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Kunitachi Power Jazz
Kunitachi (Tokyo), 28 Novembre 2010
Università Hitotsubashi. Auditorium Kanematsu Kodo
di Giovanni Greto

Ohta Akemi Quartet
Ohta Akemi - flauto
Ishida Mikio - piano
Ando Noboru - contrabbasso
Rikitako Makoto - batteria.

Kei Akagi trio + Mine Kosuke
aKei Akagi - piano
Sugimoto Tomokazu - contrabbasso
Honda Tamaya - batteria
Mike Kosuke - sax tenore.

Hayashi x Nakamura x Harada
Hayashi Eichi - sax contralto
Harada Yoriyuki - piano
Nakamura Tatsuya - batteria

Itabashi Fumio Trio + Umezu Kazutoki
Itabashi Fumio - piano
Seo Takashi - contrabbasso
Takemura Kazutetsu - batteria
Umezu Kazutoki - sax contralto e soprano

Una lunga maratona jazzistica di artisti conosciuti e famosi per il pubblico giapponese, fatto salvo il quartetto iniziale, si è svolta in un pomeriggio assolato di fine novembre nell'ambito di una festa universitaria a Kunitachi, comune vivace e popolato, che assieme a molti altri costituisce la città metropolitana - simile a un nostro grande capoluogo di provincia - di Tokyo. Dalle 14 e 30 circa alle 20 e 30 hanno calcato il palcoscenico di uno spazioso Auditorium ben 4 formazioni.

Esordisce un quartetto, come apprendiamo dalle brevi note di un pamphlet distribuito assieme al biglietto, composto da giovani talenti dai 20 ai 30 anni, della provincia di Iwata, nel nord dello Honshu, la regione di Tokyo, a 200 chilometri dalla capitale. Molto preparati, anche se ancora, espressivamente, troppo scolastici, i quattro eseguono in poco più di mezzora, tre pezzi "mainstream", in cui ha modo di mettersi in evidenza la giovane flautista, attraverso lunghe improvvisazioni cantabili. Il set si conclude con uno swing medium fast in cui flauto e piano intrecciano lunghi breaks di 8 misure con la batteria. Dopo una breve pausa, nella quale viene riaccordato il pianoforte e si passa da una batteria Yamaha ad una Gretsch Vintage, è la volta del gruppo rivelatosi alla fine di maggior spessore, guidato dal 57enne pianista giapponese Kei Akagi, nato a Sendai, ma ormai stabilmente residente in California, dove all'Università di Irvin insegna teoria, storia e performance del Jazz. Lo si ricorda anche per la collaborazione con Miles Davis dal 1989 al '91. Cinque i brani ascoltati in poco più di un'ora. Il primo, eseguito in trio, è molto percussivo e Akagi utilizza spesso i pedali. Dal secondo partecipa il sassofonista Mine Kosuke, nato nel 1944, considerato in patria quasi un tesoro culturale del Jazz giapponese. Una sonorità ed un timbro che possono far pensare a Joe Henderson. Un jazz moderno d'avanguardia, ben sostenuto dalla sezione ritmica, con i veterani Sugimoto al contrabbasso e Honda alla batteria. Honda lo apprezziamo in modo particolare nell'ultimo brano, per un assolo iniziale che alterna i bordi dei tamburi, all'Hi-Hat aperto e ad una serie di campanacci e piattini volutamente lasciati a terra, per una gestualità strana, apparentemente scomoda. C'è anche la scelta di una bella ballad, "Soul Eyes", in cui il tenore emana tutto il suo calore. Nuovo cambio di batteria per il terzo gruppo. Ancora una Gretsch, ma con la cassa grande di un colore azzurro intenso, un po' come quella gialla del periodo post-davisiano di Tony Williams. A suonarla è un batterista Rock, Nakamura Tatsuya, che sfoggia un'acconciatura rasata lateralmente - ricorda il De Niro di "Taxi Driver" - e con una lunga cresta che scende fino alle spalle. Suona indossando guanti di pelle nera, ha il viso dipinto e ricorda gli Skorpions o, comunque, i gruppi Metal o Hard-Rock. Al posto dei due tom acuti ha una coppia di timbales, con la pelle allentata di modo che perdono quello scintillio che li caratterizza nella musica latina. Non conosce lo swing, così incomincia ad inanellare ritmi rock, percuotendo come un ossesso. Accanto a lui il veterano Hayashi Eichi, dal lirismo struggente alla Albert Ayler, che propone un free jazz guardando avanti, così leggiamo nel depliant, probabilmente non volgendosi al periodo aureo del free, per cercare sempre nuovi stimoli. Al piano Harada Yoriyuki deve percuotere a più non posso, sovrastato dall'inarrestabile drumming di Nakamura. Peccato perché se ci fosse stato un altro batterista, probabilmente tutti avrebbero avuto modo di mettere in mostra capacità tecniche e dinamiche, azzerate dal roboante volume sonoro (o frastuono?).

Il gruppo conclusivo è quello che suona di più. Raggiunge gli 80 minuti con uno strascico di bis che sembra non aver fine. Il leader è il 61enne pianista Itabashi Fumio, che partecipò tra il 1985 e il 1987 all'Elvin Jones Jazz Machine World Tour. Ha i capelli tinti - una caratteristica che abbiamo notato in molte persone, non solo giovani, in Giappone -, è piccolo e leggermente tozzo, ma con una carica che ricorda James Brown. La sezione ritmica viene dall'Hokkaido, la regione più a nord del Giappone. Il primo dei 6 brani in scaletta è anche l'occasione per presentare subito i musicisti da parte del leader, dopo l'assolo di ognuno concluso da una frase corale-verbale ad alta voce. Il sassofonista, anche lui 61enne, è un musicista molto conosciuto. Ha un suono piuttosto nasale ed un'emissione stretta. Il repertorio passa dal free a melodici ed orecchiabili ¾, resi un po' più complicati dall'innesto qua e là di stop e di riff. Il pianista incita a suonare molto forte, cosicchè assistiamo ad episodi in cui ognuno ingaggia una gara con l'altro ed ovviamente quello che ci rimette, oltre all'orecchio di chi ascolta, è il contrabbassista che si rovina le dita a furia di strappare le corde del suo strumento. Nell'ultimo brano fa il suo ingresso un musicista di flauto tradizionale giapponese, vestito con una specie di tabarro marrone, ben pettinato. Porta con sé due flauti e cerca di ricavarsi uno spazio fra i diversi assolo. Essendo i flauti in legno, anche se suonati di traverso, deve soffiare a più non posso a contatto col microfono, per farsi sentire. Rimane sul palco fino alla fine e a volte domanda lumi al contrabbassista, cercando il suo spartito. Il brano è caratterizzato da un frequente "Ia Ia - Ia Ia Ia Ia", chiamato dal pianista e ripetuto dagli altri, che dà il via ad una serie di assolo collettivi, col risultato di riuscire a malapena a distinguere gli strumenti. Essendo questo il gruppo che conclude il pomeriggio, viene incitato dalla platea a ritornare sul palco per i bis. Il primo è un gospel terzinato, mentre il secondo è una curiosa versione cantata in giapponese dal sassofonista, probabilmente con parole originali, di "When I'm sixty-four" dei Beatles. Apprendiamo infatti che Umezu è anche un celebre interprete del repertorio giapponese "Enka", ossia le canzoni melodico-popolari, accostabili alla canzone italiana dei Sanremo di Nilla Pizzi, Achille Togliani, etc. Sembra tutto finito, ma Itabashi riparte con un pezzo melodico sullo stile del quartetto europeo di Keith Jarrett. Riflettendo a mente fredda, ci par di capire che i giapponesi amino gli artisti free, il volume sonoro molto alto, il suonare fitto senza respiro. Forse è uno sfogo che sa di liberazione da un'educazione troppo oppressiva e da una serie di buone maniere che, soprattutto nei giovani, stanno pian piano scomparendo, per lasciare il posto ad un allineamento verso una globale maleducazione.














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Data pubblicazione: 23/01/2011

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