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Intervista a Diamanda Galàs
Le origini del Jazz
dicembre 2009
di Marco Marroni

Definire Diamanda Galàs una pianista e cantante jazz è in parte riduttivo, a meno che non si dia per scontata l'accezione del termine inclusiva delle recenti avanguardie. La sperimentazione ha da sempre caratterizzato la produzione artistica della interprete americana di origini armeno-greche, pianista blues in grado miscelare John Lee Hooker a Rachmaninoff e Listzt, Son House e Howlin' Wolf alle sonorità mediorientali con cui è stata cresciuta dai genitori. A fare di lei la stella indiscussa dell'avanguardia degli anni Ottanta e Novanta sono i suoi lavori per sola voce, capolavori della sperimentazione elettronica sorretti dalla sua eccezionale versatilità vocale, che le permette di riprodurre la più strabiliante gamma di suoni e le vale, nel 2005, il "Premio Internazionale Demetrio Stratos" alla carriera.

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a ciò che conferisce ai lavori della Galàs un valore aggiunto è l'esigenza di porre al servizio di tematiche sociali quella voce che l'artista stessa ha definito "uno strumento di tortura per i miei nemici". Ecco quindi che la denuncia per l'indifferenza nei confronti della nascente piaga dell'AIDS prende forma in The Divine Punishment, Saint Of ThePit, You Must Be Certain Of The Devil e nella Plague Mass conclusiva del ciclo, lo storico concerto registrato nella cattedrale di St. John di New York eretto a manifesto della rabbia impotente delle minoranze coinvolte negli anni Ottanta nel primo diffondersi della malattia.

Altri temi trattati sono il genocidio armeno degli anni '20 in Defixiones: Will & Testament, la tortura psicologica in Shrei 27 e in generale l'approfondimento della condizione dell'isolamento (Song Of Exile), mentre negli ultimi anni l'artista si è concentrata nella composizione di cicli di classici del blues e della canzone d'autore legati all'amore omicida (Malediction And Prayer e l'ultimo Guilty Guilty Guilty).

Abbiamo avuto il piacere di conoscere Diamanda Galàs in occasione del suo passaggio in Italia lo scorso 15 dicembre, quando la cantante ha presentato il suo ultimo programma per pianoforte e voce presso l'Aula Magna dell'Università "La Sapienza" grazie all'Organizzazione Universitaria dei Concerti di Roma.

Innanzitutto com'è stato suonare nel cuore di una delle più importanti università italiane?

Molto bello! Una sala meravigliosa. Un'acustica molto particolare, differente da quella di un auditorium ma decisamente affascinante.

In Your Kisses Are Like Fire (Ta Filia Sou Eina Fotia) fai molto uso di scale e canoni della musica greca e mediorientale: è una decisione consapevole o si tratta di un percorso naturalmente connesso alla riscoperta delle tue origini greche?

"Ta Filia Sou Eina Fotia", il brano che da' il titolo al programma, è stata scritta da Mohamed Abdel Wahud e Manolis Angelopoulos, greco di origine gitana che ha realizzato una nuova versione di questo classico insieme a Wahud, di origini egiziane, che la voleva cantare in greco. Questo brano, da solo, è emblematico della mia educazione artistica. In realtà ascolto questa musica sin da piccola, l'unica ragione per cui non ho affrontato questo repertorio prima d'ora è che volevo essere pronta, curare la pronuncia dei testi in greco, le progressioni armoniche. Per il concerto ho preferito organizzare un repertorio eterogeneo includendo "Asterdam" e "Fernand" di Jacques Brel, brani tratti dal canzoniere francese che amo molto.

Per questo nuovo programma hai composto musiche su poesie di Kavafis e Freilgrath: come scegli i brani da rendere in musica e qual è il tuo metodo di composizione?

Conosco questi autori da molto, ciò che fa di Kavafis uno dei miei autori preferiti è la perfetta modernità delle sue parole, per nulla scalfite dal tempo. In genere le poesie che uso sono parte del mio percorso culturale ed emotivo: su di esse cerco una linea melodica, a volte semplicemente cantandole. Per esempio "Der Stunde Kommt" l'ho musicata così, "In Despair" di Kavafis ho cominciato a cantarla in modo quasi liturgico, il suono della poesia di Kavafis è incantevole e ideale per la musica. Quasi subito ne è nata una melodia dagli accenti molto mediorientali, mentre in seguito, provando a intonarla di nuovo, è scaturita da quelle parole una melodia molto più europea, e ho pensato subito che questa fosse la sua veste migliore.

Hai suonato con tuo padre, musicista jazz, ma hai anche affrontato repertori classici tanto da esibirti, da giovanissima, con l'orchestra di San Diego: quanto conta l'improvvisazione nella tua musica?

Non farei una distinzione netta fra queste due culture: è risaputo che più grandi autori Romantici erano soliti improvvisare, così come anche il jazz è pieno di regole e strutture da cui non si può prescindere, oltre le quali e senza le quali interpretare un determinato brano può non avere più senso. Per esempio "O Death", che ho suonato anche a Roma e di cui ho pubblicato di recente una nuova versione nel mio sito internet, è molto diversa da come l'ho pensata per Guilty Guilty Guilty (ndr. l'ultimo album, pubblicato nel 2008). Nonostante certe strutture di base siano a fondamento del brano penso che i miei accordi siano molto più interessanti dell'ennesima blues band che suona con le solite cinque note.

La tua versione di "O Death" a tratti sembra una moderna sonata di Scrjabin…

Oh, adoro questo paragone! E mi fa piacere parlare di Scrjabin perché sto seriamente pensando di proporre alcuni suoi brani per pianoforte durante le mie performances, come omaggio a questo grande musicista così influente in così tanti modi sul jazz moderno. Sento spesso parlare di jazz senza che nessuno citi gente come lui, Rachmaninoff, Bartok...da non crederci. Non danno loro alcun credito! Chi ha inventato queste progressioni, chi ha inventato certe scale?

Si conosce Thelonious Monk ma non, appunto, Scrjabin.

Giusto, come osi parlare di Monk senza sapere chi gli ha dato gli strumenti per esprimersi? Questa gente mi annoia, davvero, mi annoiano molto (ride). Gli americani hanno questo modo di ingigantire tutta la cultura che li vede protagonisti senza riconoscere l'originalità a chi davvero ha creato certi accordi, certe scale. Ed è una questione razziale, è un dato di fatto che la maggior parte dei compositori in questione nasce in Medio Oriente, prendi i russi, Scriabin, Rachmaninoff, prendi Bartok, Chopin: è lì che nasce il jazz, e un paese come l'America che ha sperimentato la piaga dell'intolleranza non dovrebbe perpetrarla a sua volta ignorandoli completamente perché non americani. Quando suono "Gloomy Sunday" negli Stati Uniti mi dicono, "ah la canzone di Billie Holiday"...ma non è di Billie Holiday, è di Laszlo Seress! Ed è una cosa completamente diversa rispetto alla versione della Holiday, tra l'altro. Quando ero giovane mi dicevano che il jazz nasce dalla cultura africana, beh permettimi di farti sentire un disco di musica africana e vedremo! Non c'entra assolutamente nulla. Il jazz parla attraverso la lingua dei grandi romantici e contemporanei europei, è per questo che non mi piace tracciare una linea di divisione netta fra una cultura e l'altra. Oggi in America la creazione musicale, e non solo jazz, è molto limitata, ci sono un paio di grandi cantanti a Broadway che comunque propongono sempre il solito approccio al jazz...e il resto degli americani ascolta brutte copie di Aretha Franklin e Whitney Houston con i soliti due o tre giri di accordi di rhythm and blues.

Nel 1996 hai pubblicato un libretto di testi dei tuoi lavori per sola voce, hai mai pensato di far pubblicare le trascrizioni dei tuoi arrangiamenti per pianoforte?

E' un'idea molto interessante ma il problema è che non riporto su spartito ciò che suono o ciò che scrivo, non ho mai studiato composizione, mi ci vorrebbero ore per farlo. So che qualcuno suona o vorrebbe suonare come me, mi rendo conto che sarebbe una pubblicazione interessante ma come eredità posso lasciare solo le mie incisioni.

Se non scrivi su spartito in che modo, concretamente, componi? Registri le tue improvvisazioni oppure suoni più e più volte finché non sei soddisfatta dell'arrangiamento?

Suono molto, certo non incido tutto. Insomma dipende, di solito i brani crescono anche suonandoli in pubblico. L'altra sera, proprio a Roma, ho suonato "Ain't Nobody Home" per la prima volta di fronte a un pubblico e, credimi, l'avrò provata un paio di volte, non di più. Non è nel programma ma la stavo ascoltando, volevo suonarla e mi sono detta ok, proviamo. E mi sono divertita molto, è un bel blues di Howard Tate reso celebre da B. B. King. Perciò dipende, a volte ci vuole tempo mentre altre volte il primo take è il migliore, come per la mia versione di "Autumn Leaves" che è su Guilty Guilty Guilty: quello è un primo take, la prima volta che l'ho suonata in pubblico è finita su disco.

Come nella tradizione dei musicisti jazz.

Esatto, a volte la suoni una volta e non c'è nulla da aggiungere, ma continuando a proporla può capitare che il secondo take, o il terzo, siano completamente diversi dalla prima versione, magari migliori. Lo stesso vale per le composizioni originali. Un musicista sa di cosa sto parlando. E' anche vero che io mi annoio facilmente, ed è per questo che di solito in ogni mio concerto cerco di mettere uno o due brani nuovi, per cambiare, se suonassi sempre le stesse cose mi annoierei a morte. Però, in generale, è sempre meglio lasciare un po' di tempo ai brani, per permettere loro di crescere. O di decidere di non crescere.

Pensi di tornare a cantare in italiano, dopo la Supplica a Mia Madre di Pasolini?

In verità in questo periodo sto leggendo molto Pessoa, lo adoro e probabilmente approfondirò alcuni suoi brani perché li ritengo molto affini a questo progetto. Ma in futuro certo, perché no, sono sempre in cerca di nuovi poeti e nuova poesia, anche italiana.

Negli ultimi anni hai accennato a diversi progetti che ti riguardano, puoi aggiornarci con precisione su quali saranno le tue pubblicazioni più prossime?

In questo periodo sto presentando alcuni brani registrati durante lo scorso tour sul mio sito internet, il prossimo sarà "All The Way", resa celebre da Frank Sinatra – ma non la canto come lui. Per il momento questo è il modo in cui penso di condividere You're My Thrill, avevo deciso di mettermi al lavoro su questo nuovo disco ma mi sono detta lasciamo perdere, non ho tempo per un impegno così esclusivo, meglio preparare un brano alla volta e poi forse più in avanti ne pubblicherò in concreto una selezione. Ma allo stesso tempo posso dirti che sto lavorando su Nekropolis, un progetto che sto portando avanti da anni e che sembra abbia finalmente trovato qualcuno interessato a finanziarlo. Penso che potrò presentarlo e pubblicarlo nel giro di un anno, un anno e mezzo.

Grazie Diamanda, è stato un piacere.

Grazie a te.






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COMMENTI
Inserito il 23/2/2010 alle 16.01.13 da "rossellaskyline"
Commento:
Complimenti! Bellissima intervista che ci permette di entrare nel mondo di quest'artista davvero unica! grazie! (Rossella Del Grande)
 
Inserito il 2/3/2010 alle 17.47.28 da "francescobear"
Commento:
Grande Diamanda!!!Grazie x l'intervista.
Francesco Bearzatti
 
Inserito il 11/3/2010 alle 19.22.40 da "lauratommi"
Commento:
teoria interessante le origini del jazz in russia da approfondire naturalmente, sopratutto da una fan di monk.
bella intervista
laura vanni
 
Inserito il 13/3/2010 alle 1.10.16 da "anton"
Commento:
magnifica intervista
chissa' quando All About Jazz Musica Jazz o Giornale della Musica (e via strombazzando) si sveglieranno?

antonio
 
Inserito il 15/3/2010 alle 19.50.23 da "bluesman84"
Commento:
Grazie mille ragazzi! Parlare con Diamanda per me è stato un piacere e un onore e proporle quelle domande era un'esigenza maturata da tempo. Sono veramente felice di leggere il vostro apprezzamento.

Marco Marroni.
 


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Data pubblicazione: 06/02/2010

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