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Intervista con Elisabetta Antonini
ottobre 2012
di Vincenzo Fugaldi


foto by Claudio Martinez

Artisti non ci si improvvisa, lo si diventa dopo anni di studio, di pratica, di totale impegno. È questa la lezione che si evince dalla tua biografia artistica, Elisabetta. Lo confermi?
Diciamo che artisti si cerca di essere… è una ricerca che dura tutta una vita, e forse non ci si arriva mai. Esprimersi in modo artistico significa riuscire a condensare qualcosa di originale in un linguaggio accessibile agli altri ed emotivamente percepibile. È un obiettivo bellissimo e lontano, che però io mi sono posta. Oggi più che artista mi ritengo appassionata, il mio studio dura da anni e penso non finirà mai, e quello che mi motiva di più è proprio l'amore per la musica in genere e per il jazz in particolare, un universo così articolato e complesso, inesauribile. Lo studio è come un allenamento atletico, perché bisogna conoscere il proprio strumento ed esercitarlo, ma non è solo legato alla specificità dello strumento e della tecnica. Significa anche fare un certo tipo di vita, cercare un equilibrio, avere uno sguardo curioso verso il mondo, abitudini che ti permettano di fare questo lavoro per anni - perché è logorante, consuma - e mantenerti sempre motivato. Significa riuscire a prendere dalle persone che incontri, dai dischi che ascolti, qualcosa da elaborare per un progetto, da portare all'interno di una collaborazione, una sfida sempre aperta. Oggi un cantante non può permettersi di studiare solo la voce, deve conoscere la musica e almeno uno strumento, perché questo gli permette di comunicare con i musicisti, avere credibilità, essere originale. In sostanza deve arrangiare, comporre, costruire la propria proposta. Qualcuno si astiene, probabilmente non ha l'ambizione di scrivere la propria musica, ma in ogni caso c'è tanta ricerca dietro, anche quando si è solo interpreti.

Una delle caratteristiche della tua vocalità è la raffinatezza, il gusto. Qual è secondo te il segreto di questa qualità, è innata o la si può acquisire?

Secondo me è un po' come avere gli occhi azzurri o gli occhi blu. C'è chi tira fuori l'energia con un modo di vivere la musica molto sanguigno, molto viscerale. C'è chi tira fuori il virtuosismo, perché ha delle capacità straordinarie. E c'è invece chi si esprime meglio attraverso la capacità compositiva. Il fatto di cercare un certo tipo di estetica curata, in cui ritrovare un certo gusto, equilibrio, raffinatezza, è qualcosa che in parte si ha e in parte si vuole. Io della musica apprezzo proprio la raffinatezza, il gusto. Potrei elencarti decine di musicisti, ma alla fine quello che mi affascina è proprio il loro gusto. L'elemento tecnico è importante, ma prediligo l'artista che riesce a essere personale e avere un suo carattere senza aggressività, con equilibrio ed eleganza.

Due cantanti italiane hanno giocato un ruolo fondamentale nella tua formazione, Cinzia Spata e Maria Pia De Vito. Vuoi soffermarti sui loro apporti alla tua crescita artistica?
Sono contenta di questa domanda. Cinzia è un'insegnante appassionata, la prima persona che mi ha fatto capire che la musica poteva essere una cosa molto seria, un lavoro importante che si sceglie di fare impegnandosi, con metodo. Mi ha fatto comprendere che potevo tirare fuori tantissimo dalle mie prime esperienze di studio. Ha saputo farmi intravedere una strada possibile che perseguita con serietà e con grande determinazione poteva portarmi lontano. Lei stessa, come modello musicale, è stata fondamentale, perché faceva e ascoltava un tipo di jazz che ha dato un'impronta al mio gusto, anche se ritengo di fare cose molto diverse da lei. In quel periodo Cinzia suonava un jazz moderno che andava da una fusion raffinata alla Oregon, a cose più afroamericane; riusciva a trovare sempre brani originalissimi di compositori come Kenny Wheeler, per fare un nome. Un jazz europeo contaminato con atmosfere fusion, e sempre con bravi musicisti. Quando ho cominciato a studiare con lei, circa diciassette anni fa, a Roma c'erano molti concerti, quindi ho avuto l'opportunità di conoscere una vastità di repertorio jazzistico che forse se avessi studiato con qualcun altro non avrei potuto accostare. Cinzia e Maria Pia sono state importanti anche per il loro esempio artistico, gli stimoli che mi hanno dato, il fatto che erano considerate delle musiciste e avevano un rapporto con gli altri musicisti molto serio, di grande leadership, e conoscevano bene la musica. Tutto questo ha fatto nascere una generazione di cantanti dalla preparazione più ampia. Grazie a Cinzia ho ascoltato anche dischi meravigliosi, e frequentato seminari con docenti americani, una cosa che prima non si era fatta mai. Ho frequentate le due insegnanti in momenti diversi, e in entrambi ero molto ricettiva, mentre in altri periodi ho dovuto trascurare lo studio della musica per seguire l'università. Quando poi ho ripreso, proprio con Maria Pia, è stato di nuovo il momento dell'impegno, del massimo studio. Entrambe sono molto esigenti, ti confrontano con i tuoi limiti, e questo è utile. La differenza è che mentre Cinzia è un po' "chioccia", per cui vuole che si stabilisca un rapporto diciamo di benevola subordinazione, Maria Pia richiede che cammini con le tue gambe fin da subito, e quindi punta molto sul fatto di sviluppare la tua personalità, la tua specificità, il tuo suono, il tuo repertorio. In questo ovviamente ti lascia da sola, non può essere lei ad aiutarti a scegliere i pezzi, devi sceglierli da te. Però in tutto quello che è avvenuto prima mi ha dato tantissimo, sono stata forse una delle ultime allieve a fare un percorso didattico individuale con lei, che poi ha smesso di insegnare individualmente e si limita a tenere i seminari e insegnare al Conservatorio. Maria Pia è un esempio, in tutti questi anni ha realizzato tanti dischi uno diverso dall'altro, è un'artista in continua ricerca, che ha colto delle sfide incredibili riuscendo sempre a tirare fuori qualcosa di valido, e anche quando si impegna in un progetto che non abbraccio completamente, non posso che apprezzare comunque la qualità di ciò che fa, la coerenza con cui si sceglie i collaboratori, la sua capacità di andare sempre in direzioni nuove, di darsi dei nuovi orizzonti, con organici sorprendenti e musicisti del livello di John Taylor e Ralph Towner. Maria Pia poi è stata generosissima con me, perché ci siamo sempre tenute in contatto, e a un certo punto mi ha invitato a insegnare con lei a Nuoro Jazz, un seminario che avevo frequentato anni prima da allieva. Così dal 2005 a oggi mi trovo al suo fianco in questa esperienza importante, con Paolo Fresu, Bruno Tommaso e tanti altri. Per me è stato un grande riconoscimento.

Nel jazz italiano e internazionale quali sono stati, e sono, i tuoi riferimenti?
Passo da fasi in cui amo le cose più tradizionali ad altre. Quando studiavo con Cinzia, come dicevo prima, ho conosciuto attraverso lei il jazz europeo, tutto il versante Ecm, in un periodo in cui non era semplicissimo trovare i dischi, e andavo a casa degli amici per registrarli. Così ho ascoltato Kenny Wheeler, Norma Winstone, quel jazz europeo che è stata una scuola fondamentale. A me piace comunque il minimalismo, anche in musica contemporanea, lo si sente dai miei dischi, con organici ridotti, arpa e voce, o un trio senza batteria. Poi ascolto anche jazz americano, sempre in casa Ecm, con quel tipo di estetica, come ad esempio un bellissimo concerto del trio di Tord Gustavsen a Locri. Grazie a Cinzia ho conosciuto la tradizione sia vocale che strumentale: ci ha fatto ascoltare sin da subito il jazz strumentale, che molti non conoscevano, perché i cantanti spesso ascoltano solo altri cantanti. Forse la cantante che prendo come riferimento, che ho ascoltato tantissimo e che incontra il mio gusto e trovo veramente impareggiabile è Carmen Mcrae. Tra tutte, nonostante io abbia ascoltato a lungo Ella Fitzgerald, è quella che in assoluto mi tocca di più. Poi ovviamente Betty Carter… Con Maria Pia, che faceva tutte quelle cose particolari, eclettiche, ho poi cominciato ad apprezzare il versante fusion-mediterraneo, quindi tutta la produzione Egea, che trovo ancora oggi veramente illuminante.

Sei affascinata solo dal jazz, o anche da altre musiche?
Sicuramente mi affascinano tante altre musiche. Non sono, e me ne dispiace, una conoscitrice della world music, ma penso che sarà una di quelle cose che molto presto dovrò ascoltare. Quella che cerco di ascoltare più spesso che posso è la musica del Novecento, che mi piace tantissimo. Ciò che prediligo dopo il jazz è la musica da Debussy in poi, conosco anche l'Ottocento ma purtroppo poco quello che viene prima, anche del repertorio cantato, liederistico, operistico, barocco, perché non ho una formazione classica, e quindi sto cominciando solo adesso ad avvicinarmi. Però in generale di quel mondo preferisco la musica non cantata.

Facciamo una breve panoramica sulla tua discografia, in particolare su «Un minuto dopo» (Dodicilune, 2009), «Women Next Door» (2011) e «Nuance» (Blue Serge, 2011).
Il primo è costruito intorno alle composizioni di Enrico Rava, che avrebbe dovuto partecipare al disco ma non era disponibile per la registrazione, ma mi ha molto incoraggiata. Inizialmente avrebbe dovuto intitolarsi Certi angoli segreti. Per la presenza di Paul McCandless, il taglio delle musiche invece è stato più cameristico rispetto allo sviluppo che avrebbe avuto in presenza di Rava. Il secondo non lo considero un disco, ma più che altro un biglietto da visita; viene da un amore per un certo tipo di jazz anni Cinquanta, legato soprattutto alla sonorità di George Shearing, che aveva un quintetto senza batteria e con il vibrafono, e di Nat King Cole. Ho trascritto degli arrangiamenti originali che lo stesso Shearing aveva fatto di alcuni standard riadattando per un piccolo gruppo arrangiamenti storici di Ellington e di altri. È un omaggio a una tradizione e alla sonorità di quel periodo, un jazz poco afroamericano, ma molto ben confezionato, con brani equilibratissimi, e con delle intro meravigliose. Shearing e Cole avevano un'articolazione basata sul gusto, che non puntava sul solismo, anche se le improvvisazioni erano eccezionali, ma c'era un grande lavoro sul progetto, sull'elemento architettonico della musica. Pur amando l'improvvisazione, il free o le cose poco confezionate non mi interessano. Un'altra cosa da dire di questo disco è che è composto tutto da donne (tranne il vibrafonista), da cui il titolo. «Nuance» invece nasce perché l'arpista Marcella Carboni mi ha chiamato per dirmi che avrebbe suonato a Nuoro Jazz, dove insegnavo, e mi ha proposto di fare una serata insieme. L'arpa è uno strumento ambivalente, da una parte affascinante, con questo suono bellissimo, avvolgente, magico, ma non è di uno strumento di immediato impiego nel jazz. Bisogna ricrearsi tutto, e quindi ci siamo costruite ogni brano, dopo una accurata selezione. Da parte mia c'è stata una serie di proposte, e da parte di Marcella la pazienza di rielaborarle per lo strumento, poi abbiamo lavorato insieme per confezionarle. Abbiamo pensato che poteva essere interessante usare una loop station. Nel tempo siamo poi rimaste legate a una serie di brani che facciamo sempre, e poi via via abbiamo arricchito il repertorio. Nel disco ci sono cose che raramente facciamo dal vivo, perché ci piace tirar fuori anche altri colori del duo che sul disco non abbiamo messo. Ed è un progetto che vede come ospite Javier Girotto, che dà un ottimo apporto al nostro piccolo organico.

Sei un'affermata didatta di canto jazz. Come concepisci – non ti chiedo di svelarci i tuoi segreti – la didattica del jazz?
Non ho alcun segreto... Il jazz è una musica piuttosto impalpabile, quindi nella didattica ognuno sceglie la propria direzione. Io ho avuto l'impostazione di Cinzia che è una persona molto strutturata e precisa, e quindi sono un'insegnante esigente, ma generosa. Lavoro moltissimo sul repertorio e sull'improvvisazione. Sono meno interessata a un lavoro tecnico sulla voce, semplicemente perché sento che quello che io posso dare di più è sull'altro versante. La didattica è una cosa molto appassionante, che prende tante energie ma dà anche tanti stimoli e soddisfazioni. È un grande impegno con sé stessi che obbliga a studiare sempre, una costante chiamata all'aggiornamento e al rigore. Quindi io continuo a studiare, passo dei periodi in cui studio con gli allievi le cose che insegno. La didattica mi aiuta a crescere.

La tua attività ti lascia tempo per fare anche altro? Quali sono i tuoi interessi al di là della musica?
Tanti. Una delle cose che amo di più è sicuramente il cinema, Truffaut è uno dei miei registi preferiti. Quel mondo, quel tipo di linguaggio mi ha affascinato tantissimo, riuscire a capire la prospettiva di un regista, l'estetica, il senso, i metasignificati. Le questioni tecniche mi affascinano tantissimo. Mi piace molto anche il dietro le quinte. Ricevo molto spesso in regalo biografie di registi, Bergman, Truffaut, Allen. E mi piace anche tutto il filone del cinema d'essai, da Aki Kaurismaki con le sue ambientazioni nordeuropee, e i musical degli anni Quaranta e Cinquanta. E poi amo prendermi i miei spazi, stare in mezzo alla natura e fare grandi passeggiate in montagna, e rivedere i film che conosco a memoria (è una cosa che faccio puntualmente, è come riassaggiare un sapore).






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Data pubblicazione: 31/12/2012

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