Jazzitalia - Live: Piacenza Jazz Fest 2018 - XV Edizione
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Piacenza Jazz Fest 2018
XV Edizione

17 febbraio - 27 marzo
di Aldo Gianolio
foto di Angelo Bardini

Vijay Iyer - Piacenza Jazzfest 2018Vijay Iyer - Piacenza Jazzfest 2018Vijay Iyer - Piacenza Jazzfest 2018Vijay Iyer - Piacenza Jazzfest 2018Vijay Iyer - Piacenza Jazzfest 2018Bruno Chevillon - Piacenza Jazz Fest 2018Daniel Humair - Piacenza Jazz Fest 2018Michel Portal - Piacenza Jazzfest 2018
Lee Konitz - Piacenza Jazzfest 2018Lee Konitz - Piacenza Jazzfest 2018Lee Konitz - Piacenza Jazzfest 2018Lee Konitz - Piacenza Jazzfest 2018Lee Konitz - Piacenza Jazzfest 2018Lee Konitz - Piacenza Jazzfest 2018Lee Konitz - Piacenza Jazzfest 2018
Louis Sclavis - Piacenza Jazzfest 2018Michel Portal - Piacenza Jazzfest 2018Michel Portal - Piacenza Jazzfest 2018Michel Portal - Piacenza Jazzfest 2018Michel Portal - Piacenza Jazzfest 2018Vijay Iyer - Piacenza Jazzfest 2018
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Il Piacenza Jazz Fest ha compiuto quindici anni festeggiati nei migliori dei modi, con una edizione ricca, varia (anche con gruppi musicali extra-jazzistici) e di qualità: un fiore all'occhiello per la città, che continua a rispondere con calorosa partecipazione (anche grazie all'ottimo lavoro organizzativo dell'Associazione culturale Piacenza Jazz Club).



Il cartellone principale (a cui sono stati affiancati diversi altri eventi "collaterali" sia in città che a Salsomaggiore, Monticelli D'Ongina, Stradella e Fiorenzuola d'Arda) è stato formato da nomi importanti del panorama internazionale e nazionale, con concerti dal 17 febbraio al 27 marzo, fra cui quelli di Mauro Ottolini, Dave Douglas con Uri Caine, NNenna Freelon, Vijay Iyer, Michel Portal con Sclavis, Lee Konitz e Toquinho (per il programma completo vedere il sito del festival). Noi abbiamo assistito a tre concerti: Iyer, Portal e Konitz.

Il pianista Vijay Iyer si è esibito il 13 marzo al Conservatorio Nicolini, in piano solo.
 
Iyer suona (e registra) soprattutto in trio; di recente anche con un fenomenale sestetto che ha inciso il disco Ecm "Far From Over"; ma restituisce pienamente la sua poetica anche in solo, come ha dimostrato al Nicolini, con una musica personale e per molti versi innovativa, anche se legata, come nella maggior parte dei grandi artisti, alla tradizione (una tradizione fatta rivivere sotto altre forme, non più resa "inoffensiva" da una pratica di maniera) e anche, per vie traverse e mediate, alla musica popolare. Per Iyer la tradizione ("prossima", non "remota") è rappresentata certo da Thelonious Monk (Rocky Mount, 10 ottobre 1917 – Weehawken, 17 febbraio 1982), ma soprattutto da Andrew Hill, Lennie Tristano e Paul Bley; la musica popolare, da quella indiana tamil (lui è indiano americano, figlio di immigrati), ma anche a sprazzi l'africana e la balinese: tutte sollecitazioni accolte attraverso una sensibilità contemporanea e colta. Così, come altri rappresentativi pianisti delle recenti generazioni (da Uri Caine a Jason Moran, da Matthew Shipp a Craig Taborn), ha preso una direzione che evita sia il romanticismo di Bill Evans e dei succedanei (Keith Jarrett e Brad Mehldau), sia il tumulto del free e dell'informale, recuperando da questo semmai solo la gentle side di Cecil Taylor (quella di "Fly", edito dalla MPS, per intenderci). In solo il distillato è più puro, il sapore più preciso, l'aroma più incontaminato, assumendo connotati un po' più cupi e meditabondi del consueto: non c'è scherzo, gioco, ilarità, ma un greve senso di oppressione senza spiragli di speranza. La fantasia del quarantaseienne artista newyorkese sembra avere individuato, senza compiacimento alcuno, il punto che unisce e divide la forma e l'informale, applicando una propria sottile concezione sia del plenum che del vacuum, sia del tempo che del metro, muovendo il tutto attraverso varie temperate complessità, densità e trasparenze armoniche che incrocia a più o meno serrati lucidi melodismi. Iyer giostra la concatenazione degli episodi e l'uso drammaturgico dei silenzi e delle pause con un suono preciso, rotondo e pulito e una improvvisazione nitidamente delimitata, seppur fittamente elucubrata. In ognuno dei brani eseguiti (da "Work" di Monk, che si è lentamente trasformato in una sua composizione, "Libra"; ad altri brani scritti da lui, come "Spellbound and Sacrosanct" e "Autoscopy"; da "Night And Day" che va a finire nello strayhorniano "Blood Count", a "Countdown" di Coltrane che va a finire in "Black And Tan Fantasy" di Ellington; e nei due bis, il suo "Remembrance" e "Stable Mates" di Golson) si entra subito nel vivo del racconto, non importa se con leggeri, calibrati e spaziati passi danzanti o con decise aperture di porte che subito rivelano mondi arzigogolati, seguendo certe tipiche cicliche ossessioni ritmiche (derivate dalla musica carnatica e dal minimalismo), demolendo i confini fra tema e improvvisazione, non individuando dove l'uno cominci e l'altra finisca, e viceversa; e anche se le improvvisazioni non sembrano seguire alcuna sequela preordinata, l'alea è bandita e impera la logica, addirittura una logica matematica, piena dei rimandi di cui si è detto. Affrancando il particolare dalla totalità costrittiva e facendo risultare ogni nota, frase e sviluppo privi di un unico centro, Vijay Iyer crea un affresco scuro e inquieto, spogliato da qualsiasi orpello di retorica.

Il Michel Portal Quartet ha suonato nella Sala degli Arazzi il 17 marzo.

Con il leader Portal al clarinetto e clarinetto basso, erano Louis Sclavis, suo "modello" e maestro, sempre al clarinetto e al clarinetto basso, Bruno Chevillon al contrabbasso e Daniel Humair alla batteria. A parte Humair, sono musicisti di estrazione accademica che non possono che dare vita a un jazz cameristico con forti influenze (di sonorità, tecnica ed espressione) classicheggianti, dove comunque jazz e musica dotta occidentale (Alban Berg), ma anche quella folklorica, specialmente orientale, vengono perfettamente mescolate, cancellando ogni distinzione. Hanno eseguito nove brani da loro composti (quasi tutti da Portal), fra cui l'iniziale "Dulce", poi "Voyage", "Max Mon Amour" "Matinerie" e "Judie Garland, dai colori scuri e mezze tinte in grigio (Humair spesso ai tamponi e al timpano), con momenti d'insieme forti e brulicanti, spesso contrappuntati attraverso una precisa e sapiente scrittura, ma anche con calcolate, seppur estemporanee improvvisazioni, sempre facendo risaltare la bellezza delle sonorità degli strumenti.

I quattro si conoscono da tempo, collaborando in diverse occasioni e in gruppi che hanno fatto la storia del jazz europeo. Con l'intesa superiore maturata in tante collaborazioni, anche composizione e improvvisazione si confondono, integrandosi e compenetrandosi con estrema naturalezza, in una continua esplorazione delle interazioni fra melodia e armonia e delle connessioni più recondite fra i differenti suoni dalle infinite sfumature timbriche, piene di arcane risonanze.

Un luogo ancora diverso è stato per Lee Konitz, che ha suonato il 20 marzo al Milestone, in due set per andare incontro al grande numero delle richieste. Accompagnato da Florian Weber al pianoforte, Jeremy Stratton al contrabbasso e George Schuller alla batteria, il novantunenne Konitz, arzillo e spiritoso, durante l'esibizione ha litigato col suo sax alto, da lui a più riprese pubblicamente accusato di non funzionare (voci di corridoio attestano che non lo tratti con la dovuta attenzione quando lo appoggia su superfici dure, ammaccandone i tasti), quindi lasciando ampio spazio agli eccellenti compagni e pure cimentandosi al canto con voce esile, un po' fragile, e fascinosa. Nel primo set ha cantato di più e suonato di meno, rispetto al secondo, dove è stato più volitivo e presente sullo strumento, interpretando i suoi brani preferiti, da lui più battuti in carriera: "'Round Midnight", "What Is This Thing Called Love", "Subconscious Lee", "Stella By Star Light" e "Kary's Trance". Konitz evoca lo stile di un tempo facendo signoreggiare la melodia in tutti suoi rivolti, ma asciugando la tecnica e dandosi, nelle scarne improvvisazioni, a una sorta di minimalismo pigro e dinoccolato di note rade e un po' acri, distribuite con la massima parsimonia.







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Data pubblicazione: 19/05/2018

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