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Quattro chiacchiere con…Davide di Chio
ottobre 2012
di Alceste Ayroldi

Nella home page del suo sito spicca un estratto dalla lettera di Giovanni Paolo II agli artisti. In particolare, vorrei commentare con lei una frase: "La vocazione artistica a servizio della bellezza". Quali sono i suoi parametri di "bellezza musicale"?
Bellezza è semplicità, ricerca dell'essenza del suono, sintesi del linguaggio musicale, rispetto della forma, applicazione della logica matematica nella composizione e negli arrangiamenti.
Bellezza è ricerca della verità e dell'elevazione spirituale, diniego di ogni forma di volgare apparenza e di sterile ostentazione delle proprie capacità.
Bellezza è mettersi al totale servizio della Musica.

Perché ha voluto questo estratto nella sua home page? Lei ritiene che sia un insegnamento che tutti gli artisti dovrebbero seguire?

La lettera di Giovanni Paolo II agli artisti è illuminante e illuminata sotto molti punti di vista e i concetti in essa espressi sono condivisibili indipendentemente dal credo religioso.
Innanzitutto spiega molto chiaramente che essere artista non è svolgere una professione ma rivestire una precisa funzione sociale, contribuendo attraverso la creazione delle proprie opere alla crescita spirituale e culturale della collettività. In secondo luogo introduce il fondamentale concetto di etica dell'artista, affermando che la ricerca del bello - il principio cardine da perseguire - comporta duro lavoro e precisa consapevolezza e responsabilità da parte dell'artista che deve operare senza ricerca di gloria effimera, facile popolarità o profitto personale.
Da ultimo ribadisce quanto ogni autentica forma d'arte, frutto della percezione fugace della bellezza nei momenti di grazia creativa dell'artista, sia di fatto una forma di accesso alla realtà più profonda dell'uomo e del mondo.

Nella sua vita la musica l'ha fatta sempre da padrone? Quando ha pensato di farne la sua professione?
Pur essendo da sempre la musica parte fondamentale della mia vita e riempiendo ogni giornata della mia esistenza non ne ho mai fatta una professione esclusiva: tutt'oggi, un po' per scelta e un po' per caso non vivo solo di musica. Penso di essere un esempio - uno dei tanti per la verità - di dicotomia tra l'essere musicista e svolgerne la professione: una differenza non sempre facilmente comprensibile, spiegata molto bene da Ivano Fossati, allorquando ad ottobre dell'anno scorso ha annunciato di voler smettere di svolgere la professione, il mestiere, per concentrarsi esclusivamente sulla ricerca musicale ed artistica.

Lei ha iniziato con il pianoforte per poi dedicarsi alla chitarra: perché questo cambiamento? Chi l'ha portata verso le sei corde?
Sono nato nel 1971, e pertanto ho trascorso la mia adolescenza in pieni anni Ottanta, con l'acquisto dei dischi in vinile e l'ascolto della musica pop e rock di matrice britannica di quegli anni: U2, Smiths, Ultravox, Simple Minds, Cure. Tutte band con un sound ben definito in cui era proprio la chitarra elettrica (insieme ai suoni dei sintetizzatori e delle batterie elettroniche) a farla da padrone. Ho cominciato così ad approcciare il mio attuale strumento, pur decidendo di virare quasi subito istintivamente verso le sonorità acustiche, forse per cercare sin da allora una via strumentale personale.

E, invece, il jazz quando ha fatto ingresso nella sua esistenza di musicista?
Anch'esso negli anni '80, attraverso il contributo fondamentale della televisione pubblica che all'epoca mandava in onda trasmissioni quali "Schegge" e soprattutto "D.O.C.", nelle quali erano chiamati a esibirsi dal vivo i migliori jazzisti statunitensi in tour nella nostra penisola in quegli anni. Per me, come credo per molti musicisti della mia generazione, fu una vera folgorazione vedere e ascoltare tutti i pomeriggi gente come Dizzie Gillespie, Michael Brecker, Chet Baker, Miles Davis, Pat Metheny Group, insieme a tanti altri. Può sembrare paradossale, soprattutto al giorno d'oggi, in cui le uniche cose trasmesse dalla tv generalista in ambito musicale sono i talent show.

Parliamo di "Aprile", il suo ultimo lavoro discografico pubblicato per l'Abeat Records. Un disco totalmente autografato da lei, senza alcuno standard e con un marcato sapore mediterraneo. Sembra quasi allontanarsi dal jazz: è questa la sua nuova via musicale?
Ci sarebbe da interrogarsi su cosa rappresenti il jazz in questo momento storico e in quale direzione tale forma di musica stia andando. A mio modesto avviso il jazz non può che essere, oggi più che mai, musica di sintesi per eccellenza, miscellanea di idiomi musicali differenti tesa alla creazione di un linguaggio personale. E' ciò che nel mio piccolo ho cercato di fare in Aprile, un concept album autobiografico che racconta attraverso i suoi brani tematiche - quali il viaggio, la famiglia e la casa - con le quali l'uomo da sempre si confronta. Lo sforzo creativo è stato quello di cercare di proporre musica fortemente descrittiva, senza l'ausilio delle parole. In Aprile ho cercato di definire meglio il mio linguaggio musicale sempre più teso ad esaltare la cantabilità delle melodie con soluzioni spero eleganti negli arrangiamenti. Ritengo pertanto che Aprile sia un disco di Jazz moderno, con sonorità anche folk e mediterranee, a tratti scritto con la tecnica classica del contrappunto, che penso si presti ad essere apprezzato da un'utenza non strettamente jazzistica di ascoltatori.

C'è un brano che, in particolare, mi ha colpito: "Eleonora il padre e la madre", dall'allure quasi Rinascimentale. Come e perché ha questi tratti somatici?
"Eleonora il padre e la madre" è un brano scritto in un periodo molto felice della mia esistenza, all'indomani della nascita della mia primogenita. Da un punto di vista compositivo è caratterizzato dal contrappunto e dallo scambio di parti tra gli strumenti (ELEONORA il flauto, IL PADRE il basso e LA MADRE la chitarra) che risolve in un ostinato in cui fanno capolino alcune blue notes dissonanti rispetto all'armonia classica. E' un brano certamente influenzato dall'ascolto e dallo studio delle partiture barocche di J.S. Bach, ma anche dei lavori di Bill Frisell.

Lei utilizza chitarre acustiche e classiche. Rifugge tutto ciò che è elettrico?
Non ho alcuna preclusione in merito. Come già accennato, ho a lungo ascoltato musica elettrica e inoltre il mio chitarrista preferito è Jimi Hendrix, cui ho reso omaggio nel mio precedente disco "Fratello Mare Lontano" con una personale rilettura di Little Wing. Probabilmente il mio prossimo lavoro discografico proporrà qualcosa di elettrico. Non lo so: dipende da dove mi porterà la musica.

Ha scelto dei sodali tutti pugliesi: Francesco Lomangino, Andrea Gallo, Gianlivio Liberti. E' una scelta di "campanile", oppure è un progetto che avete costruito insieme?
Da sempre credo nel "suono di gruppo" che non può che essere il frutto del lavoro continuo con i musicisti con i quali si sceglie di collaborare e con i quali s'instaurano rapporti di amicizia e stima reciproca, a mio modo di vedere, fondamentali per la piena riuscita di un progetto artistico. E' un concetto più diffuso nell'ambito della musica classica e del rock di quanto lo sia nel jazz; direi che è uno dei principali limiti di buona parte della discografia jazz italiana più recente. La scelta di "ospitate illustri" all'interno dei dischi - lungi dall'essere strumentale alla musica proposta - è quasi sempre dettata da finalità commerciali; il rischio concreto è quello di concentrarsi sulle performance tecnico-strumentali dei singoli, mettendo in secondo piano la musica. E' qualcosa che personalmente non m'interessa. La mia non è pertanto una scelta di campanile: è semplicemente il fatto che ho ritenuto Francesco, Andrea e Gianlivio - musicisti, più bravi di quanto non siano conosciuti - le persone più congeniali per realizzare "Aprile".

Con lei a tratteggiare disegni e armonie ci sono i sassofoni di Lomangino. Se avesse aggiunto uno strumento, quale sarebbe stato e chi avrebbe scelto?
In alcune composizioni potrebbe essere funzionale inserire il pianoforte e le percussioni; mi piacciono molto anche l'oboe e il violoncello, strumenti che potrei introdurre nella prossima produzione discografica, invitando a suonare chiunque mi dimostri le capacità artistiche e umane innanzi descritte.

Un disco particolarmente romantico, meditativo, che sembra tracciare le vie del Nord Europa con il dialetto dei territori del Sud Italia. Pensa che il jazz tradizionale, il mainstream, sia da lasciarlo agli statunitensi?
Penso che gli statunitensi siano molto più bravi di noi a suonare mainstream: è la loro musica, è nel loro DNA. Penso anche però che i musicisti più innovativi - tanto di scuola statunitense quanto di scuola nord-europea - propongano musica sempre più densa di richiami "etnici", nell'accezione più ampia del termine. I rimandi alle proprie radici musicali rappresentano il proprio marchio di fabbrica. E' qualcosa con la quale dovremmo cimentarci sempre più anche noi, attraverso la definizione di una via italiana al jazz di cui ritengo si parli più di quanto venga fatto in concreto.

Le potrà sembrare una domanda indisponente: il suo nome non è uno di quelli che, in Puglia, si sentono con particolare frequenza, né di quelli che partecipano alle kermesse/vetrina da qualche tempo promosse nel nostro territorio da un ente para-regionale. E' una sua scelta o le sono mancate le chiavi giuste per farne parte?
Non la trovo una domanda indisponente, poiché descrive un dato di fatto, anche se andrebbe forse formulata a chi organizza detti eventi. Da parte mia posso solo dire che il non esibirmi dal vivo non è una scelta. Non conosco appieno le logiche selettive che sottostanno all'organizzazione degli eventi musicali sul nostro territorio che - tanto nel pubblico quanto nel privato - mi sembra siano il frutto dell'auto candidatura da parte dei musicisti e del proprio entourage e dalle legittime relazioni che s'instaurano tra questi e gli organizzatori dei festivals. Relazioni che ad oggi non ho mai, né direttamente, né indirettamente coltivato, preferendo concentrarmi in via esclusiva sulla musica. Non ne risento in maniera particolare e - per sgombrare il campo da ogni fraintendimento - tengo a precisare che non mi sento discriminato: il mio disco, come quello di altri musicisti pugliesi pubblicati ultimamente, usufruisce del contributo pubblico veicolato dall'ente para-regionale cui Lei fa probabilmente riferimento, riconosciuto sulla base di una graduatoria pubblicata a marzo del corrente anno. Ovviamente sarei lieto di trovare in futuro, più di quanto fino ad oggi accaduto, occasioni per proporre la mia musica dal vivo in Puglia così come al di fuori della nostra regione.

E' difficile suonare jazz per un italiano in Italia?
Certamente il degrado generale che ha caratterizzato il nostro Paese nell'ultimo ventennio e i continui tagli ai capitolati di spesa pubblica destinati alla cultura, uniti al mancato varo di una nuova legge di riforma sulla musica, più volte annunciata e mai messa in atto, non hanno contribuito alla crescita di fenomeni musicali importanti ma non ancora pienamente tutelati e definiti. Il jazz continua purtroppo a essere in Italia musica di nicchia, ascoltata da meno persone di quante la suonino. Ai concerti - a parte quelli delle stelle del firmamento internazionale, ai quali è "di moda" partecipare - continua ad andare il solito pubblico di pochi appassionati musicisti. Finché non si consoliderà un vero e proprio movimento culturale, anche grazie all'ausilio dell'intervento pubblico, sarà sempre difficile proporre i propri progetti nel nostro Paese. In tal senso ritengo meritoria l'attività svolta negli ultimi anni dal Governo regionale della Puglia, che mi sembra rappresenti attualmente un'isola felice nel nostro Paese.

Riprendendo lo spirito della "lettera aperta" di Giovanni Paolo II, se lei dovesse scrivere una lettera aperta agli organizzatori di eventi musicali italiani, cosa vorrebbe dire?
Chiederei loro di cercare voci fuori dal coro, personalità e spessore artistico, ascoltando la musica che viene loro proposta, senza preconcetti, con onestà intellettuale ed apertura mentale. Chiederei di valutare lo spessore dei progetti attraverso il "blind listening", un ascolto a occhi chiusi, senza sapere chi suona, facendosi guidare soltanto dalla musica proposta e non dalla fama delle persone che suonano all'interno di un progetto. Chiederei loro di perseguire finalità culturali e di investire almeno in parte i loro budget sugli artisti emergenti più che puntare tutto su nomi dal facile richiamo commerciale che, sovente, con il jazz hanno poco a che fare.

Quali sono i suoi progetti futuri? E i progetti di questo quartetto?
Nei prossimi mesi vorrei promuovere Aprile dal vivo, mediante un piccolo tour di concerti e showcase di presentazione del disco. Inoltre, come già accennato, sto completando la scrittura di un nuovo lavoro discografico nel quale, con molta probabilità, mi cimenterò con le sonorità elettriche e con l'impiego di nuovi strumenti.Per il resto, come ho avuto occasione di dire in precedenza, mi piace raccontare storie attraverso la musica e sarebbe bello prima o poi avere l'occasione di scrivere qualcosa per il cinema.

La sua attuale playlist: che musica ascolta in questo periodo?
Eccola qui di seguito:

Liberetto - Lars Danielsonn (ACT 2012)
Treats for the Nightwalker - Josh Roseman Unit (ENJA 2003)
A love supreme - John Coltrane quartet (IMPULSE 1964)
Cello Songs - Sarah Jane Morris (CINIK RECORDS 2011)
Sign of Life: music for 858 quartet - Bill Frisell (SAVOY 2011)
The Art of the trio vol.3 - Brad Meldhau (WARNER BROS 1998)
Between the Times - Knut Rössler - Johannes Vogt - Miroslav Vitous (ACT 2007)
Right Brain Patrol - Marc Johnson/Ben Monder/Arto Tuncboyaciyan (WINTER & WINTER 2004)
The Cube - Dado Moroni quintet with Tom Harrel (ABEAT 2007)
Travelling Miles - Cassandra Wilson (Blue Note 1999)
Universal Spirits - Tim Ries Quintet (CRISSCROSS 1998)
Enrico Pieranunzi plays Domenico Scarlatti (CAMJAZZ 2008)






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Data pubblicazione: 28/10/2012

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