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Südtirol Jazz Festival 2014

Trentino Alto Adige, 27 giugno 2014 - 6 luglio 2014
di Vincenzo Fugaldi

Jason Lindner  Sudtirol Jazz FestivalThibault Cellier  Sudtirol Jazz FestivalVincent Peirani - Serena Fisseau  Sudtirol Jazz FestivalBenjamin Flament  Sudtirol Jazz FestivalBig Four  Sudtirol Jazz Festival
Bonacina - Besson - Helary  Sudtirol Jazz FestivalCeline Bonacina  Sudtirol Jazz FestivalChick Corea - Stanley Clarke  Sudtirol Jazz FestivalDidier Levallet Quintet  Sudtirol Jazz FestivalRafaelle Rinaudo  Sudtirol Jazz Festival
Ronan Courtry  Sudtirol Jazz FestivalJulien Desprez  Sudtirol Jazz FestivalLuserna  Sudtirol Jazz FestivalNow Vs Now  Sudtirol Jazz FestivalRadiation  Sudtirol Jazz FestivalFanny Lasfargues  Sudtirol Jazz FestivalAndreou Panagiotis  Sudtirol Jazz Festival
Didier Levallet  Sudtirol Jazz FestivalPing Machine  Sudtirol Jazz FestivalPipeline  Sudtirol Jazz FestivalJoachim Florent  Sudtirol Jazz FestivalLeremie Piazza  Sudtirol Jazz FestivalQuenehen - Ghomari - Cellier - Piazza  Sudtirol Jazz FestivalQuentin Ghomari  Sudtirol Jazz Festival
click sulle foto per ingrandire

L'edizione del 2014 del festival altoatesino è stata dedicata principalmente alla Francia e alle sue proposte più giovani e innovative. Il direttore artistico della manifestazione, Klaus Widmann, ha effettuato questa coraggiosa scelta che ha consentito di ascoltare in Italia, per la prima volta, una grande quantità di validissimi musicisti d'oltralpe, testimonianza di una scena vivace e artisticamente rilevante.

La parte del festival seguita da chi scrive è iniziata con Pipeline, un quartetto (Antoine Viard-sax tenore e composizioni, Fanny Lasfargues-chitarra basso, Ronan Courtry-contrabbasso e Yann Joussein-batteria) insolito nella formazione e nella proposta. Membri del collettivo Coax, i Pipeline utilizzano gli strumenti a corda preparandoli, percuotendoli e sfregandoli con svariati oggetti, e propongono un jazz avanzatissimo che ingloba elementi del punk, del rock e del noise, non trascurando momenti più statici e melodici. La multiforme dialettica tra il contrabbasso e la chitarra basso a cinque corde, sostenuti dalla batteria, costituisce il fulcro intorno al quale si innestano gli assolo del sassofono, liberi ed espressivi.

Il palco del Kallmünz di Merano ha ospitato il trio composto dal fisarmonicista Vincent Peirani, dal sax soprano Emile Parisien e dalla cantante Serena Fisseau. Il set è iniziato con alcuni brani in duo tra fisarmonica e sax nei quali l'interazione è andata crescendo progressivamente, in equilibrio tra melodia e improvvisazione ardita, ma il concerto ha subito una svolta con l'arrivo sul palco della cantante. La Fisseau, franco-indonesiana, ha mostrato capacità interpretative eclettiche e non comuni e una presenza scenica sobria e delicata, in un repertorio che accostava a due canzoni tradizionali indonesiane gioielli come Throw It Away di Abbey Lincoln e delle splendide versioni di Castle Made of Sand di Hendrix e di Luiza di Tom Jobim per sola voce e fisarmonica.

Nell'ambito del Convegno internazionale "Culture meets economy", ha offerto una breve performance per arpa elettrica la francese Rafaelle Rinaudo. Un approccio anticonvenzionale, dall'uso dell'elettronica ad oggettini di ogni genere (palline di plastica, pistole giocattolo, archetti, sfregamenti delle corde con vari oggetti tra cui anche un piccolo ventilatore) creavano un bordone aperto a ogni possibilità. Possibilità che però non venivano colte a pieno dalla giovane musicista, che a un certo punto si è adagiata su sfumature tipicamente new age. In tutt'altra direzione è invece andata l'esibizione in solo – nel Passage del Museion - del chitarrista Julien Desprez, che ha maltrattato la sua Fender con rabbia e violenza, senza nascondere una tecnica superlativa, alla ricerca di sonorità acide, durissime, urbane, solo apparentemente disorganiche ma invece guidate da strutture solide e da un lucido progetto musicale, con un uso sapente degli effetti, alternandovi momenti contemplativi affidati a sonorità inusuali.

Una serata piovosa non è riuscita a far annullare il concerto del quintetto "Voix Croisée" del contrabbassista francese Didier Levallet, che schierava sul palco di Piazza Walther, insieme alla batteria di François Laizeau, Céline Bonacina ai sax alto e baritono, Airelle Besson alla tromba e Sylvaine Hélary ai flauti. Uno dei nomi storici del jazz francese (ha tra l'altro diretto l'ONJF), insieme al fido e navigato batterista, Levallet ha proposto musiche nelle quali la solida sezione ritmica sosteneva al meglio gli impasti di sax, tromba e flauto, concedendo ampio spazio alle notevolissime qualità solistiche di tutte e tre le musiciste. La presenza dei flauti imprime al gruppo una sonorità particolare, che risalta nelle composizioni originali del leader, che a tratti richiamano atmosfere vicine ad alcune proposte di Dave Holland.

Il quartetto Big Four, costituito dal sax alto Julien Soro (con Stephan Caracci al vibrafono, Fabien Debellefontaine al sousafono e Rafael Koerner alla batteria) ha mostrato una notevole coesione, e una lucida progettualità che girava intorno a metriche complesse e a concezioni threadgilliane, con impasti timbrici giocati sulle sonorità brillanti del vibrafono e sui soffi bruniti dell'ottone, mentre la batteria sosteneva la complessità ritmica e il leader si produceva in assolo energici e complessi a un tempo. Composizioni originali (tra cui la pregevole Land and Freedom, dedicata all'omonimo film di Ken Loach), uno splendido brano di John Hollenbeck, e notevoli doti tecniche di tutti i componenti del quartetto, per un set davvero riuscito.

Tra le iniziative che il festival ha condotto in collaborazione col Museion, la visita guidata dal direttore Letizia Ragaglia alla esposizione dell'artista Tatiana Trouvé, nell'occasione della quale ha suonato Fanny Lasfargues, che si è prodotta intorno all'opera dell'artista con la sua chitarra basso e l'uso di numerosi effetti delle improvvisazioni informali, elaborando suoni adeguati all'ambientazione.

Il gruppo di punta del collettivo Coax, denominato Radiation 10 (Fidel Fourneyron-trombone, Aymeric Avice-tromba, Hugues Mayot-sax tenore, Benjamin Flament-vibrafono, Bruno Ruder-piano elettrico, Clement Janinet-violino, Joachim Florent-contrabbasso, Emmanuel Scarpa-batteria, Julien Desprez-chitarra) è una compagine senza direttore, di notevoli potenzialità, che a Bolzano ha forse risentito di uno spazio all'aperto non particolarmente adatto alla concentrazione che la loro musica richiede, avanguardistica e rigorosamente austera, con poche concessioni all'ascoltatore. Musica corale, nella quale nessun solista tende ad emergere, dove le parti scritte si amalgamavano a quelle collettivamente improvvisate, e che ha preso una piega più comunicativa solo nel bis, ritmico e dinamico.

Nella cornice suggestiva dell'altopiano del Renon, all'interno del verdissimo giardino fiorito dell'Hotel Holzner, il trio dei MeTal-O-PHoNe (i già citati Flament al vibrafono e Florent al contrabbasso insieme al batterista Elie Duris) ha convinto per una progettualità sopraffina, che coniugava una verve contrabbassistica di eccezionale livello le con sonorità inusuali del vibrafono elettrico con l'applicazione di effetti elettronici, dai suoni distorti che lo avvicinavano a un Fender Rhodes. Composizioni originali cacissime, giusto equilibrio tra parti scritte e improvvisazione, metriche complesse e arrangiamenti calibrati per una delle migliori proposte tra quelle ascoltate da chi scrive.

Ping Machine è una big band di ben quindici elementi (giusto citarli tutti: Frédéric Maurin-chitarra, composizioni e direzione; Bastien Ballaz-trombone, Didier Havet-tuba e trombone; Stephan Caracci-vibrafono e percussioni; Guillaume Christophel-sax baritono e clarinetto; Andrew Crocker, Quentin Ghomari, Fabien Norbert-tromba; Jean Michel Couchet-sax soprano e alto; Fabien Debellefontaine-sax alto, clarinetto e flauto; Florent Dupuit-sax tenore e flauti; Paul Lay-pianoforte, piano elettrico; Rafael Koerner-batteria; Raphael Schwab-contrabbasso; Julien Soro-sax tenore e clarinetto). Formazione esistente da un decennio, con un cd live del 2013 («Encore») l'orchestra ha suonato a Bolzano tre lunghe composizioni (Encore, Grrr e Trona), un jazz avanzatissimo e allo stesso tempo collegato ai binari del jazz d'oggi per big band, convincendo per qualità delle composizioni, arrangiamenti, ricchezza esecutiva, colore. Una musica costruita nei minimi particolari ma comunque spontanea e fresca, con un bel senso del collettivo, e spazio per numerosi assolo di grande valore.

La splendida collocazione della Cantina Merano di Marlengo, struttura di moderna concezione ospitata da locali di elevata qualità architettonica, ha ospitato la musica di quattro quinti del quintetto Papanosh (Raphael Quenehen-sax alto e sopranino; Quentin Ghomari-tromba; Thibault Cellier-contrabbasso e Lérémie Piazza-batteria) che, privi per l'occasione del pianista, hanno suonato un repertorio gradevole e adatto all'occasione (tra cui So Long Eric e Jelly Roll di Mingus, La Pasionaria di Haden) con buon affiatamento, mentre in precedenza, nel corso di una visita guidata alla cantina, ne avevano sonorizzato i meandri con brevi performance in solo, in duo o in gruppo.

Now vs Now (Jason Lindner-pianoforte e tastiere, Andreou Panagiotis-basso, Justin Tyson-batteria) è il progetto elettronico del pianista statunitense, che lo definisce "a progressive-electro-jazz-rock trio". La formazione iniziale vedeva Mark Guiliana alla batteria, in questo tour europeo rimpiazzato da un giovanissimo batterista neroamericano. La formula del gruppo (oggi al secondo cd, «Earth Analog», dopo l'esordio nel 2009), rimane tuttavia invariata, mescolando con la capace regia del leader innumerevoli influenze, tutte all'insegna di una concezione ritmica complessa ma contagiosa e coinvolgente, che ha la grande ed encomiabile capacità di avvicinare nuovo pubblico, specialmente giovanile, al jazz. La perizia di Lindner nel controllare con naturalezza il piano elettrico e i synth che affianca al pianoforte trovano in Panagiotis un partner ideale, che al basso elettrico è dotato di una tecnica personale e creativa, e interviene anche vocalmente con sapide incursioni di carattere etnico e con tala ritmici. Dopo l'esecuzione di alcuni brani del nuovo cd, il trio ha ospitato il rapper Baba Israel, che ha impresso alla musica una impronta più marcatamente hip hop, proseguita fino al termine del lungo (e applaudito, e danzato) concerto.

Per la prima volta il festival altoatesino, quest'anno, è uscito dai propri confini. L'occasione è stata data dalla ricorrenza del centenario della Prima guerra mondiale, che è stato commemorato a Luserna, minuscolo comune del Trentino, ultima isola linguistica cimbra, primo paese (allora apparteneva all'Impero Austroungarico) bombardato dall'Italia. Per ricordare quei tristi giorni, e rimarcare l'assurdità di ogni guerra, sono state commissionate a tre musicisti (il pianista Christian Wegscheider, il contrabbassista Klaus Telfser e il vibrafonista Mirko Pedrotti) altrettante composizioni, che si intrecciavano con letture sceniche di testi legati al tema. I tre, affiancati da Martin Ohrwalder alla tromba, Helga Plankensteiner al sax baritono e Matteo Giordani alla batteria, hanno eseguito le complesse partiture con professionalità e convinzione, esprimendosi in un jazz contemporaneo che lasciava spazio all'improvvisazione e dava spazio alle letture dei testi inglobandole nel disegno compositivo.

La chiusura del festival (che ha presentato una quantità di ulteriori eventi in contemporanea in altre piazze del territorio) è stata affidata, presso lo Stabilimento battipista di Vipiteno, al duo tra Chick Corea e Stanley Clarke. Accolti da un interminabile applauso dal foltissimo pubblico intervenuto, i due storici partner, sorridenti, loquaci, divertiti e rilassati, hanno riproposto senza risparmiarsi, oltre ad alcuni standard come il billevansiano Waltz For Debby, una lunga serie di loro noti notissimi successi (Sometime Ago/La Fiesta, Light As A Feather, Romantic Warrior, Armando's Rhumba, La cancion de Sofia, No Mistery), in versioni acustiche che ne hanno restituito tutte le qualità, grazie al suono preciso e cristallino di Corea e al sempre sorprendente virtuosismo di Clarke, oltre all'ovvio totale affiatamento tra loro. Ciascuno, verso la fine del concerto, si è ritagliato uno spazio in solitudine, più riuscito quello del pianista che ha eseguito un brano di Scriabin, mentre il contrabbassista è apparso in alcuni momenti del solo meno convincente.






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Data pubblicazione: 20/07/2014

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