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Intervista ad Antonio Calogero
Sabato 2 agosto è tornato in provincia di Ragusa Antonio Calogero per l'unica serata attinente il jazz dell'edizione 2008 del Festiva Note di Notte. Il musicista siciliano che già avevamo apprezzato in Danza Multietnica in duo con Paul McCandless nel Novembre del 2007 a Scicli, si è esibito questa volta con un quartetto composto da Michael Rosen, sax soprano e tenore, Andrea Piccioni, tamburi a cornice e Davide Bernaro percussioni etniche. Una conferma di quanto avevamo già apprezzato ed evidenziato nella precedente occasione ci è giunta anche da questo concerto denominato "La festa del vento" che ha avuto una location esclusiva: il porto turistico di Pozzallo in una serata infestata da un clima umido e soffocante. Il suo ritorno in terra Iblea ci ha dato l'opportunità di incontrarlo a fine concerto e di realizzare questa intervista: Vorrei iniziare chiedendoti un parere sulla location scelta da The Entertainer per questo tuo concerto appena concluso?
Vedi il termine world music è stato da sempre usato per definire una musica proveniente da una determinata parte del mondo. Ultimamente, invece, è diventato l'appellativo incondizionato per definire qualsiasi espressione musicale altrimenti indefinibile. L'altro significato che, secondo me, si potrebbe dare al termine world music - quando non ci troviamo di fronte ad un'espressione musicale strettamente connessa alla cultura di un ben specificato paese - è quella di una musica che, filtrata attraverso la sensibilità del compositore, ingloba influenze che vengono, non dico da ogni parte del mondo, ma da tutte quelle che il musicista ha in qualche modo assimilato in trenta anni di studio. …ed è quello che fai tu! Sì, è il mio modo di fare musica ed è anche quello di gruppi come gli Oregon o di artisti come Pat Metheny e di qualcun altro. Ma non ce ne sono molti. ...tu però lo fai con molta delicatezza e senza fragori o esagerazioni…
Tu sei molto noto in America e il "Los Angeles Times" ti ha definito "un pittore di suoni profondamente evocativi". Sei d'accordo? Sì sono d'accordo, in effetti hanno scritto che nella mia musica ci sono influenze di tango, di world music, di musica cubana e il termine pittore è usato in questo senso perché in realtà io prendo i colori della musica di tutti questi paesi, e ripeto, li filtro attraverso la mia sensibilità e la mia tecnica compositiva per mettere su questi brani. A questo punto vogliamo trovare una definizione più precisa del tuo linguaggio? Direi che il mio è ancora un linguaggio classico, le mie composizioni sono ancora strutturate allo stesso modo di una composizione non dico sinfonica, ma certamente classica. Per me è un linguaggio moderno, una musica moderna, non posso dire jazz, non posso dire classica. Dico che tenuto conto che ad un certo punto la musica classica era diventata dodecafonica, atonale e il jazz era diventato avanguardia, per me un modo di intendere la musica moderna è proprio questo e cioè un modo per fare musica veramente originale. E' un po' quello che ha fatto Piazzolla, un vero e proprio maestro. Lui è partito dal suo tango ma, ad un certo punto, del tango è rimasto ben poco e sono venute fuori delle composizioni assolutamente straordinarie che mantengono solo il pulsare del tango, neanche la forma. Quello è stato un modo di intendere la musica moderna. Stessa cosa hanno fatto Ralph Towner, Egberto Gismonti, Pat Metheny, Keith Jarrett a cui io mi sono sempre ispirato che per me sono sicuramente la vera musica contemporanea. In questo modo si è creativi non nell'inventare un nuovo linguaggio come avevano fatto nell'ordine Mozart, Beethoven, Debussy, Ravel, Stravinsky, perché poi ad un certo punto in musica ormai si è inventato tutto. Invece bisogna essere creativi nel cercare di assimilare tutte le musiche del mondo. Se io ad esempio domani andassi a studiare la musica dell'India o se andassi a studiare la musica della selva amazzonica sicuramente ne ritornerei arricchito e qualche cosa a poco a poco ne verrebbe fuori, anche nella mia musica. Quindi non c'è molta improvvisazione nella tua musica? No, la mia musica è molto strutturata e poi ci sono degli spazi che rispetto a quando suono da solo sono ampliati per fare spazio all'improvvisazione. Però questo spazio non viene usato alla maniera del jazz, dove ognuno si ritaglia la parte come vuole, nella mia musica le parti sono determinate e a me servono per dare uno sviluppo alla melodia, per poi passare ad una sezione differente. Questo perché ogni pezzo, a volte, può avere quattro o cinque sezioni differenti come se fossero quattro o cinque pezzi in uno. Non amo insomma le improvvisazioni troppo lunghe perché a mio parere si perde la stesura del brano stesso. Ci sono comunque nel mio repertorio brani che hanno una struttura vicina a quella degli standard del jazz come Slow Jazz, che è una mia composizione originale e che stasera ho eseguito in duo con Michael Rosen. A proposito dei tuoi duetti ho notato che tu prediligi fortemente questa formula perché? Per me il duetto è una formula eccezionale perché le mie composizioni molte spesso nascono come composizioni per chitarra classica che io suono in maniera pianistica. Nel senso che quando suono la chitarra classica cambio cinque-sei tempi differenti: rubato, rallento, mi fermo, piano improvviso, tutta una serie di cose che fanno parte del mio bagaglio che ovviamente in una dimensione di quartetto non puoi fare. Nel duo se c'è affiatamento tra i due musicisti, come ad esempio con Paul McCandless con il quale abbiamo raggiunto un affiatamento tale che acceleriamo, ci rincorriamo, andiamo a tempo e c'è veramente questo sali e scendi musicale che va ovunque e non è affatto rigido. Comunque anche all'interno del gruppo frequentemente io inizio il brano per sola chitarra perché voglio suonare la melodia liberamente e poi dare spazio, quando entra il gruppo, ad un andamento diverso che può essere, ad esempio, quello di una ballata, di un ritmo brasiliano o di un ritmo cubano che farà sentire di più la parte ritmica. La formula del duetto si è espressa magnificamente nel brano "L'attacco Saraceno" con Andrea Piccioni alle percussioni…. Sì, è stato magnifico perché Andrea porta con sé questa sua grande esperienza in quanto ha suonato con gruppi di musica folk e di world music. E' molto preparato musicalmente e riesce ad entrare benissimo in un brano in cui ci sono vari movimenti interni che vanno al di là della semplice tarantella. Il tuo incontro con la musica? Ho iniziato a suonare a sedici anni ed ho sempre suonato sia la chitarra classica che la chitarra acustica, suonavo le canzoni dei cantautori italiani o la musica della west-coast: Joni Mitchell, James Taylor, Crosby, Stills, Nash & Young, poi successivamente ho iniziato a suonare country-blues in un duo e in un gruppo a Messina, il tutto con la chitarra acustica. Nello stesso tempo studiavo chitarra classica e, più avanti, musica brasiliana, musica jazz, musica cubana, orientale e tanto altro perché si va sempre avanti e c'è sempre da imparare anche da tutti i musicisti con cui si suona. …e oggi cosa ascolti? Intanto ti dico subito che ascolto ogni genere di musica, i nomi sono quelli che ho citato prima ovvero: Ralph Towner, Egberto Gismonti, Pat Metheny, Keith Jarrett ai quali aggiungo gli Oregon e il sassofonista inglese John Surman. Hai lavorato molto in America e meno in Italia! Io ho fatto un primo disco per sola chitarra acustica in Italia per la DDD all'interno di una collana diretta da Riccardo Zappa e poi ne ho fatto un altro in Germania con altri chitarristi. Adesso c'è un nuovo disco che si chiama Danza Multietnica, prodotto con Alex Grassi in California, è già tutto pronto c'è anche Paul McCandless in due brani e che verrà distribuito dalla rivista Suono il che consentirà, e questa è una grande opportunità, di reperire il disco in edicola per tre mesi, da Settembre a Dicembre prossimi.
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