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Notti di Stelle
Fa caldo. E' una delle serate più torride degli ultimi anni. Negli ultimi giorni i titoli di testa di telegiornali e quotidiani nazionali e non pongono sempre l'accento sul meteo. Bari è la città più calda d'Italia, assieme a Palermo forse... a volte. Difficile raccontare quanto caldo può fare per le strade della città: abbiamo toccato punte di 48 gradi dicono. Ti passa la voglia di respirare quando sei fuori, perché l'aria, circa 10 gradi più calda della temperatura corporea, brucia dentro.
Stasera però, sotto le stelle, c'è un signore che non manifesta in alcun modo queste sensazioni. Dall'alto della sua classe ed eleganza, nella particolare cornice del Teatro della Pace di Japigia, Bari, Ron Carter sta per esibirsi col suo trio, con i suoi compagni Jacky Terrasson e Philip Catherine. A guardarlo quasi non ci si crede. Non solo perché è lì davanti a noi, diritto e fiero, elegante, senza che alcuna smorfia dovuta alla temperatura sia minimamente percettibile nelle sue espressioni, ma perchè quel signore lì è Ron Carter! Lo guardi e ti viene in mente il quintetto di Miles Davis, quello in cui ha suonato insieme a Herbie Hancock, Wayne Shorter e Tony Williams. Lo guardi e pensi che ha suonato con Kenny Barron, con Stanley Turrentine, con Eric Dolphy, con Antonio Carlos Jobim, con Stan Getz... E pensi al trio Hurricane, con Herbie Hancock e Billy Cobham...Tutte queste cose, e molte altre, ti vengono in mente quando ti viene presentato. Poi prende il contrabbasso, intona in solo le note di Laverne Walk e... cominci a pensare che quell'uomo elegante e composto è proprio Ron Carter, uno dei più grandi contrabbassisti del mondo. E quando al suo solo seguono le note del piano di Jacky Terrasson e quelle della chitarra di Philip Catherine è oramai più che chiaro che dimenticherai presto l'aria greve e ti lascerai rinfrescare dalle note abilmente interpretate da questi tre grandi della musica jazz. Mi meraviglio sempre di come la musica sia capace di modificare lo stato d'animo fino al punto di giustificare sensazioni che hanno qualcosa di diverso dalla realtà percepita sensorialmente. Mi meraviglio ancora quando noto l'indifferenza di certa gente che a concerto iniziato vaga incurante per il teatro, cercando il suo posto, l'amico di turno da salutare, o l'autorità a cui tendere la mano come a dire "vede, ci sono anche io". Mi meraviglio, ma tant'è! Però quei tre signori sul palco non si preoccupano più di nulla ormai, né del caldo torrido, né della gente che vaga per la sala, né del chiacchericcio... Si preoccupano (!) della loro musica, e di trasmettercela. Così si prosegue nell'ascolto di Cedar Tree e Candlelight, in cui i musicisti si alternano in uno gioco di soli e dialogo ritmico che permette di godere delle virtù tecniche e melodiche di ognuno. E' il piano di Terrasson ad accompagnare l'aria nel brano seguente, My Funny Valentine. L'improvvisazione, legata a filo doppio com'è alla conversazione di sguardi fra i tre musicisti, ci restituisce un'interpretazione personale ed espressiva. Quasi solo sul finale in piano solo sono apprezzabili gli accordi originali, che ci conducono verso una conclusione corale guidata dal timbro stentoreo del contrabbasso. Il primo set si conclude con un brano composto da Terrasson, Golden Strikck. Dopo un quarto d'ora di pausa i tre risalgono sul palco per regalarci nuove note e nuove emozioni. L'unico alito di vento nell'arco della serata fa volar via alcuni fogli dal piano di Terrasson, ma nessuno sembra farci caso più di tanto: i musicisti continuano, col loro gioco di sguardi e sorrisi complici, a riempire l'aria della loro musica, delle loro melodie, delle loro note. Ascoltiamo sonorità più latin, come in Parade, alternate e accompagnate dalle sfumature gipsy della chitarra di Catherine, come negli assoli di Eddie's Theme e di Oleo. Willow weep for me è un brano di solo contrabbasso, in cui Carter dimostra tutta la sua levatura tecnica, passando da tonalità più gravi a toni bassi, "suonando" la sua tastiera con le dita come fosse un strumento a corde percosse. Il trio sembra salutarci sulle note di Autumn Leaves. Un'interpretazione che lascia l'esiguo pubblico talmente entusiasta da convincere gli artisti a salire nuovamente sul palco per regalarci un bis con Softly, as in a morning sunrise, in una (a modo loro) delicata nuance che pone definitivamente fine al caldo afoso della serata. Questa la musica stasera, questa l'atmosfera dettata dalle note. Queste le sensazioni che tre grandi musicisti come Ron Carter, Jacky Terrasson e Philip Catherine sono riusciti a restituirci grazie al loro gioco di ascolto, risposta, integrazione... rilievo reciproco. L'atmosfera generale è però un po' diversa. L'ospitalità della Camerata Musicale Barese non è all'altezza della sua fama... o forse sì! In una platea quasi deserta, forse spaventata dal gran caldo di questi giorni, le numerose hostess (quasi più del pubblico) presenti a Teatro sono gentili e cortesi... in particolare con coloro che si presentano provvisti di invito. I saluti pare vengano scambiati in base al posto assegnato, all'abito indossato, al viso più o meno noto... Il resto degli avventori resta quasi in ombra. Sufficientemente antipatico inoltre l'accoglimento riservato a chi ha tentato, alla fine del concerto, di "avvicinare" gli artisti. Da ascoltatrice, osservatrice, da amante della (buona) musica non posso che esprimere un – forse poco determinante – giudizio non troppo positivo sull'esito di questa serata inaugurale della XIX Edizione si Notti di Stelle, giudizio temprato solo dalla levatura degli artisti e da quello che loro, nonostante le condizioni meteorologiche poco felici (e non solo), sono stati in grado di offrirci. Foto Camerata Musicale Barese
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