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Perscara Jazz 2004
di Alceste Ayroldi

Pescara jazz è giunto alla 32ma edizione. La rassegna pescarese ha visto, nel corso dei trentacinque anni, esibirsi i più grandi musicisti della storia della musica jazz: da Miles Davis a Charles Mingus, da Chet Baker a Sarah Vaughan.

Il programma di quest'anno era piuttosto articolato e suddiviso in due parti, una prima dal 10 al 13 luglio, nominata Jazz n' town, con Daniele Szabo solo, Raffaele Pallozzi quartet, Marco Di Battista five, Tres, la Baracca Big Band.

La seconda parte, quella tenutasi presso il teatro-monumento D'Annunzio dal 14 al 18 luglio, prevedeva: Pat Metheny trio, Burt Bacharach, Sergio Cammariere Jazz!!! (sic), Joe Lovano quartet, Toots Thielemans quartet, quintetto Enrico Rava, Francesco Cafiso & James Williams trio. Un programma sicuramente molto variegato, fin troppo.

La rassegna internazionale apre con il Pat Metheny trio, con Christian McBride al contrabbasso e Antonio Sanchez alla batteria. Il teatro è stracolmo ed in trepida attesa. Metheny suona da solo per circa quaranta minuti, regalando momenti emozionanti: trae spunto dal suo ultimo album "One quite night" e le esecuzioni sia con la chitarra baritono (Last train home, Don't Know why nonché una "chicca", la travolgente versione di This is not america) sia con la Picasso guitar, sono deliziose.

Le esecuzioni in trio, però, non convincono pienamente, e non per colpa di Metheny che ci mette il cuore come al solito, ma per l'eccessiva leziosità di Sanchez e per le cavate troppo robuste di McBride che si è lasciato apprezzare unicamente negli assoli di contrabbasso trattati elettronicamente.

La seconda serata ha visto in scena il grande Burt Bacharach, unico nel suo genere, ma già sono sorti i primi dubbi sulla valenza "jazz" della rassegna. Bacharach è una leggenda, ma con il jazz ha ben poco a che vedere, a parere di chi scrive.

Ad ogni buon conto, il concerto è molto bello ed è trainato dalla figura, leggendaria, dello stesso Bacharach. I momenti più intensi sono affidati alla splendida voce di John Pagano che sicuramente farà parlare di sé. Il leggendario compositore esegue molti medley, d'altro canto sarebbe stato impossibile far ascoltare tutti i suoi brani in versione completa, anche solo quelli più famosi. E così riesce a farli ascoltare tutti, da Don't make me over a I say a little prayer, da I Never Fall In Love Again a Raindrops Keep Fallin On My Head, che esegue anche al bis coinvolgendo il pubblico, ovviamente intervenuto in massa.

Bacharach è bravissimo, dirige la "piccola orchestra" magistralmente, non si risparmia, ma la band è piuttosto opaca (eccezion fatta per Pagano): Donna Taylor (voce femminile) è parecchio sotto tono e Josie James (altra voce femminile) gorgheggia solo qualche "miagolio". Il Maestro, però, dona tutto sé stesso compensando tale gap.

La terza serata conferma i dubbi sorti con la presenza di Bacharach ad un festival jazz, poiché presentava Sergio Cammariere in Jazz!!! (i tre punti esclamativi sono stati apposti dall'organizzazione, del festival o del tour di Cammariere), ospite addirittura il più grande armonicista vivente: Toots Thielemans.

Il gruppo di Cammariere era formato da Fabrizio Bosso alla tromba, Luca Bulgarelli al contrabbasso, Amedeo Ariano alla batteria, Simone Haggiag alle percussioni, Daniele Di Bonaventura al bandoneon. Ovviamente, vista la presenza di Thielemans e la presentazione del concerto, ci si aspettava che Cammariere eseguisse un repertorio jazz, anche basato su standards, mainstreams. Niente di tutto questo: Cammariere suona Cammariere e basta! I brani sono quelli tratti da Della Pace del mare lontano che nulla hanno a che vedere con il jazz. I pochi suoni e fraseggi degni di nota, ed idonei a tenermi sveglio (a parte i gridolini di gioia di alcune giovani fans), sono stati quelli che hanno visto protagonisti Bosso e Thielemans; quest'ultimo costretto a fare da sparring partner a Cammariere. La presenza di Thielemans, piuttosto che quella di Bosso (apparso avvezzo alle canzoni di Cammariere), ha reso meno pesante una serata molto noiosa e, per certi versi, irritante.

Con la quarta serata si recupera, per così dire, il sapore di una rassegna jazz. Infatti vi è il doppio concerto con Joe Lovano quartet al primo set e Toots Thielemans quartet in secondo set.

Il quartetto di Joe Lovano vede, oltre Lovano al sax, Gorge Mraz al contrabbasso, Dennis Mackirel alla batteria ed al piano un'altra leggenda vivente: Hank Jones. Lovano, come al solito, è instancabile ed i suoi fraseggi sono sempre composti, armonici, mai elettrici. Lascia spazio, giustamente, al solo del grande Hank Jones che viaggia sui tasti con leggiadra incisività. Il quartetto suona con molta precisione e le interpretazioni sono avvolte dalla ritmica di Gorge Mraz che scandisce il tempo anche per il validissimo Mackirel. C'è spazio anche per una meravigliosa jam-session con Thielemans che seguiva dietro le quinte. Tra i due si crea una immediata sinergia che lascia senza fiato il pubblico accorso molto meno numeroso rispetto ai concerti di Cammariere e Bacharach.

Il secondo set è di Toots Thielemans che, nonostante l'età avanzata, è veramente instancabile. Il quartetto si completa con Mike Del Ferro al piano, Bart De Nolf al contrabbasso e Bruno Castellucci alla batteria.

Thielemans è semplicemente fantastico, simpatico e ciarliero. Dopo l'esecuzione di ogni brano parla un po' della sua lunghissima vita artistica e non solo.

Viaggia nel mondo del jazz attraverso delle architetture che mette di continuo in discussione così come quando esegue Summertime, sincopandola e velocizzandola rispetto allo standard. Oppure quando suona I do it for your love di Bill Evans, durante la quale il quartetto viene avvolto dal fumo sintetico che lo cala all'interno di un jazz club anni '50.

La sezione ritmica è più che valida, ma una particolare menzione va fatta a Mike Del Ferro che dialoga con dedizione ed in perfetta simbiosi con l'armonica di Thielemans. Il tributo ad Armstrong è doveroso, dice Thielemans, e nasce una poetica versione di What a wonderful world, densa ed avvolgente. Il leggendario Thielemans rimane sul palco per più di un ora, con la sua serafica tranquillità che viene diffusa dalle sue parole e dalla sua armonica che tratta come il bene più prezioso del mondo, l'accarezza e la stringe, la nasconde e la mostra.

Anche l'ultima serata si articola in due set: il primo dell'Enrico Rava quintetto ed il secondo di Francesco Cafiso originariamente previsto con il James Williams trio ma poi sostituito a causa delle condizioni di salute di James Williams. Hanno infatti suonato: Riccardo Arrighini al pianoforte, Amedeo Ronga al contrabbasso e Stefano Rapicavoli alla batteria.

Entrambe le performances sono state gradevoli. Rava, come al solito, ha regalato momenti di alta tensione musicale, passando dalle destrutturazioni di alcuni brani ad esecuzioni da manuale di altri. Splendido nello stimolare il trombone di Petrella (eccellente quest'ultimo) che a sua volta invitava l'inserimento di Rava o del piano di Andrea Pozza.

Il secondo set ha visto l'oramai ex "enfant prodige" Francesco Cafiso protagonista, come detto, con il suo trio italiano. Cafiso è giovanissimo, è sicuramente un prodigio, oramai suona sempre, tutto e con tutti. Forse un po' troppo, a mio sommesso avviso, visto che lo s'incontra ovunque. Si ha la sensazione, data la sua frequente presenza un po' ovunque, che si stia cominciando a trattarlo più come "fenomeno da baraccone" che come promessa del jazz.

Mi sembrano, in chiusura, necessarie alcune considerazioni sull'intera manifestazione e sulle scelte effettuate dall'Ente Manifestazioni Pescaresi. Purtroppo si deve stigmatizzare, come è accaduto (ed accadrà) in altri festival (o pseudo tali), una sorta di mancanza di rispetto verso chi si reca ai concerti con l'intento di ascoltare della musica dal vivo ma purtroppo, il sistema di attribuzione/vendita dei biglietti e degli abbonamenti fa sì che le prime file siano spesso occupate da persone che mostrano di essere più interessate all'apparire e...ai loro "rumorosi" colloqui al telefonino!

L a scelta degli artisti, come già accennato, non è stata consona alla tradizione pescarese. E' mancato un "imprinting": si è forse pensato di più ai nomi da "botteghino" che non ad un percorso musicale coerente.

Bella, suggestiva – sollecitante rimpianti – la mostra fotografica rievocativa del trentadue edizioni del Pescara jazz. Bei tempi, andati.





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Data pubblicazione: 19/09/2004

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