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Intervista ad Antonio Tarantino
San Severo Jazz Winter
marzo 2015
di Alceste Ayroldi

Antonio Tarantino - John AbercrombieAntonio Tarantino - Johnny Griffin - Larry Smith - Doug HammondAntonio TarantinoAntonio TarantinoAntonio Tarantino - Antonio Sanchez
click sulle foto per ingrandire

Qual è la storia del San Severo Jazz Winter?
Prima del Jazz Winter, la storia di San Severo Jazz nasce nel 1994 con la costituzione, per mia volontà, dell'associazione no-profit "Amici del Jazz San Severo" di cui sono presidente e direttore artistico, con l'intento di promuovere e favorire manifestazioni artistiche culturali e offrire ad un pubblico più vasto un panorama ampio della musica jazz. La dizione "Jazz Winter" nasce invece nel 2009 sulla scia delle le bellissime esperienze degli anni precedenti. San Severo Jazz è una manifestazione che è stata capace negli anni di radicarsi così a fondo nel tessuto sociale economico e culturale del territorio. Tantissime sono le testimonianze di musicisti d'oltreoceano, europei e nazionali, personalità della cultura e semplici appassionati che ci hanno sempre sostenuto ed incoraggiato nella diffusione della cultura jazz

Come effettui le sce1lte artistiche? Qual è il percorso artistico che disegni?

Le scelte artistiche non sono a caso, o come tanti osano fare con il last minute, ma nascono dalla conoscenza e dallo studio sulle qualità artistiche e musicali degli ospiti e in riferimento al "tema" a cui vuole ispirarsi la rassegna. Per esempio la rassegna del 2011 "Generations Compared" era ispirata ad un confronto tra lo stile musicale della vecchia e nuova generazione; questa in corso, "Attualità Della Memoria" è ispirata ad un percorso di stili e ad una ricerca finalizzata ad indagare le parentele esistenti tra le Musiche Etniche e la Musica Jazz. Ispirazione venuta fuori grazie all'omonimo libro di cui sei stato coautore e che è stato presentato nell'attuale. La filosofia del San Severo Winter Jazz e dell'associazione Amici Jazz San Severo, giunta al XXI anno di attività, è come sempre quella di rinnovarsi e dare vita a progetti originali, focalizzando di anno in anno i "luoghi non luoghi" dove poter sviluppare nuove idee. Il palco viene inteso come un luogo di incontro, scambio, crescita e sviluppo. Una percezione che mira alla riscoperta della curiosità e della bellezza. Ritornare ad incuriosirsi delle cose, della vita e di ciò che ci circonda è oggi fondamentale.

Si è formato, nel tempo, uno staff e/o la collaborazione con altre realtà associative locali?
Nei primi anni c'era un vero e proprio staff, con distribuzione di incarichi ma col tempo e per svariati motivi si è interrotto questo sodalizio. Per quanto concerne la collaborazione con altre realtà associative della provincia fui promotore, insieme a Rino De Martino nel 1998, alla costituzione del Centro Coordinamento Musica Jazz con sede a Foggia, di cui ricoprivo la carica di vice presidente, e incorporava le attività associative della Capitanata, come: Foggia Jazz Festival, per un brevissimo periodo anche Orsara Jazz, Riff Jazz Club di Apricena, Jazz in Villa di Torremaggiore. Fu un'esperienza unica, bellissima, anche perché rilanciammo, dopo anni di silenzio, il "19° e 20° Festival Jazz di Foggia" (1998-1999) - uno dei più importanti ed antichi d'Italia. Propulsore e promotore dell'originale "Jazz In Cava" di Apricena nel 2000, edizione unica. Un palcoscenico straordinario, unico, a 20 metri di profondità in una delle cave di pietra più belle e suggestive d'Italia. Creare oggi un sodalizio fra le poche realtà esistenti è difficilissimo. C'è mancanza di cultura associativa e di cooperazione, ognuno vuol fare da sé, sembra come se qualcuno volesse frodare all'altro un'alta carica istituzionale, quando si vuole affrontare un tale argomento che ritengo di forte rilevanza, in virtù anche dei tempi economici difficili che stiamo attraversando, la mancanza di contributi pubblici e privati. A maggior ragione, dovrebbe indurre tutti ad una attenta riflessione: interagire e cooperare; significherebbe abbattimento di costi, creare un "corpo culturale" di vasta dimensione per meglio ripartire sul territorio e nell'arco di un intero anno le varie attività concertistiche.

Ritieni che San Severo, l'area dell'Alto Tavoliere sia ricettiva al jazz?
Questa domanda è un po' difficile da spiegare. Lo era molto di più negli anni Novanta e nei primi anni del 2000. Nei giovani, per esempio, c'era più sensibilità e curiosità ad assaporare l'ascolto della musica jazz con la partecipazione attiva ai concerti ma, oggi si fa più fatica ad averli e la loro assenza è un cattivo segnale. Un po' come avvenne alla fine degli anni Sessanta quando negli States questi si orientarono in forma oceanica verso il rock e disertare in massa il jazz. Fu poi il grande e geniale intuito di Miles Davis con il jazz elettronico ed il jazz-rock a rompere questo trend negativo. Oggi riscontro tanta superficialità, diseducazione ed ignoranza particolarmente nei giovani che studiano musica presso i due conservatori della provincia: Foggia e Rodi Garganico. Una ignoranza che deriva anche, e questa è una denuncia vera e propria, dall'assenza della partecipazione ai concerti dei musicisti della provincia, e ne sono tanti, incapaci tra l'altro di educare i propri allievi e far pervenire al loro cuore il desiderio e l'interesse a partecipare ai concerti, dove l'ascolto di questo o quell'altro maestro diventa molto più di una semplice lezione didattica: deserto assoluto. Lo dico con molto rammarico, perché è nella cultura dell'associazione Amici Jazz San Severo quella di aver dato e continuare ad offrire spazio, sin dall'inizio, e in tutte le rassegne prodotte, a gruppi e formazioni del territorio, e anche dell'intera Puglia, offrendo loro ampia visibilità nella proposizione dei loro progetti musicali. Ultimo, non a caso, è il quartetto Elladan Jazz, costituito da musicisti della provincia, a cui è stato offerto la mia piena collaborazione alla produzione dell'omonimo disco che anche tu conosci bene. Da menzionare anche la cover di un cd di Antonio Tosques 4tet con Mike Melillo (Block Notes - 2011) che riporta la foto del concerto di presentazione del disco sul palcoscenico del Caffè Tra Le Righe, come pure è citato il mio nome nel ringraziare quanti hanno collaborato alla realizzazione di questo cd.

La tua attività di direttore-consulente artistico mi sembra che non si esaurisca con San Severo Jazz Winter. Collabori con altre realtà?
Come ho avuto modo di anticipare prima, la mia è stata sempre un'attività allargata anche ad altri orizzonti, come il Centro Coordinamento Musica Jazz di Foggia, Foggia Jazz Festival, Jazz In Cava e, nel 2004 e 2005 durante il mio breve soggiorno a Parma, ho collaborato con il Tribeca Jazz Club, proponendo artisti di fama internazionale e aprire un'avventura tutta nuova in questa città esclusivamente Verdiana, avventura che in prima istanza non credevano, ed invece, fu un gran successo. L'ultima collaborazione è stata e continuerà ad esserci con il Jazzit Fest- Italian Jazz Expo, una creatura di Luciano Vanni a Collescipoli, la grande festa del jazz made in Italy, dove nelle prime due edizioni ho presentato due gruppi della provincia: Massimo Carafa Ensemble ed Elladan Jazz di Fernando d'Anelli e Luana Croella. Fondamentale considerare che tutto questo l'ho fatto sempre e continuo a farlo a livello amatoriale, non è e non è mai stato il mio lavoro che mi consentisse di portare il pane a casa.

Potresti fare un bilancio del San Severo Winter Jazz?
E' di sicuro un bilancio molto, molto positivo. Sia dal punto di vista dei grandi musicisti internazionali che sono stati ospiti di San Severo Jazz ma anche dal punto di vista della partecipazione e della critica. Nei primi quattro anni, in virtù di essere partecipe dell'amministrazione comunale, San Severo Jazz era patrocinata dalla Città Di San Severo ed aveva luogo nel bellissimo teatro Comunale G. Verdi e, quando in scena c'erano nomi come Kenny Wheeler, Johnny Griffin, Lee Konitz, Elvin Jones, Steve Grossman, Steve Lacy, Enrico Pieranunzi, Franco D'Andrea, Romano Mussolini, tanto per citarne alcuni, il teatro era strapieno: palchi occupati fino alla terza fila, cioè seicento persone circa. Amici che provenivano dal barese, da tutta la provincia e anche dal pescarese. Davvero bello. Nel 2000 inizia il periodo dell'emigrazione. Il San Severo Jazz ebbe una nuova location, il Times Square, una vecchia sala cinematografica ristrutturata e concepita come se ti trovassi nella splendida piazza di New York, bellissima, con le pareti laterali al palcoscenico che raffiguravano con i murales la piazza newyorkese, i semafori a centro sala, veramente originale e capace di ospitare fino a 250 amici. Durò fino al 2003, poi mi trasferii per un breve periodo a Parma e nel 2009 altra location, il "No Time" sempre a San Severo e dal 2011 la sede del San Severo Jazz è diventata il Caffè Tra Le Righe/Spazio Off, molto bella, ma un po' piccola per ospitare un pubblico più vasto come eravamo abituati prima. Il problema è che i gestori di questo locali, a cui va tutto il mio riconoscimento e gratitudine per l'ospitalità e l'ardua intraprendenza, pensano di far soldi nell'ospitare questi eventi. Purtroppo non è così anche perché è sempre venuto meno, nonostante i tanti solleciti, il contributo pubblico come supporter al mantenimento anche parziale dei costi di programmazione che non sono pochi. Tutto sommato, un bilancio abbastanza positivo per una piccola realtà di provincia.

Qual è stato il concerto più bello della tua rassegna?
Non posso rispondere a questa domanda, è come se ad una mamma con due o tre figli si volesse chiedere qual è il figlio più bello e/o che ama di più. Però con riserva posso affermare che il più bello fu con il compianto Kenny Wheeler. Il più bello perché fu il primo concerto che aprì la storia di San Severo Jazz e dell'associazione Amici Jazz San Severo.

E quello più brutto?
Non esiste nella maniera più assoluta. Ogni concerto ha una sua valenza e ognuno si differenzia dall'altro. Solo un non addetto ai lavori potrà dire questo è stato il più bello e l'altro invece il più brutto. Tu puoi insegnarmi ancora meglio.

Quali sono le tendenze del pubblico? Quali concerti sono più affollati?
Le tendenze del pubblico sono varie. In primis, primeggia il jazz classico, come il cool, il bepop, il trio per eccellenza o alla Bill Evans, tanto per intenderci, anche perché la stragrande maggioranza è costituita da persone che si avvicina alla mezza età, che spesso non conosce le nuove espressioni musicali, le nuove contaminazioni, i tantissimi giovani e nuovi musicisti d'oltre oceano ed europei. Una tendenza quindi un po' ortodossa, che si rifà sempre al grande nome del passato, ma alla fine, non disdegna il jazz contemporaneo. Ricordo nel 2009, la prima volta di Ambrose Akinmusire e di Logan Richardson in Italia, e modestamente, San Severo fu la prima data del loro tour italiano. Posso aggiungere Markelian Kapedani, un grande pianista balcanico o la splendida voce polifonica di Gino Sitson. Tutti si chiedevano ma chi è, chi non è, e alla fine dopo aver assistito ai rispettivi concerti, hanno acclamato ed applaudito tutti.

E' possibile fare un identikit del pubblico? Noti differenze tra le tre realtà?
L'ho spiegato un po' prima. Certo, il pubblico tradizionale preferisce cose che rispecchiano un po' il loro passato, i ricordi, e quindi riascoltare un vecchio standard è la maggiore gratificazione. I giovani invece vogliono percepire un sound nuovo, più metropolitano, qualcosa che rispecchi non il vissuto ma la realtà in cui vivono, un sound che possa trasmettere nuove pulsazioni, nuove emozioni, specialmente se arricchiti da una ritmica sempre più crescente.

Hai notato che il pubblico ha modificato i suoi gusti nel corso del tempo? Se la risposta è sì, come sono cambiati?
Assolutamente no per il semplice motivo che ho spiegato prima. C'è una doppia veste di pubblico: ortodossa e non. Dico questo perché se volessi fare una considerazione su di me, posso tranquillamente aggiungere che i miei gusti non sono mai cambiati nel corso della mia vita perché amo ascoltare la musica jazz a 360 gradi. Se poi si vuol fare riferimento alle mode, ai cicli storici, ai mutamenti che il jazz ha espresso e raccontato nel corso degli anni, e devo aggiungere che nel secolo scorso ci sono stati una decina di forti mutamenti, uno ogni dieci anni circa, devo dire che tutto questo non ha assolutamente influito su un cambio di gusto. Cerchiamo con una programmazione ben diversificata di accontentare tutti i palati.

Riesci a creare partnership di tipo culturale con altre forme d'arte? Ne avete tratto giovamento da questa sinergia?
A voler essere sincero, non ci sono mai riuscito anche perché non posso dedicare più di tanto a cose che possono distrarmi dal mio lavoro primario che richiede sempre più tempo. Ho fatto si delle proposte di collaborazione ad associazioni espressive di altre forme d'arte come la pittura, la fotografia, ma con scarso risultato. L'unico vero coinvolgimento è la presentazione di libri con l'autore prima del concerto in programma i quali si propongono a venire alle nostre rassegne per presentare il loro ultimo lavoro. Questo passaggio è molto significativo perché trova riscontro di cooperazione offerta non a senso unico ma un qualcosa che mi viene chiesto da un'altra realtà. E' così bisognerebbe fare, non posso essere sempre io a fare inviti, avance o quant'altro, ma ci dovrebbe essere una risposta di spontaneità e di partecipazione alle nostre rassegne che non sono nate ieri, hanno 21 anni di storia, siamo conosciutissimi sul territorio locale ma aggiungerei anche a livello nazionale. Che ben vengano quindi a proporsi, da cosa nasce cosa, è una famiglia che si allarga. Ma la pigrizia è evidentemente più forte in queste persone che promuovono espressioni artistiche di altra natura.

Il prodotto culturale necessita di un "refreshment" dopo un arco di tempo stimato in cinque anni ma, oramai, anche ben prima. Tu e la tua organizzazione avete applicato questa regola di marketing? Se sì, in quale modo e misura?
Chiedo scusa ma non so che risposta dare, anche perché non ho ben recepito la domanda. Un dato è certo: non applichiamo regole o politiche di marketing, non andiamo alla ricerca di progetti più attinenti alle mode, alle nuove tendenze dei giovani, come il rap. Niente di tutto questo, la nostra è una associazione No-Profit che opera solo ed esclusivamente in ambito jazz cercando di proporre il meglio e a minor costo. E su questo, non si può fallire.

Riuscite a creare sinergie con enti territoriali e/o enti pubblici?
Con gli enti pubblici è un vero e proprio disastro. Solo nei primi quattro anni l'Amministrazione Comunale della città di cui ne facevo parte essendo capogruppo e Presidente della Commissione Bilancio ed Attività Produttive partecipò a pieno titolo e a proprio carico alla realizzazione delle prime quattro rassegne che, come ebbi modo di dire prima, si svolgevano presso il Teatro Comunale. Per di più, è questa fu una grande soddisfazione personale, venne creato un apposito capitolo di spesa nel bilancio di previsione: San Severo Jazz – Rassegna artistica internazionale, notizia che fu ampiamente apprezzata e riportata sulla "Gazzetta Del Mezzogiorno" a firma di Ugo Sbisà e sulla rivista "Ritmo" a firma di Gino Fortunato. Dopo di che e con il cambio di guardia, è prevalsa una forte disattenzione a prendere in considerazione questa nuova realtà culturale che riscosse un forte successo di critica e richiamava un vasto pubblico che proveniva anche da fuori provincia. Più volte mi sono adoperato a presentare sulla scrivania dei vari Sindaci che si sono susseguiti progetti di grosso spessore artistico, fatto veramente in economia e costi irrilevanti. La risposta: vedremo, qualcosa si può fare, una pacca sulla spalla e via. Ebbene, mi è rimasto solo il ricordo della pacca sulla spalla e l'insensibilità di quanto riesco ancora a promuovere sul territorio contribuendo ad offrire un forte valore aggiunto e ampia visibilità alla mia città ed anche alla provincia. Cosa che loro sono incapaci di offrire, incapaci di valorizzare chi si promuove sul territorio con serietà, a meno che, non si appartenga a questa o all'altra parrocchia. Lo stesso dicasi per la Regione Puglia e Puglia Sound. Due Istituzioni che non si degnano nemmeno a darti una risposta, eppure erogano contributi a catena a favore di associazioni ed apparati forse di matrice vendoliana. Una cosa nuova invece, dopo tanti anni: apprezzo di cuore il riconoscimento del TG3 - RAI PUGLIA, che annuncia nel dizionario delle ore 14, 00 l'evento in programma della giornata, il che può significare anche un apprezzamento su quanto proposto.

E con enti privati? Vi è interesse da parte di istituzioni private verso il jazz?
Nonostante il nostro territorio non vanta agglomerati industriali di certo spessore ma piccole attività produttive artigianali specialmente nel campo della produzione e trasformazione di prodotti agricoli, come il vino, l'olio, in passato si riusciva a coinvolgere anche queste piccole realtà e a raccogliere tantissimi sponsor. Una forte partecipazione e altrettanto significativa perché si contribuiva a rendere meno oneroso il costo del biglietto. Oggi purtroppo, con la crisi economica, sono pochissimi e irrilevanti gli sponsor che contribuiscono ad appoggiare la nostra iniziativa culturale. Speriamo in tempi migliori.

Come giudichi l'attuale scena jazzistica italiana?
E' innegabile che stiamo vivendo un periodo di profonda crisi economica, (e non solo), che sta provocando fortissime ripercussioni nella organizzazione di festival e rassegne in tutt'Italia e constatare che il settore degli eventi culturali è ovunque in caduta libera, fatta eccezione per le grandi manifestazioni come Umbria Jazz, Pescara Jazz Festival, tante per citarne alcune, che godono di grossi privilegi e finanziamenti pubblici. Per il resto, ed in riferimento all'attività concertistica dei tantissimi jazz-club che considero l'unica vera realtà nazionale, devo amaramente aggiungere che non navigano in buone acque, ma costretti a sopravvivere con forte disagio e sacrifici personali e intenti a promuovere sempre tanto jazz, non per solo dieci o cinque giorni all'anno, bensì ricoprendo quasi l'intero arco dell'anno.

E quella del "resto del mondo"?
Negli States è diverso, come pure in Giappone, Francia. A New York il jazz è il loro linguaggio quotidiano, la cultura predominante. C'è forte partecipazione di pubblico e soprattutto di musicisti nei tantissimi jazz club newyorkesi dove si fa guerra per suonare in jam-session dopo il concerto della serata. Una realtà completamente diversa, cosa da invidiare (nel senso buono della parola) rispetto ai nostri jazz club dove non vedi mai tra il pubblico presente figure come Bollani, Fresu, Rava ecc.ecc. In Italia se la tirano un po'.

La programmazione della tua rassegna quanto spazio dedica ai musicisti italiani?
Tanto spazio, e in particolar modo a musicisti non molto conosciuti ai tanti appassionati ed operatori del settore. Devo aggiungere che in quest'ultimo periodo ho avuto modo di conoscere, ascoltare ed apprezzare tantissimi nuovi giovani musicisti con progetti musicali originali e di forte spessore artistico di cui non sapevo nemmeno della loro esistenza. Tutto questo grazie ai miei tanti spostamenti in varie località d'Italia ed ultimamente grazie al Jazzit Fest, una quattro giorni di jazz made in Italy, un evento straordinario, unico, di forte aggregazione della comunità jazz e prodotto senza contributi pubblici, a impatto zero e in sharing economy. Altrettanto spazio dedico ai grandi musicisti americani e, a onor del vero, aggiungo che li preferisco perché costano molto, ma molto meno di quei pochi musicisti italiani che si credono di aver raggiunto chissà quale limbo proponendosi con cachet proibitivi. Potrei citare nomi e cifre ma penso che non sono il solo a condividere questo pensiero. La differenza la fa con quale intento si suona jazz. In America la maggior parte non vivono di jazz ma vivono per il jazz, lo suonano perché lo amano, fa parte del loro Dna.

Nella comunicazione degli eventi, quanto affidate al tam-tam e quanto al battage pubblicitario e/o alla comunicazione?
Il mondo della comunicazione grazie ad internet è cambiato moltissimo, non necessita più il forte battage pubblicitario degli anni trascorsi che sottraeva tanta liquidità agli operatori, ma una buona, sufficiente e mirata comunicazione attraverso i tantissimi social network ritengo possa essere più che sufficiente per pubblicizzare gli eventi in programma, come: Jazzitalia, Comunicati Musicali, Music Club, Puglia Jazz, Pugliaspettacoliedeventi, Puglia Events, Magazzini Inesistenti, Jazz Convention e tantissimi altri ancora. Poi ci sono i comunicati stampa che vengono inoltrati a quotidiani e testate locali che ben volentieri prestano cortese attenzione e disponibilità alla loro pubblicazione.

A tuo avviso, cosa dovrebbe-potrebbe fare lo Stato per migliorare la situazione delle attività festivaliere, rassegne jazz italiane?
A mio avviso è molto semplice. Bisognerebbe istituire un albo nazionale al quale dovrebbero iscriversi tutte le Associazioni esistenti ed operanti sul territorio, inviare un curricula sulle attività svolte negli anni e il calendario della futura programmazione. In virtù di quanto prodotto e documentato, la Stato e/o il Ministero Per I Beni e Le Attività Culturali potrebbe e/o dovrebbe plasmare il plafond disponibile e contribuire ad elargire contributi in virtù di tali funzioni. Se si vuol fare di più ed evitare le clientele periferiche, le Regioni e Comuni potrebbero e/o dovrebbero elargire contributi alla stessa maniera di quanto detto prima e lasciare una documentazione pubblica sulle eccellenze riscontrate e le somme erogate a ciascuna di loro. A questo punto è facile riscontrare se questa associazione aveva tutti gli attributi per godere dei contributi pubblici messi a disposizione. Questo non significherebbe far scoppiare una guerra tra poveri con denunce e controdenunce, ma quantomeno avere trasparenza su come e quanto operato. Non è pensabile, né tantomeno giusto, che si continui a elargire la maggior parte del plafond disponibile sempre, solo ed esclusivamente a favore delle solite strutture, di quei grandi eventi che sono diventati negli anni cattedrali nel deserto. Un numero sempre inferiore di spettatori ed in particola modo di giovani che non possono permettersi il costo dei biglietti applicati in misura esasperata ed asociale. Qualche anno fa per assistere al concerto di Keith Jarret Trio ad Umbria Jazz il biglietto costava € 120, 00. Lo stesso anno, dopo qualche giorno, lo stesso trio si esibiva al Pescara Jazz Festival dove l'abbonamento, ripeto l'abbonamento ai quattro giorni di festival, costava solo 60, 00 euro. Cosa significa tutto questo: evidentemente qualcuno con la cultura ci vuole mangiare a guancia piena. Un decreto dello scorso anno, giugno se non vado errando, del Ministro Franceschini rispondeva più o meno alle mie osservazioni e cioè bisogna trovare e capire quali fossero e/o potessero essere le eccellenze italiane in ambito jazz e mettere a loro disposizione e ai musicisti italiani un contributo (miserevole) di 500.000, 00 euro. Ebbene, se fra le eccellenze mi includi Umbria Jazz e roba simile, cosa resterà invece agli operatori dei jazz club che sono tanti, che sono gli unici, le uniche vere eccellenze che non si esauriscono nel promuovere jazz nell'arco di una settimana, ma lo promuovono costantemente giorno dopo giorno. No, si può parlare e nessuno può affermare di promuovere cultura, qualunque essa sia, se la si promuove per solo dieci giorni all'anno. Ed allora quale rimedio ? Per me si potrebbe scegliere l'indirizzo sopra menzionato, e avere in maniera trasparente informazioni sulle somme elargite a questa o altra operatività in rapporto al programma, agli ospiti e da quando tempo si è stati attivi sul territorio. A San Severo Jazz per esempio, dove tutto viene promosso con estrema cautela ed in economia, dodici concerti in programma, 2 al mese, per 6 mesi (ottobre-aprile), 50% musicisti americani e 50% musicisti italiani, basterebbe un contributo di 15.000 euro. Sono tanti una media poco più di 1000, 00 euro a concerto? Non direi se pensiamo ai bilanci super gonfiati di altre manifestazioni che ritengono di essere le eccellenze in Italia.

C'è un particolare fermento "istituzionale" che ha mosso diversi animi, tanto da crearsi alcune associazioni. Pensi che sia questa la strada giusta?
I fermenti istituzionali non mancano mai. Ci sono sempre i furbetti del quartiere ma, per soccombere a tutto questo, abusi, spreco ed ingiustizie, penso che la strada giusta possa essere quella menzionata prima e largamente illustrata. Anzi e in riferimento a quanto esposto prima sul decreto del Ministro Franceschini, non so se e quando è stato emesso il bando di partecipazione a cui potessero iscriversi associazioni e musicisti italiani al fine di essere riconosciuto "eccellente" ed avere diritto al contributo pubblico.

Hai già in mente il cartellone della prossima edizione?
Per una metà è quasi pronto. Naturalmente per segretezza e per conservare la curiosità che dovrà esaurirsi con il botto finale preferisco non fare anticipazioni. Di certo, San Severo Winter Jazz è, e sempre sarà, legato all' originalità dei progetti!

Antonio, ma tu e il jazz da quando andate sottobraccio? E come è avvenuto l'incontro?
Sarò breve, altrimenti potrei scriverci un libro. Sono stato educato sin da piccolo all'ascolto di dischi, 78 giri per la precisione, di Musica Classica. L'Opera, il Melodramma Italiano non mancavano mai perché i miei genitori di sovente mi portavano con loro al Teatro. Ma non mancava anche Carosone. Negli anni Sessanta - Settanta le cose cominciarono a cambiare. Ascoltavo, come tantissimi amici di quel periodo, - classe 1950 - solo musica rock. Nei primi anni Settanta, le contaminazioni del rock con il jazz o viceversa. Ricordo i Jethro Tull con "This Was", una musica miscelata tra poco rock, discreto blues con matrice jazz: bellissimo. Poi ancora e mi fermo qui perché l'elenco sarebbe lunghissimo, con i Traffic, un doppio Lp live del 1973 "On The Road": rock dirompente con forte contaminazione jazz specialmente nel sax di Chris Wood. E poi cominciai a scoprire Miles Davis con "Live at the Fillmore" 1970, Bitches Brew, i concerti con Carlos Santana e la Steve Miller Band. E' in questi primi anni Settanta che nasce la mia curiosità nel voler apprendere e conoscere sempre di più la Musica ed il linguaggio Jazz, partendo quindi dalle origini o quasi. Esattamente con il cool jazz, il jazz della West Coast di Gerry Mulligan, Stan Getz, Chet Baker. Uno dei primi dischi che mi capitò tra le mani: Lennie Tristano. Me ne innamorai subito e il brano che più mi colpì fu "Requiem". E poi ancora Kind Of Blue con So What, Blue In Green (brano di cui mi incuriosì la storia se l'autore fosse stato Miles Davis o Bill Evans). Da quel momento non mi sono più staccato dalla Musica Jazz, l'originalità, il diverso, la ricchezza di quanto si produceva e di quanto ancora ero ansioso di apprendere, arricchirono sempre di più questo sodalizio. Bologna 1975, nella veste di studente universitario e bancario, era il primo anno che cominciai a lavorare al Banco di Napoli di Bologna, decisi insieme ad un mio amico della "dotta" e grande cultore di jazz di mettere su un jazz club. "Club 33" – perché era ubicato al numero civico 33 di Strada Maggiore e perché si ascoltava più musica prodotta dai classici 33 giri, e poi… la storia continuò senza fermarsi mai.

Il tuo sogno nel cassetto…
Gargano Jazz: promuovere un grande festival itinerante nei comuni del promontorio. In ordine alfabetico: Foresta Umbra, Peschici, Rodi Garganico, Vico Garganico e Vieste. Sarebbe un regalo meraviglioso se questo sogno possa divenire realtà. Ho provato negli anni a contattare le varie amministrazioni pubbliche del posto ma, per ora, resta ancora un "Grande Sogno".






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Video:
John Abercrombie/Kenny Wheeler Band
Kenny Wheeler Quintet_Kenny Wheeler,Trumpet/John Abercrombie,Guitar/Peter Erskine,Drums/John Taylor,Piano/Palle Danielsson,Bass, Baltica Festival...
inserito il 28/10/2008  da ohmproduct - visualizzazioni: 2596


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Data pubblicazione: 29/03/2015

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