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Parma Jazz Frontiere di Marco Buttafuoco A distanza di ben 45 dall' uscita de "Il popolo del blues", un testo che rivoluzionò a suo tempo il modo di guardare alla storia della musica afro-nord americana, Amiri Baraka /Leroi Jones continua ad essere al centro della discussione artistica e storica sul jazz, sulla negritudine, sull' arte e l' impegno civile. Anche perché l' età (74 anni) non ha affatto né rallentato l' attività poliedrica né diluito l'ardore rivoluzionario di Amiri, che continua a girare il mondo per denunciare la politica americana e la condizione del suo popolo nella società statunitense.
Accanto a loro un duo di musicisti come William Parker e Dave Burrell. Semplicemente il meglio dell' avanguardia newyorkese. I due non si sono però avventurati, se non nella parte finale, sul terreno dell' informalità e della sperimentazione, del free jazz. Hanno suonato anzi brani conosciuti e noti in maniera molto tradizionale. "Night in Tunisia" suonava antica, come un vecchio rag time, colonna sonora di qualche club di Harlem o di Chicago dell' inizio del ventesimo secolo. Nelle parole infuocate dei due poeti, nel loro modo di porgere il testo al pubblico c'era in realtà tutta intera la tradizione nero americana. Soprattutto quella della chiesa. Le parole di Amiri e Amina sembravano sempre sconfinare nel canto, come i sermoni dei predicatori debordano nel gospel. C'era sacralità e vita quotidiana nelle due voci e nelle musiche del duo, un urlo rabbioso ed una preghiera, ansia di cambiamento sociale e amore sconfinato per la tradizione, denuncia aspra e malinconia. D'altronde, aveva affermato lo stesso Baraka presentando la sera prima la sua performance e la sua concezione dell' arte "il vero nucleo costitutivo della identità afro-americana è la musica". Senza di essa non si da conoscenza dell'anima dei discendenti degli schiavi deportati dall' Africa. E la musica ha sottolineato qualsiasi passaggio della loro storia: dai canti di lavoro, alla musica corale religiosa, al blues, che segnò il passaggio dalla condizioni di schiavi a quella di proletari urbani e rurali, fino al rap che è l' espressione della vita di oggi. Certo è mancato, non poteva essere diversamente, un elemento essenziale
della espressività afro-americana: la corrispondenza, l' interazione fra artista
e pubblico, fra chi parla ed ascolta. Ascoltavi Amiri e pensavi al Malcom
X interpretato da Denzel Whashington, a quegli infiammati sermoni punteggiati
dai commenti dei presenti, che quasi ne scandivano il ritmo. Pensavi anche, perché
no, al
James Brown predicatore nei "Blues Brothers". Baraka,
è un grande estimatore di Brown. Eravamo tutti attenti e coinvolti, appassionati
anche, ma i versi di Amiri erano qualcosa di altro, di molto diverso rispetto al
nostro modo di ascoltare, di rapportarci ad un evento artistico. L'eterno, affascinante
problema, di cosa siano il jazz ed il blues, di quanto i linguaggi afro americani
siano o possano essere linguaggi universali. Di quali frutti siano germogliati da
quelle radici profonde. E' finita però con Baraka a parlare con il pubblico
ed a vendere libri ed opuscoli autoprodotti (L' establishment culturale USA non
lo ama certo particolarmente) e con i musicisti che parlavano con i presenti. La sera prima, davanti allo stesso Baraka, due eminenti americanisti italiani, Franco Minganti e Giorgio Rimondi, avevano presentato un volume a lui dedicato. Un libro dalla struttura un po' insolita: la prima parte dedicata ad una serie di saggi sul già Leroi Jones,, sulla sua inquieta ed a volte incoerente avventura intellettuale. Esponente dell' avanguardia letteraria prima, poi militante dei gruppi radicali degli anni 60 nero, poi musulmano (il suo nome attuale deriva da quel periodo poi superato) ed in ultimo marxista leninista. Oltrechè ovviamente critico insigne di jazz, poeta, narratore, drammaturgo. Un incrocio frenetico di esperienze, un ansia continua di strade nuove che partano sempre però da un punto preciso: dall' esperienza sociale ed artistica di quei milioni di donne ed uomini sradicati a forza dalla loro terra d' origine e scaraventati in un mondo nuovo ed incomprensibile, ostile. La seconda parte presenta invece scritti inediti di Amiri. Racconti come "The screamer", scritti come un lungo assolo di un sax, quasi con piglio coltraniano. Squarci autobiografici, poesie intrise di feroce tenerezza, abbaglianti bagliori critici sul jazz e sulla sua vicenda. Difficile cogliere il meglio in una proposta tanto ricca e quasi debordante. Probabilmente bisognerebbe leggere il libro partendo proprio dalla seconda parte. Lasciarsi trascinare dalla corrente, commuoversi sul bellissimo epitaffio che Baraka dedica a Miles, sentirlo raccontare la musica di Ellington, Ornette, Monk, Sun Ra, Coltrane. Immergersi nell'atmosfera densa del locale in cui si agitano i suoi screamers ed uscire con loro in processione danzante sulle strade del ghetto, Ascoltare i suoi ricordi su Mingus (la pagina di Baraka va ascoltata come una musica). Seguire il suo lucidissimo ragionamento sui nessi che collegano James Brown e il R&B al gospel ed al free jazz, i trombettisti di New Orleans a Dizzy. Per immergersi poi nel vasto paesaggio critico tratteggiato dagli autori dei saggi. Approfondite riflessioni che mettono in luce anche i limiti del personaggio: l'incoerenza, l' arroccamento in un nazionalismo culturale non sempre produttivo, una certa contraddittoria misoginia. Fra di esse, ma per soli motivi di spazio, cito il saggio di G. Cane dedicato alla diffusione in Italia de "Il popolo del Blues" (ed allo stato attuale del jazz)e il glossario Barakiano di Giorgio Rimondi. In ogni caso di Baraka, non si può fare a meno se si vuole capire come e quanto la musica afro americana sia espressione di una vicenda storica lunga, complessa, drammatica ed affascinante. Non si può fare a meno di leggere "Il popolo del Blues". Non si possono non fare i conti con la sua voce libera ed aspra, anche se spesso il suo concetto, molto totalizzante ed assoluto, di negritudine non può essere completamente condiviso Amiri Baraka reciting Lowku
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