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Quattro chiacchiere con...Alessandro Campobasso
giugno 2015
di Alceste Ayroldi

Alessandro CampobassoAlessandro CampobassoAlessandro CampobassoAlessandro Campobasso
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"Unconditioned" è il titolo dell'esordio discografico di Alessandro Campobasso per la Fo(u)r Records. Ne parliamo con lui.

Alessandro, la prima domanda riguarda il titolo, che spiegherebbe già molte cose: Unconditioned, perché?
"Unconditioned" perché è un personale tributo alla musica, che amo in maniera incondizionata. E partendo da quel che mi lega alla musica, il messaggio che ho voluto arrivasse è che ciò che restituisce significato indelebile alle azioni che si compiono quotidianamente nella semplicità di tutti i giorni, a prescindere dalla positività o negatività di quel che si realizza, è l'averlo fatto in maniera incondizionata. Credo ci renda più liberi.

Qual è stato il tuo spirito guida?

Direi che sono stato infestato dagli spiriti di Miles Davis, Wayne Shorter e Bill Evans. Ma credo più di tutti John Coltrane, un riferimento costante per la purezza della sua musica e i messaggi trasmessi attraverso essa.

Se non rammento male, per quel che ho sentito, c'è stata una genesi, un'evoluzione che ha portato a Unconditioned. Sono spariti diversi standard per lasciare spazio alla tua musica. Mi sbaglio?
Non ti sbagli assolutamente. Abbiamo iniziato lavorando su una serie di standard attraverso i quali ci siamo confrontati in termini musicali, abbiamo sperimentato e trovato delle formule di dialogo che sono poi confluite nelle musiche di "Unconditioned". Scrivo musica cercando di conservare l'idea di standard. Nel disco ne ho inserito solo uno, "It Never Entered My Mind", sia perché mi lega a ricordi importanti, sia perché il testo penso possa rientrare nell'idea del messaggio che volevo trasmettere.

Get Out Here, See You, ma anche Sunshower sono brani complessi. Eri partito già con questa idea?
Non proprio. O meglio, l'idea iniziale è stata quella di scrivere qualcosa di complesso nel senso di significativo, stimolante, originale e non banale; ma non quella di scrivere qualcosa di cerebrale o intellettualmente complicato. Ho cercato quindi di trovare un equilibrio nella stesura dei brani, a livello armonico, melodico e strutturale; di dire qualcosa di semplice, o semplicemente fruibile, senza essere mai scontato o ridondante; di eccedere nella "complessità" senza mai perdere il desiderio di parlare a tutti, anche quelli che il jazz non lo conoscono o non lo ascoltano. Se complessi in questo senso, allora si.

Come è nato il tuo quartetto?
E' nato dall'esigenza di esprimermi senza limiti e nell'ambiente a me più congeniale. Nel 2013 avevo deciso di partecipare ad alcuni concorsi nazionali per giovani emergenti in ambito jazz. Conoscevo e stimavo da tempo Fabrizio Savino e Nicola Pannarale, e a loro mi sono rivolto per primi; poi ho conosciuto Michele Maggi, ed ho completato il quartetto. E' stato allora che ho capito di aver avuto la fortuna di trovare le persone ideali per iniziare e condividere un viaggio che dura ancora oggi, e spero continui a lungo.

Oggi è, di moda direi, inserire una guest: in alcuni casi uno specchietto per le allodole. Ti è mai venuto in mente di assoldare qualcuno per questo disco?
Onestamente non ci ho mai pensato. I musicisti che mi affiancano sono stati delle guest eccezionali. E non credo che la validità di un lavoro dipenda dalla presenza di special guest.

E se ne avessi voluto qualcuno, chi avresti scelto e perché?
Se dovessi pensare di inserire un ospite nel mio progetto, probabilmente inviterei un trombettista perché adoro il suono della tromba e credo possa valorizzare le sonorità della mia musica. Ma in tutta franchezza non ho mai pensato a qualcuno in particolare, anche se credo l'Italia ne proponga molti e di notevole spessore.

Se tu dovessi fare autocritica, quali sono i punti di forza e i punti di debolezza di Unconditioned?
Direi che quelli di forza siano la presenza di brani originali ed il fatto che ci siano molta coesione ed interplay, che si percepisca un "gruppo".
Quello di debolezza, forse, la durata di qualche brano.

Tecnicamente, a quale batterista – del passato o del presente – ti senti più vicino?
Del presente senza dubbio Brian Balde, adoro il suo "sentire" la musica e aspiro a quel modo di suonare. Del passato probabilmente fra Elvin Jones e Tony Williams.

Hai iniziato a suonare la batteria a sedici anni: sei partito subito con il jazz?
No, ho avuto diverse esperienze e anche abbastanza trasversali, dal rock al funk. Mi sono avvicinato al jazz quando ho ascoltato "The Paris Concert" di Bill Evans, folgorato. Da li è partito un percorso di conoscimento e approfondimento di questa musica, passando da studi privati, alla laurea in Conservatorio e alla breve permanenza a New York.

Quale periodo storico del jazz ti piace di più?
Direi l'Hard bop.

Cosa ti aspetti dal futuro della batteria?
Che diventi sempre più uno strumento leader di questa musica. Che si pensi alla batteria non solo in una dimensione puramente ritmica, ma anche armonica e melodica. Credo sia questa l'eredità dei grandi batteristi del passato e del presente.

Hai trent'anni. E oggi a trent'anni si è anagraficamente, e non solo, giovani. Come vede la scena jazzistica un giovane che pubblica oggi il suo primo disco?
Difficile è il primo aggettivo che mi viene in mente. Penso si rischi poco sui giovani, e nei cartelloni dei festival, e nelle rassegne dei club. Questo forse scoraggia nell'intraprendere un percorso personale, poiché oltre alle risorse necessarie per mettere su un progetto e fare un disco, bisognerà cercare a fatica spazi per promuoverlo. D'altro canto però credo che la scena jazzistica oggi comprenda un alto numero di giovani di livello e potenziale significativi.

Nel bel mezzo della crisi del mercato discografico, cosa significa per te incidere e pubblicare un disco?
E' qualcosa che va al di là del ritorno economico. E' il mio primo disco ed è un modo per lasciare una traccia della mia esistenza, qualcosa di me tangibile e udibile. Ci sono voluti molti sacrifici per realizzarlo, ma era necessario.Ora vedremo quali saranno i risultati, ma prenderò tutto ciò che verrà.

Quali sono le tue aspettative da musicista?
Riuscire a vivere di questo mestiere ed essere un musicista stimato e apprezzato.

Ti è mai venuto in mente di tradire il jazz?
Credo che traditori si nasca. Non lo sono mai stato e spero di non diventarlo mai. Una delle poche certezze che ho è che la bontà della musica dipenda non solo dalle capacità tecniche ma anche e soprattutto dall'onestà intellettuale, dalla sincerità di quel che si vuol comunicare, nonché dal grado culturale e dal profilo umano di ogni musicista. Quando questi elementi non sono presenti nelle giuste quantità si avverte semplicemente ascoltando. Anzi semmai dovessi tradire la musica ti pregherei di ammonirmi.

Cosa cambieresti del sistema economico-sociale jazzistico?
Credo siano fondamentali i luoghi in cui si possa fruire del jazz. Penso siano quasi sempre inadatti. Bisognerebbe evitare di rendere l'ascolto di questa musica elitario e inadatto al contesto, e cambierebbero molte cose sotto quel profilo.

Ho fatto cenno prima al rapporto non florido e felice tra i giovani e il jazz. Tu cosa ne pensi in merito?
Penso che sia un problema socio-culturale, almeno qui in Italia. La musica è espressione della società e viceversa. In questa dualità intercambiabile, tra i giovani, manca la cultura del jazz e la possibilità di interessarsi al jazz. E rimando a quel che dicevo prima: molto dipende dai luoghi in cui il jazz vive, soprattutto per l'aspetto educativo, per chi il jazz non lo conosce affatto e lo sente e vede per la prima volta. E' un po' pretendere di giocare una partita di calcio in un campo da tennis, difficilmente qualcuno ci capirebbe qualcosa.

L'ultimo disco, escludendo il tuo, che hai ascoltato…
"Trilogy" del Chick Corea Trio.

L'ultimo libro?
"Solomon Gursky è stato qui" di Mordecai Richler.

Cosa racconta il passato di Alessandro Campobasso, quali sono state le tue esperienze? E cosa racconta, invece, il futuro di Alessandro Campobasso? Quali sono i tuoi prossimi impegni e progetti?
Come ho già detto prima ho avuto diverse esperienze in svariati ambiti musicali, per poi approdare al jazz. Fra le più belle ricordo l'apertura di concerti importanti come quello dei Quintorigo feat. Maria Pia De Vito all'Alterfest a Cisternino, di Tuck&Patty a Capurso, e il Music Italy show a Bologna con il Mister Wilson quartet. La vittoria del Multiculturita Europe Contest 2013, la finale del Jimmy Woode European Award 2013 e l'apertura del Peter Bernstein trio nel Triggiano Summer Jazz 2013 con il mio quartetto. Il futuro mi vede impegnato il 28 giugno al Jazzit Fest con Unconditioned, in varie date e collaborazioni con altri musicisti e poi sicuramente nell'incisione di un secondo disco con il mio quartetto, magari nel 2016.






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Data pubblicazione: 12/07/2015

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