle soluzioni più complicate: il piano solo.
Sono infatti le note del piano solo di Joey Calderazzo ad inaugurare
la VII edizione di Jazle, il Festival jazz del Salento.
Al microfono lui non si presenta, non ne ha bisogno: le voci fuori campo
lo hanno già annunciato per ben due volte, narrandone carriera e precedenti esperienze.
Non ci dice nulla per un lunghissimo minuto. Poi sorride di nuovo e ci
parla del suo tour. Conclude dicendo che tra tutti i posti dove è stato Lecce è
il più bello.
Dopo il nostro applauso, si dirige al piano.
L'estrazione
fondamentalmente classica dalla quale proviene affiora fin da subito, fin dalle
prime note con cui intona Waltz
for Debby.
Altrettanto rapidamente però gli astanti si avvedono dell'azzardo del
piano solo: ascoltandolo e guardandolo vien voglia di chiedersi "ma per chi sta
suonando?". La personalissima interpretazione del brano di Evans sembra far
emergere di nota in nota tutti i linguaggi dei pianisti da cui egli stesso si dichiara
ispirato: Art Tatum, Jerry Roll Morton, Jarrett… è difficile
seguirlo, tanta è la carica espressiva, così discostato dai parametri originali
del brano come si manifesta.
Immediatamente dopo la scena cambia: è lì per noi, con una composizione
originale, di un lirismo raffinatissimo e romantico. In fondo, con le parole, ci
aveva sollecitato a qualcosa di meno velatamente poetico. Nessun titolo:
è un nuovo pezzo, ancora da registrare.
Ora nel teatro ci siamo tutti: Calderazzo, piano e pubblico. Un
pubblico silenzioso, attonito per come un uomo solo sia capace di conquistarlo,
di costringerlo a seguire lo sguardo concesso dalla musica colta. Sì, quel pianista
lì, quel ragazzo col sorriso sornione di poco prima, quell'interprete di Evans a
suo piacimento, è Joey Calderazzo: un pianista jazz!
Studia le sillabe e compone i versi con aristocratico fraseggio.
Haiku, titolo emblematico
per il suo primo album in piano solo. (Marsalis Music,
2004). Per un attimo ci sorprende con un sorriso allestendo in fretta
qualche nota conosciuta accompagnata da quattro parole: "Do it again, Joey!"
Poi, dopo un brano intitolato Lover,
passa ad Haiku.
E' finita la prima parte del concerto e sono passati più di 70 minuti
senza che ce ne accorgessimo.
Lo raggiungo per carpirgli qualche informazione.
A.A.: Cosa prevede il
tuo prossimo futuro?
J.C.:
Domattina presto mi metto in viaggio
per tornare a Chicago, lunedì devo essere in studio per registrare...
A.A.:
Un nuovo lavoro in piano solo?
J.C.:
Alcuni brani saranno in piano solo,
come quello che ho suonato poco fa. In altri mi avvarrò della collaborazione di
altri musicisti come Branford Marsalis.
A.A.:
Qualche altra anticipazione?
J.C.:
Ci saranno tre brani cantati ed a
prestare la voce sarà la cantante Claudia Acuña.
A.A.:
Inciderai sempre per la stessa label?
J.C.:
Sì, questa relazione continua.
A.A.:
Sappiamo perché abbiamo letto ed
ascoltato che gli artisti che più ti hanno ispirato ed influenzato sono stati
Tatum, Morton, Jarrett e Corea sul fronte del pianismo
più propriamente jazz. Ma quali altri artisti jazz apprezzi particolarmente.
J.C.:
Miles Davis e
John Coltrane...
A.A.:
Ora la tua performance deve proseguire.
Cosa ci suonerai?
J.C.:
Non saprei dire. Tornerò sul palco, guarderò verso il pubblico…qualcosa verrà fuori!
Il secondo tempo deve durare meno del primo.
"Mi sono lasciato andare e non me ne sono accorto. Meno parole e più musica…"
"…ah, vi suono qualcosa di Monk ora!"
"Cosa?"
"Lo diranno le note!"
Ed
è Monk, Bemsha Swing. Anzi, è Joey
Calderazzo che suona Monk, che combina lo sviluppo armonico del brano, che personalizza
le dinamiche di uno dei pianisti più ostici che il jazz abbia conosciuto.
Poi si dedica a se stesso. Meglio, dedica se stesso al pubblico. Tre brani
originali. Due tratti da "Haiku",
Chopin, il brano più 'classico'
a mio parere, come tradisce lo stesso titolo, e
Bri's Dance, dove concede
largo spazio all'improvvisazione.
Conclude la serata con un altro brano originale,
Catania, dall'album "Joey
Calderazzo" inciso per la Sony (2000) con
John
Patitucci al basso e Jeff "Tain" Watts alla batteria. Ci racconta
di aver 'immaginato' il brano durante un viaggio in macchina: un pezzo piacevolmente
e pienamente melodico.
L'eleganza espressa in questi artifici, combinata con la maestria nell'uso
della heavy hand sull'insieme degli accordi, (molto concentrato sulla mano sinistra,
"on my left-hand", come lui stesso mi ha detto), non lasciano alcun dubbio: il panismo
di Joey Calderazzo non risente minimamente di quella ibridazione stilistica
di cui si discute ultimamente in ambito jazz.
Dopo le collaborazioni con Brecker, con Bergonzi, con
DeJohnette e con altri grandi della scena internazionale non si può non ammettere
che Calderazzo ha molto da dire anche in piano solo.
Non ci resta che aspettare per ascoltare cosa ci riserverà il suo prossimo
lavoro come leader.
Invia un commento
|
© 2000 - 2012 Tutto il materiale pubblicato su Jazzitalia è di esclusiva proprietà dell'autore ed è coperto da Copyright internazionale, pertanto non è consentito alcun utilizzo che non sia preventivamente concordato con chi ne detiene i diritti.
|
Questa pagina è stata visitata 5.011 volte
Data pubblicazione: 17/03/2006
|
|