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Michel Portal Quartet feat. Louis Sclavis
Roma, 16 dicembre 2005 Istituzione Universitaria dei Concerti
di Daniele Mastrangelo
foto di Daniele Molajoli

La musica proposta dal nuovo quartetto di Michel Portal si può dire che sia sorta intorno a due universi musicali all'apparenza lontani tanto in termini storici che geografici. Da un lato infatti l'ascoltatore viene catturato dall'estasi di una poliritmia che rimanda all'Africa e dall'altro è invitato a seguire il corso di melodie suadenti cullanti, pregne di un lirismo che richiama alla memoria il melodismo melanconico di Debussy e Ravel. Sembra di assistere allora al sogno di una danza o alla danza di un sogno a seconda che uno dei due aspetti prevalga, possiamo vivere l'ebbrezza trascinante di una musica che richiede anzitutto la partecipazione di tutti i sensi e di tutto il corpo, in un abbandono senza memoria oppure possiamo indulgere questa volta con un piacere tutto diverso, fatto di sensibilità storica e di creazioni dell'immaginazione attraverso gli echi di note che ci giungono da lontano come se stessimo aprendo un carillon.

Queste impressioni però non vogliono suggerire in chi legge l'idea che la musica del concerto si inscriva sotto il segno della contaminazione, di quella giustapposizione estetizzante di tradizioni e stili musicali che è oggi tanto in voga. Se qui si distingue fra due momenti è soltanto perché il linguaggio delle parole è costretto a separare, se vogliamo a storicizzare, ciò che nella musica, in questa esibizione dal vivo, si è offerto con la coerenza di un risultato compiuto.

La collaborazione infatti fra Michel Portal e Louis Sclavis risale alla fine degli anni '60 e, nel corso del tempo, passo dopo passo, secondo un processo che gli autori stessi hanno descritto ("La Scena Musicale" – Vol.10, No.1) come «très douloureux» è riuscita ad integrare alle sonorità del jazz d'avanguardia quelle dell'Africa, di diverse tradizioni popolari europee e del mondo delle canzoni.

Se il cammino ha richiesto sforzi, passione e lavoro, il risultato cui abbiamo assistito è talmente coerente da lasciar trasparire persino una facilità ludica nelle improvvisazioni trasformando i clarinetti e i sassofoni, di cui entrambi i musicisti sono virtuosi, quasi in due personaggi che si dividevano la scena di un teatro.

Completavano la formazione lo storico compagno Daniel Humair alla batteria e Sebastian Boisseau, contrabbassista segnalatosi nella Newdecaband di Martial Solal.

A conclusione del concerto si era indotti a pensare che sarebbero oramai maturi i tempi per avviare un bilancio dei diversi modi e metodi in cui dagli anni '70 in poi, in America ed in Europa, il jazz ha inteso recuperare le sue origini nella musica africana riaffermando in questo modo la forza onnivora dell'improvvisazione.

 






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Data pubblicazione: 26/03/2006

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