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The Brass Group

ASSOCIAZIONE SICILIANA PER LA MUSICA DEL NOVECENTO
Direzione Artistica: Ignazio Garsia
Musiche del nostro tempo – estate 2004
di Antonio Terzo
foto Lucio Forte per conto del Brass Group

Sempre attento pure alle tendenze più originali che lo spirito coevo esprime, anche quest'anno il Brass Group di Palermo - Associazione Siciliana per la Musica del Novecento ha proposto la propria stagione Musiche del nostro tempo - estate 2004.

Inaugura la rassegna il 18 giugno l'ormai noto Francesco Cafiso, quindicenne sassofonista ragusano di Vittoria, pupillo di Wynton Marsalis e corsiero della scuderia Umbria Jazz che ormai non manca più alcun appuntamento jazz-festivaliero che si rispetti. Sebbene ancora un po' di maniera, il suo periodare si avvale di un fluido lessico in stile prevalentemente bebop, degno di un jazzista navigato, le cui evoluzioni tecniche lasciano totalmente senza fiato gli ascoltatori, specie se per la prima volta. Così nell'iniziale All Blues, in cui il suo straripante flusso sonoro viene quasi controbilanciato da un solo pianistico semplice ed essenziale ad opera di Riccardo Arrighini, che il giovane leader segue chinato ad altezza di tastiera. Particolarmente coinvolgente l'esecuzione di Estate in duo piano-sax, una bossa lenta e sfumata che centra perfettamente il mood dell'intramontabile song di Bruno Martino, molto articolato il soliloquio del pianista, romantico e mosso al contempo, e sul finale Cafiso, più denso, fa emergere a tratti una certa personalità lirica, per terminare con una divagazione che sprigiona ancora biscrome a profusione. Molti i riferimenti al bebop più classico di Bird e Gillespie, spruzzi di note animano il contrabbasso di Aldo Zunino, il cui contrappunto è appena appoggiato sui fruscii di Stefano Bagnoli, sapientemente alternati a brevi ma intensamente efficaci pause, che sfociano negli scambi di quattro chorus fra il saxplayer ed i suoi musicisti. Oltre alla davisiana Solar, sul finale segnaliamo Footprints, in punta di tasti come richiede l'originale, delicato l'intervento del piano, ed una travolgente Cherokee zeppa di citazioni, da Stardust ad Ornithology, che chiude in scioltezza la brillante prima stagionale.

Certamente più intimo il concerto che la vocalist Patti Austin ha regalato il 21 giugno accompagnata da un'Orchestra Jazz Siciliana in grande spolvero: staccato un blues in tonalità minore, il direttore Gaetano Randazzo introduce la protagonista, indole swing ed estensione stirata ma mai in falsetto, nonostante Too close for comfort proceda ben tre volte per modulazioni ascendenti. Incentrato su For Ella, uno dei suoi ultimi dischi, lo spettacolo vuole essere tributo alla Fitzgerald, e prosegue con Honeysuckle Rose, incipit dondolato del contrabbasso di Costa che accompagna la Austin in connubio con un armonioso Urso alla batteria, prima che il piano di Riccardo Randisi preluda all'ingresso di tutta la sezione fiati. Dopo una bluesy My love is here to stay in cui protagonista diviene il flicorno di Vito Giordano, la Austin sciorina molte delle tracce del disco, Mr. Paganini, A tisket a tasket, cavallo di battaglia di Ella qui reso ballabile ed ironico grazie ad uno scherzoso scambio fra la cantante e gli archi estemporaneamente trasformati in coro vocale, But not for me, una splendida interpretazione di The man I love, con sentita esposizione del piano e platea che indugia in un lungo applauso commuovendo la già tesa interprete newyorkese, How high the moon, con enfasi strumentale per l'elegante ed articolato scat al raddoppio del timing, mentre l'O.J.S. sfocia in Ornithology, in un sorprendente medley architettato dal conduttore Randazzo. Più malinconica She's unable to lunch today che attinge alla tradizione gospel, ben sorretto dal piano e da languidi violini, dove la voce si inerpica in acute variazioni che creano una tensione tale da indurre al silenzio più totale per tutto il brano. Infine un original scritto da Patrick Williams, Hearing Ella Sing, con la Austin che tocca davvero l'intimo e porta gli spettatori ad insistere per un fuori-programma, inducendola ad un'ultima uscita.

Confidenziale e spiccatamente ironica la serata scacciapensieri di Nicola Arigliano (29 giugno) con I swing ancora!, carrellata di pietre miliari della musica italiana dagli anni '20 agli anni '60. Apertura con On the sunny side of the street, nel tipico piglio swing del "crooner di Squinzano", cui segue Marilù, l'arzillo ultra-ottantenne ad incitare i suoi all'improvvisazione al grido di "Go Men!", faccia caratteristica e battuta sempre pronta: "Salutam'a soreta!", poi il Pinguino innamorato, delizioso motivetto parodistico, Buonasera Signorina, di cui dimentica le parole – e non sarà l'unica volta –, Black Coffee, blues che sul pregevole tocco di Vannucchi accende il ritmo dei presenti. "Ha improvvisato per noi Antonello Vannucchi al piano, Elio Tatti con l'archetto… Hai dimenticato l'archetto? Le bacchette di Giampaolo Ascolese" è il tormentone con il quale conclude quasi ogni brano, sorta di esilarante refrain. Costituita da un trio di preziosi musicisti, la band lo coccola, pronta a proteggerlo nelle sue defaillances, che colorano ancor più di simpatia i suoi concerti e per nulla intaccano la sua musicalità, rimasta quella del ragazzino che girava per Milano con una cesta a custodia di sax e batteria e tantissima voglia di comunicare attraverso la musica. Brevissima Venti chilometri al giorno, poi Ogni volta, con quel malizioso ed innocente doppio senso d'altri tempi che lascia in bocca un sapore piccante e nostalgico insieme, quindi Avanti Biagio, Bombolo, Ziki paki ziki pu, Ludovico ("Questa la cantavano nel '20, io non ero nato", brusio in sala, e lui replica: "sono del '23, 6 dicembre del 1923!"), Baby kiss me, But not for me, per la quale invita una coppia a ballare sulla pedana "Vieni con la tua fidanzata. Non ne hai? E pigliatene una!". E finalmente, a raccogliere l'insolita proposta Manuela e Michele si producono in un pertinente scambio di passi sulla melodia gershwiniana. E poi altri cavalli di battaglia: Sixteen tons, l'intramontabile Maramao, Amorevole, delicatissima con un fil di voce, la pulsante The Lady is a Tramp. Fuori programma il piano solo di Vannucchi, e seppure il concerto terminerebbe con I sing ammore a suon di rumba e l'immancabile Arrivederci per congedarsi dal caloroso pubblico, questo non vuol però saperne di lasciare il proprio beniamino e così si continua con My wonderful bambina e Questione di tempo, improvvisato su richiesta e "swingato" da vero crooner. Cuore, trascinante simpatia e soprattutto voglia di suonare e cantare per il semplice piacere di farlo: ne discende una vitalità da far invidia a tanti giovincelli che si sentono ormai affermati.

A parte il mancato concerto del trombettista Terence Blanchard – ufficialmente rimasto a terra insieme al suo sassofonista – la cui serata è stata stoicamente sostenuta da quel che restava del quintetto (Lionel Loueke chitarra, Aaron Parks piano, Derrick Hodge contrabbasso, Kendrick Scott batteria), non bastevole, tuttavia, a far superare la delusione per l'assenza del jazzista di New Orleans, due sono stati i concerti fuori abbonamento: Nils Petter Molvaer (1 luglio) e Dee Dee Bridgewater (16 luglio). Diamo conto del primo, Nordic Landscape, vera sorpresa sotto l'aspetto progettuale, che riesce a combinare musicalmente ritmi dub dei musicisti (Jan Bang al sax, Staale Storlokken alle tastiere, Rune Arnesen alla batteria) ed i loops campionati della consolle (DJ "Strangefruit" Paal Nyhus) alle sonorità evocative della sua tromba, dando vita ad uno spettro sonoro che si rifrange dal pop al rock, dal funk al moderno chill. Suoni e bisbigli all'imboccatura della strumento aprono il concerto del musicista norvegese che utilizzando il microfono ed il riverbero riesce subito a catturare l'attenzione degli astanti. Suggestioni elettro-tubolari fanno da sfondo agli intensi sostenuti del leader, onde sinusoidali e pattern dissonanti provengono da non meglio identificati sintetizzatori, mentre i samples riproducono nebulose radiofrequenze – provocatoriamente, perfino uno spot propagandistico di Bush: l'amalgama che ne scaturisce avvolge palco e platea in un tutt'uno. Interessanti anche i suoni sdoppiati su intervalli di terze e quarte che si propagano dal suo strumento grazie all'ausilio di un'effettistica controllata dal vivo, presumibilmente tramite "harmonizer". Di seguito s'avvia un pedale campionato di basso elettrico, tempo largo a sostenere le ampie volute melodiche del nostro che articola temi semplici ma penetranti, ipnotici, le cui commistioni vagamente ricordano il jazz-rock dell'ultimo Miles Davis – se non fosse per l'ineguagliata dotazione tecnico-espressiva del "nume nero" – o, per i più navigati, certe bifonie di cui Jon Hassell fu precursore: brani tratti dal repertorio del nordico jazzista, Khmer, Solid Ether, Kakonita, Vilderness, concatenati l'uno all'altro in continuità. A lungo applaudito, alla fine Molvaer si convince a regalare una Nature Boy spoglia d'effetti ed accompagnamenti, surreale ma pure d'intonazione incerta. Una musica coinvolgente ed emotiva, la sua, che tuttavia lascia perplessi per la prevalenza dei dispositivi tecnologici sulla tecnica strumentale.

Finale tutto al femminile con la pugliese Amalia Grè (9 luglio) ed il trio di Diane Schuur (quest'ultimo esibitosi presso il Teatro Golden di Palermo il 13 luglio). Accompagnata da un rodato sestetto – Michele Ranauro piano e tastiere, Tsuyoshi Niwa al sax, Yoshiki Miura alla chitarra, Marco De Filippis al basso, Reese Carr batteria e djembèla Grè porta in scena il concerto Io cammino di notte da sola, brano che dà titolo anche al disco, di cui lei stessa è autrice. Vocalista dalle corde sinuose e filiformi, rilevante carriera di soggettista e scenografa all'attivo, la sua studiata performance cattura per ricercate movenze ed espedienti scenici, ma la musica – comunque buona – volge più al pop d'atmosfera che non al jazz. La poliedrica artista, siede al piano per Motherless child, uno alla volta la raggiungono i musicisti, e, dopo aver ceduto il posto al tastierista, la Grè tende un sottile falsetto. Pur originale, la sua interpretazione di Estate, con adattamento forse troppo ritmico, perde la carica emotiva del tema originario, sebbene l'uditorio sembri apprezzare. Più autentica invece l'esecuzione di Do you know where you are going to? (celebre la versione di Diana Ross), intro del sax soprano ed arrangiamento fedele all'originale, così come ben riuscito è anche Moon River, coinvolgente nella sua particolarissima rivisitazione orientaleggiante, minimali le tinte del piano che poi si lancia in diradate screziature jazzistiche, con la Grè che estrinseca tutta la sua sofisticata vocalità. Stridenti invece le parole del pezzo portante di disco e concerto, Io cammino di notte da sola, suggestiva la musica quasi appesa all'aria. Dopo il beat funky di Sogno, ancora Happiness cui unico difetto è quello di non trovare rispondenza del decantato sentimento nella seriosa mimica dell'interprete pugliese, interessante The man I love, fra l'etnico ed il melodico con impalpabili vocalizzi, I need a crown, molto mediterranea introdotta alla chitarra: la Grè si porta al djembè e gli strumentisti uno ad uno vanno via di scena lasciando solo il basilare batterista-percussionista che, preso il posto della leader, ne accompagna l'uscita. Conquistati, gli intervenuti richiedono il bis, puntualmente esaudito con Raggio di Sole di De Gregori e Autumn Leaves, in bell'assolo del piano.

Ultimo fra quelli seguiti, il concerto di Diane Schuur, cantante e pianista dalle indiscusse doti musicali la cui espressività vocale le ha permesso, nel corso di una precoce e lunga carriera, di provarsi con vari generi della musica americana, dal blues al pop, dal soul al jazz. Fa il suo ingresso accolta da scroscianti applausi ancor prima che abbia toccato il piano, emozione anticipatrice di quello che sarà il concerto, avviato da Come back, baby come back, tra i blues più eseguiti del genere, con voce scattante e soffusa, matura nell'esperienza ma capace di insospettabili acuti ora come sempre, scortata da un robusto solo al sax tenore di Patrick Lamb. Una riflessiva introduzione per The man I love, per la quale esplode un sentito applauso a scena aperta: raffinata l'armonizzazione prettamente jazz, ricettivi i compagni di viaggio, limpida l'intonazione. E ancora East the sun and west the moon, sul propulsivo ritmo del drummer Reginald Jackson, quindi When October goes, una swingante It don't mean a thing per movimentare il teatro, guarnito dai fraseggi dell'infaticabile sax e dal dinamismo della batteria incentrato sui colori, prima appena accennata, poi in crescendo sul rullante, fino ad esplodere un misuratissimo assolo nei colpi sui tom ed i vibrati dei piatti. Nonostante qualche fastidio alla gola, lenito da un sorso d'acqua e qualche caramella, la singer di Seattle inanella una serie di splendidi momenti di grande musica, Autumn Leaves, What are you doing the rest of your life, standard struggente che la nostra, modulando dal registro grave al suo particolare falsetto di testa, rende unico e toccante, diventando invece ironica in Midnight, che titola il cd (prodotto da Barry Manilow, pure co-autore di gran parte dei pezzi), quindi I love you, sospinta dallo swing staccato del contrabbasso (Scott Steed), What a difference a day makes (di Grever e Adams, portata al successo da Dinah Washington), Unforgettable (Nat King Cole), per finire con Louisiana Sunday Afternoon, accompagnata dal ritmico battimani del variegato pubblico. Affetto che Deedles, come la chiamano gli amici, ricambia facendosi scortare fino al centro del palco, lontana dallo scudo del suo piano, per intonare in piedi "a cappella" Somewhere Over the rainbow, vibra silenziosa tutta la hall, mentre i flash si affannano a fissare questo indimenticabile frangente di sensibilità artistica, nel ricordo di tutti i testimoni.

Per completezza, il cartellone ha ospitato anche Ana Salazar e lo spettacolo Songs for Camilleri di Marco Betta, tromba solista Vito Giordano accompagnata dall'O.J.S. e dall'Ensemble "Franco Ferrara", direttore Carmelo Caruso.





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Data pubblicazione: 22/10/2004

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