Jazzitalia - Live: Roma Jazz Festival 2017 - 'Jazz is my Religion'
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Roma Jazz Festival 2017

"Jazz is my Religion"
Lydian Sound Orchestra special guest Jeremy Pelt - "To Be Or Not To Bop"
Kenny Barron, Dado Moroni, Cyrus Chestnut e Danny Grissett - "Four By Monk By Four"
Roma, Auditorium Parco della Musica - 15/20 novembre 2017
di Roberto Biasco

"Jazz Is My Religion" è il titolo del Roma Jazz Festival di quest'anno, che prende le mosse da una combinazione di illustri anniversari, il centenario della nascita di Dizzy Gillespie, di Thelonious Monk e di Ella Fitzgerald, nonché il cinquantenario della scomparsa di John Coltrane, non a caso contornati da un'aureola nel logo della locandina degli eventi. Il rapporto tra musica jazz e spiritualità in senso lato è il filo rosso della rassegna, come ben argomentato nella "Lezione di Jazz" a cura di Stefano Zenni inserita a corollario della rassegna. Non stupisce più di tanto il fatto che esista davvero in California una chiesa intitolata al culto di John Coltrane. In una logica più laica e disincantata, bisogna ammettere che il jazz, nella sin troppo fervida ed autoreferenziale immaginazione dei melomani, si trasforma spesso in una sorta di "Santeria", all'interno della quale ognuno può creare, disfare e ricreare in il proprio intoccabile Pantheon, laddove si contemplano le gesta e gli atti (i dischi!) degli apostoli del jazz.

Molto ricco, come sempre il calendario di quest'anno, che ha proposto tra gli altri i nomi illustri di Chick Corea e Steve Gadd, Mulatu Astake, Omar Sosa & Seckou Keita, Fabrizio Bosso Spiritual Trio, Francesco Bearzatti Trio ed in chiusura la New Talents Jazz Orchestra diretta da Mario Corvini, impegnata nel "Sacred Concert" di Duke Ellington, affiancata dal Coro del Conservatorio di S. Cecilia, diretto da Rita Marcotulli. Oltre alle tradizionali sale dell'Auditorium Parco della Musica, alcuni concerti sono stati delocalizzati negli spazi più intimi della Casa del Jazz, nella sala Alcazar di Trastevere, ed in altri luoghi-simbolo della città.
Ci soffermiamo qui su due tra le più significative serate del festival.

All'interno del cartellone, abbiamo avuto modo di seguire in particolare due concerti. Il 15 novembre, presso il Teatro Studio dell'Auditorium Parco della Musica, la Lydian Sound Orchestra con special guest Jeremy Pelt ha omaggiato Dizzy Gillespie con il concerto dal titolo "To Be or not to Bop", titolo anche dell'autobiografia del trombettista della Carolina del Sud. L'orchestra, diretta da Ricardo Brazzale, nella sua ormai quasi trentennale esperienza, si è sempre distinta per il suo approccio originale caratterizzato da un organico assai peculiare, nel quale la presenza di bassotuba e corno inglese richiamano i fasti della "Tuba Band" di Gil Evans, mentre il riferimento al Lydyan Chromatic Method di Gunther Schuller ci porta dritti verso l'esperienza di arrangiamento e direzione del grande George Russell. Questi fondamentali riferimenti storici vengono elaborati ed attualizzati con una sensibilità del tutto moderna ed originale. In questo contesto - l'omaggio al grande Dizzy Gillespie - gli arrangiamenti proposti, pur rispettando lo spirito e la sostanza della grande tradizione boppistica, hanno ancora una volta evidenziato l'attualità e l'originalità dell'approccio "asimmetrico" proposto da Brazzale e dalla Lydian, che, forte delle capacità dei suoi solisti, si esprime in un ambito che potremmo definire "intermedio" tra la libertà e flessibilità un ensemble allargato ed il rigore formale di una big band tradizionale.
La serata si apre con una rivisitazione dei classici del bop, omaggiando oltre che Gillespie (Ow!), anche Monk, con una intrigante rivisitazione della sua "Blue Monk". Tra un brano e l'altro, la voce narrante dell'attore Franco Cesarini ci propone una serie di gustosi aneddoti estratti dall'autobiografia di Dizzy Gillespie. L'ironia, la vivace intelligenza, la "schiena dritta" del grande Dizzy, escono fuori con prepotenza, assieme a quella ineffabile capacità di fare, scherzando, cose serissime.Anche il programma politico in dieci punti, elaborato quasi per scherzo nella improbabile campagna elettorale "Dizzy for President!" del 1963, e qui riproposti, mantengono purtroppo, ad oltre mezzo secolo di distanza, in piena epoca Trump, una loro tragicomica validità! Uguaglianza, pace, amore per la cultura e rispetto dei diritti civili sembrano oggi arretrare giorno dopo giorno.

L'entrata in campo della "guest star" Jeremy Pelt dà il colpo d'ala alla serata. La definizione di "talento emergente" per il quarantunenne trombettista californiano è ormai del tutto superata e fuorviante. Un attacco preciso e tagliente, un fraseggio impeccabile, una voce forte, perfettamente riconoscibile, che può spaziare tra tutte le sfumature, dal pieno e rotondo al soffiato e sussurrato, giocando a piacimento con tutta la tavolozza dei colori espressivi, con una sicurezza ed una autorevolezza che non lasciano dubbi sulla sua definitiva maturazione artistica. Una cifra stilistica, a voler essere pedanti, forse più vicina ad un Clifford Brown che a Dizzy Gillespie, ma trattasi di dettagli che non cambiano la sostanza dell'offerta musicale. I classici si susseguono uno dopo l'altro - Hot House, Groovin' High, Salt Peanuts – fino all'immancabile "A Night in Tunisia", brillantemente riproposta con un arrangiamento, che, mantenendo inalterato l'impatto ritmico originale, mescola brillantemente le carte tra gli assolo dei singoli ed i movimenti della sezione dei fiati, creando singolari duelli tra sax e ottoni.

Tutti indistintamente bravissimi i solisti, con una particolare menzione per il gustoso duetto tra la tromba di Gianluca Carollo ed il trombone Roberto Rossi. Eccellenti le due ance, Rossano Emili al baritono e Mauro Negri al sax tenore e clarinetto, così come gli ottoni di Giovanno Hoffer al corno inglese e Glauco Benedetti al bassotuba. Paolo Birro al piano, Marc Abrams al basso e Maro Beggio alla batteria formano una sezione ritmica di gran classe.
Gran finale: tutti aspettano Jeremy Pelt al varco, in trepida attesa dell'acuto di Dizzy sulla cadenza finale di "A Night in Tunisia"; invece il direttore e la Lydian spiazzano ancora una volta gli ascoltatori: l'assolo, ed il relativo "acuto", sono affidati (con buona pace degli astanti) al bassotuba di Glauco Benedetti!
Nel corso del bis, Riccardo Brazzale, ricordando giustamente anche il decennale della scomparsa del grande Max Roach, propone una composizione del famoso bandleader, impreziosita dalla voce della promettente Vivian Grillo.

Il 20 novembre, presso la Sala Petrassi dell'Auditorium Parco della Musica è stata invece la volta del concerto "Four By Monk By Four" che ha visto sullo stesso palco Kenny Barron, Dado Moroni, Cyrus Chestnut e Danny Grissett. Due enormi Steinway a gran coda troneggiano, affiancati uno di fronte all'altro al centro del palco, quasi un gigantesco mostro bifronte a sei zampe, con le "orecchie" alzate, pronto a divorare i quattro cavalieri dell'apocalisse, che, uno per volta o affiancati, dovranno affrontare i denti d'avorio delle tastiere. Ma i quattro cavalieri senza macchia e senza paura, da sempre devoti al culto di Thelonious Monk, non si faranno davvero intimorire.
Quattro musicisti di generazioni diverse, ma accomunati da una comune estrazione culturale, riferibile alla grande tradizione boppistica - o per meglio dire "post-bop" - tenuto conto di quanto l'etichetta sia più che altro una scorciatoia per tentare di definire un ambito musicale assai complesso e variegato.
Kenny Barron, classe 1943, è senza dubbio il più titolato ad affrontare la materia monkiana: forte di una monumentale carriera (l'esordio risale primi anni sessanta alla corte di James Moody e Dizzy Gillespie), è stato negli anni ottanta colonna portante del gruppo "Sphere", accanto a Charlie Rouse, Buster Williams ed al compianto Ben Riley, scomparso purtroppo proprio nei giorni scorsi.

I due cinquantenni, Dado Moroni e Cyrus Chestnut, si trovano ora al culmine della maturità artistica, e, "last but not least" il quarantenne Danny Grissett, che ricordiamo tra l'altro titolare fisso nel quintetto "perfetto" di Tom Harrell. Si parte quindi da presupposti di aristocrazia artistica e perizia tecnica fuori dal comune.
Apre le danze il nostro Dado Moroni, agile, sicuro e deciso, con "Evidence", un brano basato sull'antico standard "Just You, Just Me", significativamente ribattezzato in "Justice". Segue a ruota Cyrus Chestnut, la cui brillantissima esecuzione fa da apripista all'entrata in campo di Danny Grissett, con "San Francisco Holyday". Kenny Barron esegue "Shuffle Boy" e prosegue magistralmente con una sognante versione di "Reflections", cui si affianca, accelerando i tempi, Dado Moroni nel primo duetto della serata.
Lo schema si ripete ciclicamente: il primo pianista inizia con un brano lento e meditato, poi ritmo e temperatura cominciano a salire, entra il secondo pianista e decolla un fittissimo interscambio di frasi ed improvvisazioni estemporanee che lasciano senza fiato lo spettatore. Inutile soffermarsi sui brani e sui singoli duetti che si susseguono senza soluzione di continuità. Sul taccuino del cronista restano una memorabile "Smoke Gets in Your Eyes" (uno standard particolarmente amato e rivisitato da Monk), proposta magistralmente da Cyrus Chestnut, ed un duello spettacolare tra Danny Grissett e Kenny Barron, iniziato con "Crepuscole with Nellie", e sviluppato poi in un crescendo travolgente. Tocca invece a Dado Moroni confrontarsi con l'immortale "Round Midnight", affiancato di nuovo da Chestnut.

La sostanza dello spettacolo è quella di farsi ammaliare e travolgere dall'offerta musicale, e restare semplicemente incantati dall'empatia, dalla profonda conoscenza della "terra comune" della musica di Monk, dal "capirsi al volo", sul piano umano prima ancora che tecnico, che solo artisti di altissimo profilo possono garantire a questi livelli. Inutile aggiungere che le composizioni di Monk, per profondità e complessità, restano una miniera inesauribile ed ancora parzialmente inesplorata, continua fonte di ispirazione anche per musicisti di questo spessore.

Inevitabile il bis, con una "Bemsha Swing" nella quale, a due per volta, i quattro cavalieri si alternano alle tastiere. Una grande serata, e quindi grandi, meritatissimi applausi finali.






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Data pubblicazione: 03/12/2017

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