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Intervista a Giorgio Gaslini
marzo 2008
di Marco Buttafuoco

Photo by L. Rossetti - Phocus Agency

Grande pianista, teorico della musica totale, autore multiforme (di musica jazz, "classica" e di colonne sonore popolari come quella di "Profondo Rosso") Giorgio Gaslini è questo e tanto altro. Un intellettuale autentico, oltre che un protagonista della storia del jazz. Lo abbiamo incontrato alla vigilia della partenza di una tournèe africana. Ottimo spunto davvero per iniziare una conversazione sul jazz e sulle prospettive che quest' arte ha davanti a sé.

"Ogni viaggio è per me sempre un'esperienza particolare. Ho visitato oramai più di sessanta paesi e di ognuno di loro ho cercato di conoscere le culture, non solo quelle musicali. Ma l'Africa ha per me sempre un fascino particolare. E' nel sangue. Mio padre era un celebre africanista, giornalista e scrittore. Pubblicò una ventina di libri sull'argomento e scattò più di 10.000 foto del continente nero. A casa mia, quando ero piccolo c'erano oggetti africani, quadri, drappeggi strumenti musicali. Si respirava aria d' Africa. Mi commosse molto nella mia prima esperienza nigeriana il fatto che un quotidiano locale, recensendo il mio concerto, ricordasse anche l' opera di mio padre. La mia prima cultura musicale fu ovviamente classica ma ricordo che già verso i sei sette anni mi divertivo ad improvvisare seguendo le impressioni che mi venivano tutte quelle presenze esotiche della mia casa. Qualcuno poi mi disse che quella musica che mi piaceva inventare somigliava a qualcosa di già esistente, che si chiamava jazz. La mia strada musicale nasce nel continente nero, e prosegue poi in Europa per arrivare solo alla fine all'America. Naturalmente mi misi poi a studiarla quella musica ed ho avuto la fortuna, il privilegio di poterla suonare nel periodo migliore della sua storia, di conoscere ed essere vicino a tanti grandi: Ellington, Tristano, Oscar Peterson, John Coltrane, Max Roach, amico carissimo da poco mancato, che tante volte è stato in questa casa, Ornette Coleman."

Dal suo osservatorio, molto privilegiato, come giudica la parabola storica del jazz? Si potrebbe dire che il jazz ha compito in meno di un secolo il cammino che la musica europea ha percorso nel suo cammino più che millenario?

Certamente è così. Innanzitutto, questa musica è arte non è un genere. Come arte possiamo dire che si è evoluta. I generi non si evolvono. Il rock ha avuto anche momenti interessanti come quello rappresentato dall'opera teatrale Tommy, degli Who. Ma dopo gli anni '70 ha dato poco di nuovo. A ben vedere gli U2 suonano, gli stessi accordi, anche se posizionandoli diversamente, che impiegavano i Beatles o gli Stones decenni fa. Il tango è rimasto quello di Gardel. Piazzolla, musicista immenso e tuttora sconosciuto in larga parte, ha suonato una musica molto originale che non era più tango. Il jazz, invece, si è evoluto nel suo nucleo centrale, nella sua stessa lingua. Attraverso i grandi improvvisatori in primo luogo, i grandi inventori di linee come Charlie Parker (1920 – 1955), che era un grande interprete, anche se compositore non trascendentale. Anche Coleman Hawkins (1904 – 1969) e Lester Young (1909 – 1959) hanno rinnovato il linguaggio, riscrivendo continuamente, con le loro performance, la storia.

Poi ci sono stati i grandi compositori. Pochi, stanno sulle dita di una mano ma hanno portato in alto questa arte. Duke Ellington (1899 - 1974) in primis, Mingus (1922 – 1979), Monk (1917 – 1982), Coltrane (1926 – 1967): la loro scrittura ha reso possibile lo sviluppo impetuoso della nostra musica. Duke Ellington, voleva essere semplicemente un musicista. Era aperto a tutte le musiche e rifiutava le etichette. L'improvvisazione era per lui una parte della composizione stessa. Lo stesso è stato per Mingus. I suoi musicisti allungavano in scena e in studio il tempo della composizione. Monk ha scritto relativamente poco: settantadue temi, ma tutti di alto livello, capolavori di sapienza musicale. La sua scrittura ha rivoluzionato i concetti del jazz. Anche Ornette ha incendiato la scena. Miles (1926 – 1991) invece non ha innovato niente con la sua svolta "elettrica", che fu più dettata da motivazioni commerciali che non artistiche e fu tutt'al più uno sconfinamento timbrico. Ma il suo contributo, immenso, resta quello di innovatore del linguaggio. Era tanto grande che poteva nobilitare anche le cose più commerciali. Ma della sua ultima produzione solo "Bitches Brew" è un' opera innovativa.

Dove sono secondo lei le radici del jazz?

La nostra è una musica che nasce con un DNA policulturale. C'è l' Africa, ci sono le marce militari francesi, (tempo in 2-4, il 4-4 viene dopo ed è semplice raddoppio del ritmo di marcia, mentre il 3-4 arriva solo negli anni '50). Poi c'è il rag time che attingeva ai costrutti armonici della musica da salotto europea. In un mio libro "Tecnica e arte del jazz", credo di avere dimostrato come la struttura armonica di questa musica abbia influenzato il jazz almeno fino agli anni '40, fino, per capirci, a Benny Goodman (1909 - 1986). Il be bop ha introdotto solo dopo nuove consonanze e dissonanze, nuove concezioni di accordi (la quinta diminuita ad esempio).

Alla fine di questa lunga corsa il jazz, dicono molti, è arrivato al capolinea. C'è chi lo da per morto...

Non è cosa nuova. Già dagli anni '50 qualcuno si era premurato di stilare frettolosi certificati di decesso. L'esempio più illustre in Italia fu quello di Roberto Leydi, che già negli anni '50 dichiarò la fine del jazz. Era un musicologo competente, appassionato di Monk. Poi decise di cambiare strada e si dedicò al canto popolare. Pensiamo poi al grande Theodor Adorno, critico insigne dell'arte e della società occidentali, che bollò il jazz come musica leggera. E scrisse questo negli anni '50, quando il be bop apriva nuovi orizzonti ai linguaggi musicali. La sua influenza, vasta e a volte nefasta, ha fatto terra bruciata intorno a due generazioni o tre di sperimentazione "extra colta". I tanti musicisti accademici i cresciuti sotto la sua ombra ideologica hanno cassato il jazz dal loro orizzonte musicale. Si sente, purtroppo, questa mancanza, nella loro musica spesso noiosa. Adorno teorizzò fra l'altro una musica che prescindesse dall'ascoltatore. Sbagliato. Il rapporto fra interprete e pubblico è vitale. Dobbiamo, noi artisti, parlare a chi si avvicina a noi. Comunque: la storia di questo secolo di jazz è straordinaria. Ha dato l'impronta al novecento. Ancora oggi il linguaggio jazz è un albero dalle tante radici che può dare fiori nuovi e stupefacenti. Ma occorrerebbero, e forse non ci sono, nuovi talenti.

Certo tutti hanno diritto di vivere, di suonare e di guadagnare. Ma non si va avanti così. In Italia ad esempio abbiamo avuto un ritorno verso il be bop: per me è un arretramento. Amo il be bop (ci mancherebbe altro), ma non può essere un punto di arrivo. Tutti suonano benissimo la musica degli anni '50-'60 ma pochi guardano avanti. D'altronde le case discografiche non aiutano e la critica è terribilmente pigra. La maggior parte dei recensori (ne salvo una decina) trovano più comodo assecondare un mercato stagnante, dominato da lobbies. Certo c'è ancora chi continua a cercare ma il panorama è grigio. Negli Usa ci si è fermati agli anni '60. Ci sono ancora tanti grandi suonatori, oltreoceano, formati da grandi scuole ma idee nuove non ce ne sono. E' che non ci sono più quelle tensioni sociali e razziali, quella voglia di nuovo che distinse i decenni successivi alla seconda guerra mondiale. C'era ribellione, fermento, nel bene e nel male. C'era vivacità. Se non c'è spinta sociale questa musica, tanto aperta al mondo, langue. E se non ci sono grandi artisti capaci di trovare dentro di loro motivazioni profondissime, e in questo momento non ci sono, rimane ferma.

Rimane l'Europa. Penso a Thomas Sztanko, penso a Louis Sclavis, a Michel Portal, John Surman. E' stato il nostro continente a far la storia dell'ultimo jazz. L' improvvisazione è sempre stata fino nel jazz un fatto individuale. In Europa è stata sviluppata (dagli inglesi, dagli olandesi, ma anche dagli italiani), l'improvvisazione collettiva che diventa poi composizione istantanea. Gruppi anche grandi che creano, quasi dal niente, partiture complete ed importanti. E' dall'Europa che verrà forse la musica nuova, che è necessaria perché l' Occidente langue e se non produce ora arte e musica nuove, produrrà presto arte e musica decadenti.

Eppure si fa tanto jazz, se ne ascolta tantissimo, la pubblicazione di nuovi dischi è torrenziale...

E' che la mia generazione è abituata ad un approccio professionale al disco, al momento fondamentale dell'incisione. Era, ed è ancora, il punto di arrivo di un percorso culturale e musicale anche faticoso. Oggi, grazie alle nuove tecnologie chiunque può tentare con relativamente poco denaro la carta discografica. Ognuno ha diritto di ascoltarsi. Ma in effetti questa alluvione di dischi contribuisce ben poco alla chiarezza dell'ambiente musicale. I critici ad esempio, già pigri per loro conto, finiscono per ascoltare pochissimi dischi, quelli delle case che contano. Poi magari vengono chiamati ad esprimere il loro giudizio nei vari referendum. Che sono spesso, a parte quello di "Musica e dischi" del tutto inattendibili.. Quello di "Musica jazz", ad esempio, è in mano a giornalisti per lo più sconosciuti e senza titoli particolari. Domina la musica di mercato, non quella d'arte. C'è molta omologazione, molto conformismo, come non c'era mai stato. E' così che si spiega il successo di un giovane pianista a metà strada fra il Jarrett del Koln Koncert e Chopin, che non suona meglio di uno studente medio di conservatorio, ma riempie gli stadi e vende decine di migliaia di dischi. Una certa critica esalta questi fenomeni effimeri: li impone e disorienta il pubblico. Perchè pochi hanno il coraggio di dire che questo ragazzo, cui auguro grande fortuna, non è affatto un genio e nemmeno un musicista originale. La critica è appiattita e anche, di conseguenza, il pubblico, che ripeto, è confuso. Troppa furbizia in giro, poca sensibilità, non solo musicale.

Cosa pensa della Babele musicale dei nostri tempi, di questa continua commistione fra i linguaggi?

Ho teorizzato per primo la musica totale. Il musicista totale, per meglio dire. Un artista in grado di utilizzare vari linguaggi. Che conosca ed ami tutta la cultura musicale: modale, tonale, popolare, classica e contemporanea, jazzistica e non. Che sia in grado utilizzarla e sintetizzarla in una sua personale visione, di piegarla ad una sua precisa esigenza poetica. Senza cedere alle mode, alle pressioni del mercato, del gusto corrente.

Altro è la contaminazione, che attiene al divertissement, all'episodico. Esempio di contaminazione sono quei musicisti classici che alla fine di una performance sparano un song di Broadway. O la commistione di Miles con il rock elettrico. O il jazz, citato occasionalmente, dai musicisti accademici russi del '900. La contaminazione non approfondisce, è cosa di un momento o, come nel caso di Miles, un semplice strizzare l'occhio al gusto dei più. Molta della musica di oggi è, appunto, semplice contaminazione.






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COMMENTI
Inserito il 26/5/2008 alle 15.19.07 da "joechidro"
Commento:
A circa 17 anni anni ho aperto il libro (Tecnica e arte del Jazz) a cui fa riferimento il Maestro Gaslini (adesso ne ho 39), perchè avevo visto suonare il pianoforte al Maestro a Manduria, cittadina in provincia di Taranto nella quale sono nato e probabilmente morirò. In quella occasione accompagnava una cantante di colore tal Gloria Gaynor? Ne rimasi affascinato, tanto da cercare un libro da leggere e studiare, qualcosa da ascoltare. L'unico jazz che avevo ascoltato sino al quel momento era quello di Oscar Peterson in trio e tal Henghel Gualdi. Quella sera avevo ascoltato negli assoli del Maestro Gaslini qualcosa di diverso da quello che mi avevano detto essere il jazz (Armstrong, Bix, Ella Fitzgerald ecc..). Dopo averlo trovato portai il libro al mio insegnante di pianoforte e gli chiesi di spiegarmi qualcosa e sopratutto di insegnarmi a suonare qualcosa di quella musica.
Per tutta risposta mi fu detto di lasciare perdere e di studiare prima la vera musica e poi, se del caso, di affrontare quel discorso sulla musica jazz. Io per fare prima ho smesso di frequentare le lezioni di pianoforte (dicendo ai miei che ero più interessato a studiare Giurisprudenza, materia nella quale poi mi sono laureato). Dopo per conto mio ho solo ed esclusivamente ascoltato jazz e cercato di suonarlo, malamente nella maggior parte dei casi, abbandonando gradualmente il pianoforte per la tromba (che tuttora studio e suono).
Con questo voglio solo dire che quando un brano musicale (del genere che tu abitualmente ascolti) ti piace e ti fa vibrare nel profondo l'anima, significa che stai udendo qualcosa di nuovo e di mai ascoltato, e, perciò forse c'è quella magia del linguaggio perfettamente riuscito e della trasmissione degli stati d'animo dell'artista verso il pubblico.
Io quella sera di 22 anni fa credo di aver ricevuto questo messaggio da parte del Maestro Gaslini e di non essermene più distaccato in seguito. Meno male che c'è qualcuno che dice la verità su quello che sta accadendo alla musica jazz e non da parte di "artisti" con le loro esecuzioni, non "abbastanza" originali e solo ed esclusivamente commerciali.
Secondo il mio modestissimo punto di vista vi è la necessità di ascoltare anche qualcuno fuori dai canoni del conservatorio e della miriade di "stage-masterclass-clinics-corsi e ricorsi" di tutti questi professoroni che imperversano per tutto il Bel Paese.
Non fanno altro che scimmiottare e riproporre chi non è più tra noi; ma del loro sentire trasmettono niente e poco niente.
 


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Data pubblicazione: 25/05/2008

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