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Intervista a Gendrickson Mena
Milano, Blue Note 8 giugno 2007
Testo di Eva Simontacchi
Fotografie di Mario Livraghi

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Eva Simontacchi: Sei in Italia da dodici anni. Quale è stato il tuo percorso in questi dodici anni, e come è maturata la tua esperienza musicale in questo arco di tempo fino ad oggi? Ovviamente avrai assorbito delle influenze e dei linguaggi diversi qui in Europa…..
Gendrickson Mena: Penso di avere senz'altro subito delle influenze. A volte si fanno dei bilanci, ci si guarda indietro perché, come penso capiti a tutti i musicisti ci si vuole render conto se si sono fatti dei passi in avanti. A volte capita di pensare "no, non sono cresciuto, non mi sono evoluto, o non ho migliorato degli aspetti musicali". Quindi trovo che sia positivo guardare indietro al passato per rendersi conto del percorso che è stato fatto. Io penso che questi dodici anni qui in Europa mi siano serviti tantissimo come scuola, nel senso che sono arrivato in Italia il 1 luglio del 1995, e il 1 luglio del 2007 sono 12 anni giusti. Sono una persona che guarda tanto indietro, ma che guarda sempre comunque anche in avanti. Da quando sono arrivato è stato un imparare continuo; in questi 12 anni ho lavorato tantissimo sullo studio, sulla tecnica, sul linguaggio, e soprattutto sull'informazione, perché venendo da Cuba, a Cuba non abbiamo tanta possibilità di ascoltare tanti artisti e tanti progetti o seguire degli artisti in modo capillare, seguendo la crescita e l'evoluzione di ogni artista avendo sempre a disposizione gli ultimi dischi o gli ultimi progetti. Qui in Italia ho avuto la grande occasione di riuscire ad approfondire maggiormente il percorso musicale e l'evoluzione di tanti artisti che ascoltavo quando ero piccolo. Tanti li ho visti anche dal vivo.

E.S.: Facci qualche nome…. Quali artisti sei riuscito a conoscere maggiormente attraverso una migliore informazione? Quali artisti ami ascoltare?
G.M.:
Per esempio ascoltavo tantissimo George Benson e gli Earth Wind and Fire, Petrucciani, il trombettista Freddy Hubbard, Oscar Peterson – mi ricordo che mio padre da piccolo mi faceva ascoltare i suoi dischi – Ron Carter, Miles Davis, Coltrane, eccetera. Chiaramente poi mi sono reso conto che in questi dodici anni ho avuto anche io una evoluzione. Ciò che capivo fino a un certo punto nel '95, ora lo comprendo assai più a fondo e in maniera più completa. Parlo anche dei linguaggi e dei vari modi di suonare. Adesso per esempio, un solo di Coltrane lo capisco molto più approfonditamente e in modo più dettagliato. Capisco maggiormente cosa ha voluto fare musicalmente, capisco quando lavora in maniera atonale, capisco le scale sulle quali ha lavorato, il fraseggio, e quindi mi godo di più ogni solo che ascolto e ogni artista. Questo mi fa capire che in questi anni ho maturato molta più esperienza e comprensione del linguaggio. Tanti anni fa non riuscivo a dividere gli strumenti o gli arrangiamenti quando ascoltavo un disco. Adesso ascolto un disco e sento tutto. Non è che voglia essere presuntuoso, ma mi rendo conto di aver lavorato tantissimo su questi aspetti in questo arco di tempo. Poi devo comunque molto anche a mio Padre, Pedro Mena, chitarrista, arrangiatore, compositore e polistrumentista. Da lui ho imparato davvero tantissimo, prima a Cuba, poi anche nei primi anni qui in Italia, periodo in cui ho continuato a collaborare molto con lui e la sua orchestra. Lui per me è sempre stato un forte punto di riferimento, e da lui ho imparato molto.

E.S.: Si è affinato l'orecchio.
G.M.: Sì, riesco a cogliere tutti gli accordi, anche quando il solista, sopra al piano, fa questi passaggi armonici, il gioco che si crea passando da un accordo all'altro. Fanno questi fraseggi e queste cose talmente belle che tante volte non tutti le capiscono. Tanti amano la sonorità e dicono: "Mi piace il jazz", ma trovo che sia bellissimo capire cosa fa un artista quando si esprime, sia a livello melodico che ritmico e anche per quanto riguarda i colori. Per esempio per dare colore un trombettista può eseguire un suono lungo che può essere una nota comune di quattro o cinque accordi che si susseguono a livello armonico, e mantenendola ferma per quattro o cinque cambi di accordo può dare un colore, una sonorità veramente molto bella, come anche per i fraseggi veloci. Quindi io ho avuto questa possibilità e ringrazio veramente Dio per avere trascorso questi anni in Europa, perché mi sono serviti come scuola e continuo ancora a studiare tantissimo, ad approfondire, a guardare tanti video di tanti artisti e ad ascoltare tanti dischi. E mi è servito moltissimo perché quando sono arrivato nel '95 avevo un modo di suonare un po' meno profondo e un po' più elementare. Avevo un fraseggio più semplice, più scolastico. Ho imparato a rendere più interessante il fraseggio. Il fraseggio deve maturare con il tempo. Dunque in questi anni ho cambiato il mio modo di suonare, anche e soprattutto da quando ho iniziato a suonare il flicorno. Tanti pensano che sia come la tromba, ma non è così! E' uno strumento proprio diverso. Ha degli armonici, è più morbido. Secondo me per un trombettista è molto importante suonare il flicorno perché ti fa cambiare strada. Però, questa strada, quando la metti insieme alla strada della tromba, ti arricchisce molto perché si tratta di due mondi diversi che però possono aiutarsi ad evolvere in entrambe le direzioni. Dato che il suono del flicorno è molto scuro, devi proprio cambiare modo di suonare. Il flicorno l'ho acquistato nel 2000, e il primo anno è stato un disastro, perché è diverso. Bisogna soffiare di più perché il bocchino è più ampio, e anche il cambiamento tra i due tipi di bocchini non è semplice. Inoltre anche l'impugnatura dei due strumenti è diversa mentre si suona. Per cui durante il primo anno sbagliavo sempre, non riuscivo a controllare bene il suono. Ho dovuto studiare tantissimo e lavorare molto. Sai, studiavo la tecnica della tromba e improvvisazione, e pensa che cosa curiosa, non ho mai studiato il flicorno com'è tecnicamente. Ho invece lavorato molto suonandolo sulle basi jazz. Dopo avere lavorato con la tromba, prendevo in mano il flicorno e andavo avanti un paio d'ore semplicemente suonandolo. Io penso che anche questo sia un modo per studiarlo; non studiandolo come uno strumento tecnico, ma facendone l'esperienza diretta. E' comunque un mondo totalmente diverso, e penso che anche questo abbia contribuito a farmi evolvere. Nel 2000 suonavo ancora con Tony Martinez, e anche loro si sono resi conto di questo cambiamento. Poi chiaramente quando ho iniziato a suonare la tromba e ho conosciuto il jazz, ho conosciuto questo trombettista che si chiamava Freddy Hubbard emi piaceva tantissimo. All'inizio con l'improvvisazione non sapevo da dove incominciare, quindi ho iniziato a trascrivere e imparare i soli da questo disco che avevo – anzi, no, non era un disco ma una cassetta. Ho iniziato a studiare a 10 anni, ma quando ho iniziato a cimentarmi con il jazz avevo 15 anni e proprio a quell'età ho iniziato a studiare i soli di Freddy Hubbard. Lui usa spessissimo il flicorno, e si vede che m'è rimasta questa sonorità, questo modo di suonare. Io in effetti sono molto influenzato da lui, ma ovviamente ho ascoltato tanti altri trombettisti. E mi piace anche ascoltare altri musicisti e altri strumenti. Per esempio se ascolti un chitarrista, cambia il fraseggio, cambia il sound, cambia il concetto, e quindi ho imparato ad ascoltare i chitarristi, pianisti, i batteristi. Perché tanti magari quando ascoltano un solo di batteria si fanno prendere dalla cosa visuale dello spettacolo, mentre ascoltando il suono della batteria esiste anche il canto, la melodia, e anche la logica di un solo. A volte un batterista ha un messaggio che desidera trasmettere, ma lo capiscono in pochi. Anche tra i percussionisti, con le congas, i timbales, esistono anche le melodie, come per un cantante. Poi ho lavorato non solo sulla melodia ma anche sul ritmo, per cui, al di là del fatto che questa è una intervista, si tratta di un consiglio anche per i jazzisti, per chi sta studiando: secondo me non devono fissarsi soltanto sull'idea del tipo: "sono un cantante e ascolto solo i cantanti", perché questo non ti può dare il concetto completo della musica, del modo per esprimerti. Io penso che se qualsiasi musicista ascolta tutti gli strumentisti, dal sassofonista al trombettista al trombonista, tutto questo ascolto lo rende più ricco e gli dà più idee. Poi un altro consiglio è quello di ascoltare tanti generi di musica diversi tra loro. Se un jazzista ascolta anche il funky, il reggae, il rock, la musica cinese e tanti altri generi, al di là che questo ascolto arricchisce sicuramente la persona, a livello musicale lo può anche aiutare nella composizione perché tutto ciò che si è ascoltato entra a far parte dell'esperienza e dunque diventa molto più facile, naturale e immediato creare colori o sonorità più varie. Ovviamente, come per lo studio, anche i risultati dell'ascolto vengono fuori dopo anni. A volte si studia tantissimo, tutti i giorni per mesi, e non si sperimenta il grande cambiamento che ci si aspetterebbe. Invece, anche se non accade subito, succederà con il passare dei mesi, degli anni. I risultati si manifesteranno. Ed è lì che un musicista si rende conto di essere cresciuto. A volte fa delle cose e poi pensa "Mamma mia non me ne sono nemmeno reso conto". Dunque in questi 12 anni ho lavorato moltissimo su queste cose. Poi chiaramente essendo una persona un po' curiosa, ho avuto in questi anni la possibilità – che non avevo a Cuba – di vedere tanti di questi artisti dal vivo, tipo George Benson e Freddy Hubbard. Ho assistito a tanti concerti, anche fuori dall'Italia ed è stata un'esperienza molto forte, che poi ti rimane. Quindi sono fatto così: sono un ricercatore e mi piace molto sperimentare, e mi piace soprattutto ascoltare musicisti di valore che mi fanno venire la pelle d'oca. In questi 12 anni le mie esperienze sono state tantissime, non soltanto a livello di ascolto e studio, ma sono stato fortunato, e ho avuto la possibilità di suonare con tanti progetti, musicisti e cantanti, che tante volte non c'entravano con ciò che io desideravo fare, ma queste esperienze anche un po' diverse da ciò che avevo in mente per me mi hanno arricchito tantissimo, non soltanto musicalmente ma anche a livello personale e umano. Quando ho lavorato con Vinicio Capossela e altri grandi musicisti, sul palco ho imparato tante cose. Vedevo questi cantanti leader come si comportavano sul palco, cosa dicevano, come si relazionavano con le situazioni e anche questo è molto importante, non soltanto salire sul palco e fare tutte le note che hai studiato per una vita. Bisogna anche sapere come comportarsi, come impostare il concerto, come trasmettere le cose. Non si tratta solamente di suonare. Molti musicisti suonano e restano lì sul palco statici, però secondo me è anche bello creare movimento sul palco e fare un po' di spettacolo, creando delle tensioni, delle atmosfere. Queste cose le ho imparate e le sto ancora imparando, e l'ho visto fare da tanti artisti tipo Miles Davis, Santana, e altri.
Non lo dico con presunzione, mi rendo conto di essere molto cresciuto e maturato, al di là del fatto che sento che ho ancora da crescere e maturare e migliorare. Per cui continuerò a lavorare per crescere tanto perché spesso sento che posso dare tanto ma devo ancora fare tante esperienze, conoscere ancora tanti progetti, tante persone. Questo è l'unico modo in cui uno può crescere. Suonare tanti generi diversi di musica e fare tanta esperienza, passando da musica cinese, indiana, russa o balcanica per esempio. Poi sono tutte sonorità e contaminazioni che si manifesteranno molto più avanti nella vita nelle composizioni di un artista. Come dice Capossela ho fatto quest'esperienza …. Ho imparato un po' la musica della Macedonia e dei paesi croati, che è un modo di suonare la tromba molto particolare che non è la tromba jazz, e tra l'altro è difficilissimo. Quindi penso che lui mi abbia trasmesso questa cosa, che ogni tanto mi viene fuori quando suono, ma non è una cosa voluta. Ho vissuto questo tipo di esperienza ed è rimasta dentro di me. Questo tipo di conoscenza ogni tanto viene fuori ed è molto interessante, per cui consiglio a tutti di fare questo tipo di esperienze, suonando anche musica afro, africana, anche se non c'è l'armonia. Vai a suonare con 20 percussionisti e 3 fiati! Si possono fare anche queste cose! Sai come ti arricchisci ritmicamente con la musica africana? Tantissimo! Poi la puoi usare anche quando suoni bebop. Conosci quel brano, "One Note Samba"? Ecco, se fai attenzione si tratta di una sola nota che suona; quella è Africa! Stai lavorando solo su di una nota e gli accordi si muovono e tu rimani su quella nota che lavora sulla ritmica. E per me questa è una valida idea piuttosto che fare tante note che sono già state fatte. Puoi fare un misto, un gioco tra queste cose. Quindi in definitiva sono molto contento di questi 12 anni qui in Europa, perché mi sono serviti come scuola, e quando ti capita di arrivare in posti dove sanno apprezzare questa musica, puoi arrivare con uno scalino in più, un po' più "avanti", con una maggiore esperienza.

E.S.: Abbiamo parlato un po' del passato. Ora parliamo del futuro. Quali sono le tue aspirazioni e i tuoi sogni nel cassetto?
G.M.: Le mie aspirazioni sono quelle di continuare a fare questo genere di musica, perché chiaramente, essendo Cubano non posso abbandonare le mie origini. Anche se a volte non mi va di suonare la salsa, queste origini le ho nel sangue. Quindi questa cosa viene sempre fuori, anche quando suono il jazz, per cui sono un pelino più carico, ho questa energia che si manifesta. Le mie aspirazioni sono queste: continuare a fare questa musica latin jazz con queste influenze mie dei Caraibi, sai, la musica Cubana, aggiungendo queste contaminazioni di bebop, funky, fusion, acid jazz, jungle e mischiare un po' tutto insieme. Però penso che chiaramente sia sempre possibile creare qualcosa di nuovo, qualche sonorità nuova. Quindi la mia idea è quella di cercare di fare diventare un po' più moderno il latin jazz che è nato a Cuba, perché sento parecchi gruppi che fanno latin jazz, ma che lo fanno nella maniera classica, con le 3 percussioni, il piano, il contrabbasso e i fiati. Invece nel latin jazz si possono anche aggiungere le tastiere, la chitarra rock, gli effetti strani, sempre con questa ritmica dietro. Però si può anche lavorare su di una evoluzione del latin jazz, perché non è giusto che rimanga così come l'hanno suonato tanti, Poncho Sanchez, Mongo Santamaria, Tito Puentes. Bisogna ora modernizzarlo questo latin jazz, aggiungendo tutte le influenze jungle, acid jazz, e secondo me diventa più interessante. Questa è la mia idea, e vorrei anche portare questa musica nel mondo, produrre tanti dischi…… Mi piacerebbe che qualcuno mi seguisse e mi aiutasse a realizzare questi sogni e portare questo progetto grosso – perché non sarà solo strumentale ma anche cantato, perché penso che con i cantanti, con le parole, arrivi ancora di più – in giro per il mondo. Quindi questo è ciò che vorrei fare: portare questa musica in giro per il mondo, non fermarmi mai, e produrre sempre tanti dischi e tanta musica, lavorare tanto su me stesso come trombettista. E adesso mi è anche venuto in mente che vorrei cantare un pochino e devo mettermi a studiare. Devo continuare a lavorare tanto sul pianoforte, sugli arrangiamenti. Ho anche l'idea di realizzare un disco con una big band, ma non il solito genere classico, ma moderno. Un disco big band diverso, con altre sonorità, dove invece di far lavorare i sassofoni come si fanno sempre lavorare, o i tromboni per esempio, si fanno lavorare in maniera diversa: altre ritmiche, altre sonorità, altre cose più interessanti. Si può anche cambiare il modo di suonare la tromba sul latin jazz funky. Solo che è molto difficile che lo capiscano le persone che stanno vivendo attualmente…. Tanti magari dicono: "Ah, ma tu suoni in un modo che non va bene!" Ma non è vero. Magari questo modo tra vari anni potrà produrre qualcosa di diverso. A volte chi critica non si sofferma a pensare che potrebbe trattarsi di una cosa nuova, però chiaramente ci vogliono tanti anni a volte perché le cose nuove vengano apprezzate. Per cui quando sei presente si capiscono poco le cose che fai. E quindi questo è il mio sogno. Poi mi piacerebbe tanto essere seguito dalla gente, e soprattutto fare della bella musica melodica, ritmica, con begli arrangiamenti, bei testi. Non fare la musica commerciale banale. Fare musica bella con un bel contenuto ma che sia anche piacevole da ascoltare, che la gente vada via da questo concerto felice, con gli animi arricchiti.

E.S.: Adesso una domanda un po' personale: quali sono i tuoi "punti forti"?
G.M.: Non mi piace mai parlare così perché mi sembra di essere presuntuoso. I miei punti forti comunque sono la volontà, nel senso che non mi stanco mai di perseguire un obbiettivo se mi sta a cuore. A volte mi indebolisco, e mi pare di perdere la volontà in giornate particolarmente difficili, ma sono anche molto cocciuto, e vado comunque avanti a studiare e a lavorare. Poi ci sono anche dei giorni in cui la volontà non mi aiuta perché mi sento molto debole. Sono momenti che per fortuna passano in fretta e mi riprendo, continuando a studiare e a lavorare. Poi penso che anche le esperienze belle e brutte della vita, ma soprattutto le brutte mi danno tanta forza per andare sempre più avanti. Per cui un altro punto forte che ho è che so quello che voglio fare e quello che voglio diventare, quindi questo mi da tanta forza. Come a volte mi sento insicuro, altre volte mi sento fortissimo, perché mi sento molto creativo; mi rendo conto di avere delle idee molto personali e originali e innovative. Questa cosa a volte mi rende un po' incompreso, soprattutto con persone che restano vincolate a idee più sentite e più banali. Però capisco che non essendo un nome a livello internazionale posso non essere compreso o capito. Se fossi Quincy Jones con la sua età ed esperienza e proponessi la stessa idea, magari verrei ascoltato e sarei più credibile. Però, sai, con la vita che stiamo vivendo, se non sei una personalità grossissima non sei molto credibile. Spesso io so quello che sono e quello che posso dare, ma finché non riuscirò a esprimere tutte queste cose con il passare degli anni nessuno mi può capire adesso, e quindi….. Comunque questi sono i miei punti di forza ma soprattutto la volontà, che è molto forte e che a volte non so dove la trovo. Anche quando non ho proprio voglia di fare, mi cimento per cui non sono una persona pigra. Non mi piace lavorare con le persone pigre che mancano di creatività e che aspettano l'ultimo momento per fare ogni cosa. Ho lavorato spesso con persone così, ma non mi piace, e cercherò di lasciare le situazioni di questo tipo. Per cui sono molto sicuro su ciò che voglio.

E.S.: Ora ti chiedo qual è il tuo punto debole.
G.M.: il mio punto debole è quello di non ascoltare sempre il mio io quando mi chiedono di fare delle cose. A volte mi rendo conto di andare contro il mio io per far sentire bene le persone, e in un certo senso mi violento facendo cose che non sono del tutto mie. Dico troppo di si a tutto, invece devo imparare a dire anche qualche no, lasciando perdere le cose che non mi stanno bene. A volte sono un po' debole e indeciso su queste cose. Questo è un mio difetto che devo migliorare tanto. A volte sono anche un po' egoista. Per esempio quando insisto sul fare un arrangiamento come lo sento io, e mi rendo conto che a volte può essere un atteggiamento che può essere un po' presuntuoso, perché anche fatto in un altro modo potrebbe essere valido. Non sempre la mia idea può essere la migliore. E dunque un altro mio difetto è che accetto consigli da tutti, o pareri da tutti e a volte ricevo delle critiche che potrebbero non essere totalmente costruttive. Alcuni me lo dicono per il mio bene, ma a volte non è proprio così…. Io ho la mia idea su ciò che voglio fare, e se una persona non mi conosce e non è dentro di me non può capire la direzione che sto prendendo. Sono molto aperto e ascolto un po' tutti, ma non va bene. Devo correggermi.


E.S.: Sei già uscito con un album nel 2003 su etichetta Ultrasound "Asi Son Mis Sentimientos", però so che hai già anche altri progetti pronti, sia tuoi personali sia come gruppo "Gendrickson Mena & The New Cuban Experience". Quando pensi di uscire con questi nuovi progetti come album?
G.M.: Penso di uscire appena troverò qualcuno che sia interessato a produrmi, o una casa discografica o un produttore. Al di là che non sono ancora un nome conosciuto a livello internazionale, non sono conosciuto in tutto il mondo, ma se trovo qualcuno che sia interessato a produrmi a livello internazionale sarebbe davvero una cosa molto bella, perché la finalità di creare un album è questa. Il mio primo disco è uscito grazie a questo editore e musicista che si chiama Stefano Bertolotti, che ha creduto in me, e nel suo piccolo, con la sua piccola etichetta che si chiama Ultrasound, mi ha prodotto il disco. Però è difficile trovarlo in commercio, e questo aspetto non aiuta certo un giovane musicista desideroso di farsi conoscere. Se già ci fosse un po' di distribuzione nei negozi e in giro, la gente che non ti conosce avrebbe l'opportunità di ascoltarti acquistando il CD, e in questo modo si inizierebbe a conoscere meglio un artista, ci sarebbero dei fan, degli appassionati. Spero di trovare qualcuno. Ho già due o tre progetti discografici finiti, autoprodotti, e quindi sto cercando. E ti dico un'altra cosa. I discografici dovrebbero credere un pochino negli artisti giovani, che ce ne sono tanti. E se ci pensi, tra vent'anni questa generazione di artisti sarà proprio quella che uscirà se sono degli artisti promettenti. Non parlo solo per me, ma per i tanti bravi artisti promettenti che ci sono in Italia; ci sono musicisti di un talento straordinario, e meriterebbero la possibilità di farsi strada e di farsi conoscere. Quindi è ora che inizino a dare possibilità ai giovani perché Ron Carter e Herbie Hancock non potranno certo andare avanti all'infinito. Loro sono artisti già consacrati e bravissimi. Però ci sono giovani, gente nuova che sta iniziando adesso che potrebbe cambiare il mondo, il modo di suonare. E' importante.

E.S.: Ci dici qualcosa riguardo il tuo gruppo "Gendrickson Mena & The New Cuban Experience"?
G.M.: Sono felicissimo di avere trovato queste persone. Mi hanno dato tantissimo. Adesso continuiamo insieme e c'è una bella energia. Parte di quello che sono in questi anni lo devo anche a loro, a tutti gli apporti che hanno dato facendo le prove, gli arrangiamenti, l'energia, la voglia di fare sempre, perché anche se a volte le situazioni non erano economicamente agevoli, si sono sempre dati da fare e si sono sempre dedicati al progetto con entusiasmo. Abbiamo fatto questo primo disco e faremo questo secondo disco prodotto da noi. E quindi li ringrazio tantissimo. Poi volevo fare questo latin jazz non proprio solamente con i cubani. Infatti secondo me questa è proprio la cosa che rende più particolare il mio progetto perché ha una sonorità americana, cubana e anche un po' europea, perché ci sono loro che sono italiani che portano la loro esperienza e quello che hanno vissuto in questi anni nel progetto. Per cui alla fine il progetto non è propriamente cubano, è un misto. La mia energia, messa insieme alla loro, con Jorge e Hidelvis alle percussioni, diventa interessante come sonorità. Infatti è un sound particolare. Non è il latin jazz di Tito Puentes o di Ed Palmieri, bisogna fare un po' attenzione. Quando riuscirò a fare due o tre dischi si sentirà meglio, perché questo arriva quando già sono state fatte due o tre produzioni. Secondo me stiamo creando un sound particolare. Penso che con loro suonerò tantissimo ancora per tanti anni perché abbiamo avuto una bella evoluzione da quando abbiamo iniziato ad ora. Poi penso anche che questo sia il compito di un artista, al di là che possa essere un trombettista o un cantante solista, però se un musicista prova a tenere un progetto per 20 anni, 30 anni, si verifica una bella evoluzione sia come gruppo che singolarmente.







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Data pubblicazione: 09/12/2007

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