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Ottetto di Gianluigi Trovesi
special guest Louis Sclavis
Jazz all'Ambra - Teatro Ambra Jovinelli – 26 gennaio
di Dario Gentili
foto di Daniele Molajoli

Gianluigi Trovesi, sax alto e clarinetti
Beppe Caruso, trombone
Massimo Greco, tromba
Marco Remondini, violoncello, sax
Roberto Bonati, contrabbasso
Marco Micheli, basso elettrico
Fulvio Maras, percussioni
Vittorio Marinoni, batteria
Louis Sclavis, sax, clarinetto



La platea del teatro Ambra Jovinelli è quasi al limite del tutto esaurito, una serata fredda e piovosa evidentemente non è riuscita a trattenere a casa la curiosità di ascoltare uno dei musicisti italiani attualmente più apprezzati nel panorama jazzistico internazionale. Il recente Fugace (2003), pubblicato dalla prestigiosa ECM, presentato stasera per la prima volta a Roma, ha sollevato intorno a Gianluigi Trovesi e al suo Ottetto una grande attenzione e considerazione; non poca critica internazionale, a proposito di Fugace, ha parlato di capolavoro, di una delle espressioni più originali e d'avanguardia del jazz europeo. Eppure, le sonorità di Trovesi hanno radici molto antiche e tradizionali, forse proprio questo loro essere tanto radicate nella tradizione italiana le rende, all'orecchio straniero, inusitate. È vero, elettronica e distorsioni contribuiscono in modo importante a definire il fitto tappeto sonoro di Fugace e dal vivo si rende percepibile quanto, seppur non in maniera invadente, forniscano corposità al suono e, proprio stasera, quando nel bel mezzo di un brano, l'elettronica si è inceppata, è stata necessaria una variazione di programma, a indicare come per alcune esecuzioni l'elettronica non sia affatto un accessorio estetizzante e basta. Per chi frequenta i lavori di Trovesi da tempo, forse è proprio un tale utilizzo dell'elettronica a rappresentare una novità, per il resto, Fugace esprime pienamente le influenze e le suggestioni che, anche in passato, hanno caratterizzato l'estremamente stratificata ispirazione musicale del clarinettista bergamasco.

L'amore di Trovesi per la musica da camera italiana si percepisce già da prima che il suo Ottetto entri sulla scena: infatti, il concerto è annunciato dal tema registrato di clavicembalo che torna nei Siparietti di Fugace. Pochi minuti ancora e l'Ottetto occupa la scena e ripete con i fiati il tema del clavicembalo, facendo immediatamente intendere come sia la contaminazione tra universi musicali apparentemente lontani a caratterizzare il gusto di Trovesi. Eppure la contaminazione tra generi musicali così diversi non diventa mai provocazione sonora, anzi ogni brano sembra costruito in modo che l'amalgama non risulti mai forzata, né tanto meno kitsch. Originale non poteva non essere anche la formazione; l'Ottetto di Trovesi non è un classico quartetto o quintetto jazz allargato, piuttosto è un quartetto raddoppiato: due percussionisti, due bassi, due ottoni, ecc., con la prerogativa, tuttavia, che gli strumenti della sezione ritmica siano tra essi diversificati in ogni brano (basso elettrico e contrabbasso, contrabbasso suonato con l'archetto e pizzicato, batteria e percussioni), in modo che la variegata ispirazione musicale di Trovesi possa basarsi sulla maggiore varietà possibile di sonorità.

La prima parte del concerto offre una panoramica più che soddisfacente, anche se fin troppo fedele, dei paesaggi sonori di Fugace: dalla pensosa musica da camera che si trasforma nei giochi da cabaret di Sogno d'Orfeo, dove Orfeo attraversa il buio e la cupezza degli Inferi per poi ritrovare la sua Euridice in un assolato Mediterraneo; dagli spigoli rumoristici e dal sapore acido del cello elettrificato e distorto di Blues and West alle atmosfere divertite da street parade di Ramble. A concludere Fugace e la prima ora di concerto, l'Ottetto di Trovesi esegue Totò nei Carabi, il brano che forse meglio raccoglie in sintesi la varietà dello spettro emotivo di Fugace: Totò nei Caraibi inizia su atmosfere e sonorità quasi da requiem per poi lentamente aprirsi nel calypso di un improbabile e sognante paesaggio caraibico, che, tuttavia, anche per il ricorrere alla fine del tema iniziale, non riesce mai ad allontanare una intangibile ma ostinata malinconia; come dire, anche ai Carabi la marionetta Totò danza comunque la miseria e la fame.

Nella seconda parte del concerto, in virtù dell'incursione esterna di un altro maestro dell'avanguardia europea quale il clarinettista Louis Sclavis, l'Ottetto di Trovesi lascia dietro le quinte l'attenzione anche al minimo particolare che ha caratterizzato l'esecuzione di Fugace. Già dal primo brano, Dance for a king, una vecchia composizione di Trovesi, s'intuisce che l'Ottetto e lo stesso Trovesi tenderanno a lasciare il maggior spazio e libertà possibile all'improvvisazione e al virtuosismo del clarinetto dell'ospite Sclavis. Chi si aspettava serrati dialoghi di note tra i due clarinettisti forse sarà rimasto deluso; per impegnarsi a dirigere il suo Ottetto, Trovesi ha lasciato la parte solista a Sclavis, che ha dato prova di tutta la sua grande fantasia e talento musicale. Gli altri brani eseguiti hanno riproposto ancora i temi di Fugace, ma destrutturati dal vigore delle improvvisazioni di Sclavis che, a sua volta, è riuscito a farsi catturare dalle atmosfere delle composizioni di Trovesi. Anche con l'inserimento di una personalità musicale forte quale quella di Sclavis, le esecuzioni non hanno affatto perso l'aspetto "narrativo" dei brani di Trovesi, anzi con il passare dei brani fino ai due bis conclusivi, Tango e una marcetta stile street band, è aumentato l'affiatamento e l'ironia: verso la fine del concerto tutti i musicisti sembravano giocare su un palco diventato ormai un circo felliniano.





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Data pubblicazione: 02/04/2004

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