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Intervista a Francesco Cafiso
Lo chiamano l'enfant prodige del sax, ma lui pensa solo alla musica….
marzo 2009
di Viola Martinini
foto di Giorgio Alto

Esordisce a soli nove anni, suona nei Jazz Festival e Jazz Club più importanti, ottiene prestigiosi riconoscimenti e il suo mentore è il jazzista più celebre nel mondo. Eppure, per scoprire veramente Francesco Cafiso è necessario "mettersi in ascolto" e lasciarsi stupire dalla sua musica fresca, intensa e straordinariamente sincera. Il suo soffio, dotato di una vivace eleganza, evoca atmosfere lontane e contemporaneamente vibra di novità. Sul palco cattura il pubblico e ad ogni concerto compie "un viaggio all'insegna dell'emozione."

L'hanno sempre dichiarata il talento più precoce nella storia del jazz. Si rivede in questa definizione?

Non mi sono mai posto il problema. Penso solo alla musica e do sempre il massimo perché ho degli obbiettivi da raggiungere e dei sogni da realizzare.

La vita e il talento hanno scelto per Francesco o Francesco ha scelto di essere ciò che è?

Diciamo l'uno e l'altro. Il talento è fondamentale perché senza si ottiene ben poco. Il talento supportato dallo studio, una grande dose di passione, sacrifici e tanta pazienza fanno raggiungere, invece, grossi risultati. Se c'è il talento e non si studia, ogni giorno, non si arriva lontano.

Nel 2003 il celebre jazzista Wynton Marsalis la porta con sé nel suo European tour: a soli 14 anni vive un'esperienza unica e fondamentale per il suo percorso musicale. Quale è il ricordo più significativo che le ha lasciato?

Ricordo tutto quel periodo nei dettagli perché è stata un'esperienza unica e fondamentale per me. Ho perfezionato il mio inglese e ho vissuto per un mese intero secondo le abitudini degli americani. Ho suonato con Wynton e i suoi musicisti e ho imparato moltissimo. Mi hanno accolto calorosamente e io ho avuto modo di ricevere da loro non solo insegnamenti riguardanti la musica ma anche raccomandazioni e consigli di vita che non potrò mai dimenticare. Ci siamo esibiti nelle più grandi capitali d'Europa e giorno dopo giorno ho capito l'importanza dello studio, l'umiltà nella vita e come la musica va vissuta e condivisa con gli altri.

La tappa successiva all'European tour è stata la città di New Orleans dove ha ricevuto lezioni dal celebre Alvin Batiste, scomparso nel 2007.

È stata un' esperienza fondamentale perché ho respirato l'aria magica di New Orleans. Ho fatto tutto ciò che un musicista del luogo fa comunemente e quotidianamente: marching-band, suonare sui balconi, etc. Ho imparato un'altro po' d'inglese e ho preso lezioni da vari grandi musicisti del posto. Alvin Batiste è stato un punto di riferimento per me e per la gente di New Orleans a livello sia musicale che umano. Era un grande.

Se fossimo nell'America degli anni ‘50 lei sarebbe una star alla stregua dei cantanti pop di oggi. Le dispiace che in Italia il jazz negli ultimi cinquant'anni sia stato considerato un genere musicale d'élite?

Il jazz è una musica di nicchia perché è poco valorizzato dai mass-media e dalla televisione. Si tratta di una musica che non ha età alla quale tutti possono avvicinarsi, anche i ragazzini, ed io ne sono la prova. Il Jazz è forma d'arte e purtroppo, come tutte le cose che riguardano la cultura, fanno poca audience ed in TV vengono programmate di notte o molto tardi quando in genere la gente comune dorme. Il jazz, comunque, è soprattutto libera espressione delle proprie emozioni e per questo è accattivante, cattura l'attenzione, coinvolge tutti, grandi e piccoli, esperti e profani.

Ritiene possibile un ritorno al glorioso passato?

La musica, come tutte le forme d'arte, ha sempre avuto un'evoluzione proiettandosi nel futuro. Questo non vuol dire che approvo tutto quello che c'è in giro. Vi sono aspetti moderni del jazz che adoro altri meno; altri ancora non mi piacciono completamente. Ma questa è una mia opinione personale dettata anche dai miei gusti musicali che, comunque, vanno rispettati come quelli di qualsiasi altro musicista. Tuttavia, anche se il passato si dice che è passato, dobbiamo capire che non può esserci una vera modernità musicale se questa non affonda le proprie radici nel passato guardando al futuro con la coscienza di sapere tutto ciò che è stato prima.

Il 19 Gennaio è stato ospite di Wynton Marsalis e della Jazz at Lincoln Center Orchestra nel concerto tenutosi a Washington in onore dell'insediamento del neopresidente americano Barack Obama. Come si è sentito a rappresentare l'orgoglio italiano all'estero?

È stata un'esperienza unica ed ho pensato che, dopotutto, un po' del mio "Paese" era presente attraverso me e mi sono sentito onorato di rappresentarlo. Ho incontrato musicisti del calibro di Dave Brubeck, Roy Haynes, Paquito D'rivera, Cassandra Wilson, Dianne Reeves oltre che Wynton e la sua Orchestra. C'era un clima di festa e grande gioia, molto informale, per certi versi. Dopo il concerto siamo andati in un jazz club e abbiamo suonato fino alle cinque del mattino ricreando l'atmosfera dei vecchi club di New Orleans. Sono stato felice e non finirò mai di ringraziare Wynton per avermi dato un'altra opportunità così importante.

E' vero che gli States, al contrario dell'Italia, offrono ai jazzisti onore, fama e benessere economico?

Fortunatamente, oggi, il musicista non è più snobbato come una volta. Anzi è diventata una figura di assoluto rispetto e questo fa piacere. Il Jazz non è una musica ricca come può essere il pop o il rock; tuttavia, anche dal punto di vista economico, è abbastanza gratificante.

Quali sono i suoi progetti per il futuro? Ha in mente nuove collaborazioni?

A marzo uscirà il mio nuovo disco per la Cam Jazz registrato a New York con Aaron Parks al piano, Ben Street al contrabbasso e Adam Cruz alla batteria. Inoltre sto lavorando a un nuovo progetto, l' "Hurricane Jazz Ensamble", composto da sei elementi: Sax contralto, baritono, trombone, tromba, contrabbasso e batteria. La peculiarità di questa formazione è l'assenza del pianoforte. I fiati daranno il supporto armonico oltre che melodico e ognuno di noi utilizzerà più strumenti. Sono tutte mie composizioni originali scritte e appositamente arrangiate per questa formazione.

Una delle sue formazioni più recenti è il duo con il giovane pianista Dino Rubino. Com'è nata questa amicizia?

Dino è un amico fraterno, un grande musicista e una bella persona. Ci conosciamo da più di dieci anni ma solo da qualche tempo collaboriamo assieme musicalmente e io ne sono felicissimo perché gli voglio un gran bene.


Nel giugno 2008 è nato il Vittoria Jazz Festival, rassegna di cui lei è stato il Direttore artistico e attraverso la quale ha portato nella sua città natale musicisti di grande calibro: uno fra tutti il trombettista Fabrizio Bosso. Quest'anno ripeterà l'avventura?

La direzione artistica del Vittoria Jazz Festival è una vera gioia per me. Mi diverto tantissimo. Ho l'opportunità di invitare artisti di livello internazionale, di diffondere la cultura del jazz e promuovere la mia città e tutto ciò che la riguarda. Ci sono inoltre molti eventi collaterali che non riguardano solo la musica bensì la pittura, la scultura, la fotografia, i fumetti. Dal 30 Maggio al 22 Giugno, Vittoria è la città del Cerasuolo Wine, della Musica e dell'arte. Quest'anno avremo degli artisti di assoluto rilievo come: Paolo Fresu, Tom Harrel, Jerry Bergonzi e molti altri.

Lei ha esordito a soli 9 anni e fino ad oggi ha conosciuto e suonato con artisti di fama internazionale; in questi anni di carriera è mai incappato in una gaffe particolarmente simpatica?

Io no, per fortuna no...

C'è un disco, tra quelli che ha inciso, nel quale ha sperimentato soluzioni musicali innovative o inconsuete per lei?

Il disco, musicalmente parlando, è la fotografia dell'artista. Fino ad ora sono stato "fotografato" in progetti dei quali vado molto fiero ma che non esprimono esattamente quello che voglio essere. Il disco dove rischierò di più lo registrerò ad Aprile con una nuova formazione pianoless in sestetto dove suoneremo tutti brani miei, scritti e arrangiati appositamente per questa formazione. Il gruppo si chiamerà: " Francesco Cafiso and The Hurricane music band".

Se dovesse raccontare se stesso attraverso un unico brano cosa suonerebbe?

Suonerei un brano dove potrei esprimere tutte le mie variegate personalità musicali. Sarei lirico in qualche parte, ironico in altre e serio in altre ancora. Comunque, complessivamente, esprimerei la mia gioia e tutto l'ottimismo di un ventenne nei confronti della vita. Un brano felice insomma.

Cosa carica sul suo I-Pod?

Sul mio I-Pod carico: Lucio Battisti, Fabrizio De Andrè, Zucchero e Pino Daniele. Poi Mozart, Chopin, Bach, ma anche Pink Floyd, Genesis, e naturalmente Eric Dolphy, Ornette Coleman e Francesco Cafiso

Tra i brani che esegue in concerto ne ama qualcuno più di altri?

Ogni brano è diverso dagli altri, ha una sua storia e un suo fascino. Amo tutti i brani che eseguo in concerto.

Cosa vorrebbe che arrivasse al pubblico dopo una sua esecuzione?

La mia solarità, il fatto che do sempre il massimo affinché il pubblico sia partecipe e si diverta proprio come me, ma soprattutto, voglio che arrivi la musica per intraprendere insieme un viaggio in un mondo dove domina l'emozione.

Charlie Parker diceva "impara tutto sulla musica e sul tuo strumento, poi dimentica tutto e suona come ti detta il tuo animo". Ci sveli un segreto: quanto conta la tecnica e quanto la personalità e la sensibilità dell'artista nell'interpretazione?

Senza tecnica non vai da nessuna parte, bisogna conoscere lo strumento e avere capacità strumentali notevoli. Se non hai la tecnica neanche la personalità dell'artista e la sua sensibilità possono emergere totalmente. Bisogna però farne un uso intelligente per far prevalere la musica, le emozioni e non la voglia di far vedere quanto si è bravi a muovere le dita.

L'ultima cosa che fa prima di salire sul palco?

Prego, mi concentro, mi rilasso, scherzo con i musicisti. Cerco di creare lo spirito giusto della serata non solo dentro di me ma anche nei miei amici musicisti.






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Data pubblicazione: 26/05/2009

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