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Intervista a Giorgio Gaslini
Grande pianista, teorico della musica totale, autore multiforme (di musica jazz, "classica" e di colonne sonore popolari come quella di "Profondo Rosso") Giorgio Gaslini è questo e tanto altro. Un intellettuale autentico, oltre che un protagonista della storia del jazz. Lo abbiamo incontrato alla vigilia della partenza di una tournèe africana. Ottimo spunto davvero per iniziare una conversazione sul jazz e sulle prospettive che quest' arte ha davanti a sé.
Dal suo osservatorio, molto privilegiato, come giudica la parabola storica del jazz? Si potrebbe dire che il jazz ha compito in meno di un secolo il cammino che la musica europea ha percorso nel suo cammino più che millenario? Certamente è così. Innanzitutto, questa musica è arte non è un genere. Come arte possiamo dire che si è evoluta. I generi non si evolvono. Il rock ha avuto anche momenti interessanti come quello rappresentato dall'opera teatrale Tommy, degli Who. Ma dopo gli anni '70 ha dato poco di nuovo. A ben vedere gli U2 suonano, gli stessi accordi, anche se posizionandoli diversamente, che impiegavano i Beatles o gli Stones decenni fa. Il tango è rimasto quello di Gardel. Piazzolla, musicista immenso e tuttora sconosciuto in larga parte, ha suonato una musica molto originale che non era più tango. Il jazz, invece, si è evoluto nel suo nucleo centrale, nella sua stessa lingua. Attraverso i grandi improvvisatori in primo luogo, i grandi inventori di linee come Charlie Parker (1920 – 1955), che era un grande interprete, anche se compositore non trascendentale. Anche Coleman Hawkins (1904 – 1969) e Lester Young (1909 – 1959) hanno rinnovato il linguaggio, riscrivendo continuamente, con le loro performance, la storia. Poi ci sono stati i grandi compositori. Pochi, stanno sulle dita di una mano ma hanno portato in alto questa arte. Duke Ellington (1899 - 1974) in primis, Mingus (1922 – 1979), Monk (1917 – 1982), Coltrane (1926 – 1967): la loro scrittura ha reso possibile lo sviluppo impetuoso della nostra musica. Duke Ellington, voleva essere semplicemente un musicista. Era aperto a tutte le musiche e rifiutava le etichette. L'improvvisazione era per lui una parte della composizione stessa. Lo stesso è stato per Mingus. I suoi musicisti allungavano in scena e in studio il tempo della composizione. Monk ha scritto relativamente poco: settantadue temi, ma tutti di alto livello, capolavori di sapienza musicale. La sua scrittura ha rivoluzionato i concetti del jazz. Anche Ornette ha incendiato la scena. Miles (1926 – 1991) invece non ha innovato niente con la sua svolta "elettrica", che fu più dettata da motivazioni commerciali che non artistiche e fu tutt'al più uno sconfinamento timbrico. Ma il suo contributo, immenso, resta quello di innovatore del linguaggio. Era tanto grande che poteva nobilitare anche le cose più commerciali. Ma della sua ultima produzione solo "Bitches Brew" è un' opera innovativa.
La nostra è una musica che nasce con un DNA policulturale. C'è l' Africa, ci sono le marce militari francesi, (tempo in 2-4, il 4-4 viene dopo ed è semplice raddoppio del ritmo di marcia, mentre il 3-4 arriva solo negli anni '50). Poi c'è il rag time che attingeva ai costrutti armonici della musica da salotto europea. In un mio libro "Tecnica e arte del jazz", credo di avere dimostrato come la struttura armonica di questa musica abbia influenzato il jazz almeno fino agli anni '40, fino, per capirci, a Benny Goodman (1909 - 1986). Il be bop ha introdotto solo dopo nuove consonanze e dissonanze, nuove concezioni di accordi (la quinta diminuita ad esempio). Alla fine di questa lunga corsa il jazz, dicono molti, è arrivato al capolinea. C'è chi lo da per morto... Non è cosa nuova. Già dagli anni '50 qualcuno si era premurato di stilare frettolosi certificati di decesso. L'esempio più illustre in Italia fu quello di Roberto Leydi, che già negli anni '50 dichiarò la fine del jazz. Era un musicologo competente, appassionato di Monk. Poi decise di cambiare strada e si dedicò al canto popolare. Pensiamo poi al grande Theodor Adorno, critico insigne dell'arte e della società occidentali, che bollò il jazz come musica leggera. E scrisse questo negli anni '50, quando il be bop apriva nuovi orizzonti ai linguaggi musicali. La sua influenza, vasta e a volte nefasta, ha fatto terra bruciata intorno a due generazioni o tre di sperimentazione "extra colta". I tanti musicisti accademici i cresciuti sotto la sua ombra ideologica hanno cassato il jazz dal loro orizzonte musicale. Si sente, purtroppo, questa mancanza, nella loro musica spesso noiosa. Adorno teorizzò fra l'altro una musica che prescindesse dall'ascoltatore. Sbagliato. Il rapporto fra interprete e pubblico è vitale. Dobbiamo, noi artisti, parlare a chi si avvicina a noi. Comunque: la storia di questo secolo di jazz è straordinaria. Ha dato l'impronta al novecento. Ancora oggi il linguaggio jazz è un albero dalle tante radici che può dare fiori nuovi e stupefacenti. Ma occorrerebbero, e forse non ci sono, nuovi talenti. Certo tutti hanno diritto di vivere, di suonare e di guadagnare. Ma non si va avanti così. In Italia ad esempio abbiamo avuto un ritorno verso il be bop: per me è un arretramento. Amo il be bop (ci mancherebbe altro), ma non può essere un punto di arrivo. Tutti suonano benissimo la musica degli anni '50-'60 ma pochi guardano avanti. D'altronde le case discografiche non aiutano e la critica è terribilmente pigra. La maggior parte dei recensori (ne salvo una decina) trovano più comodo assecondare un mercato stagnante, dominato da lobbies. Certo c'è ancora chi continua a cercare ma il panorama è grigio. Negli Usa ci si è fermati agli anni '60. Ci sono ancora tanti grandi suonatori, oltreoceano, formati da grandi scuole ma idee nuove non ce ne sono. E' che non ci sono più quelle tensioni sociali e razziali, quella voglia di nuovo che distinse i decenni successivi alla seconda guerra mondiale. C'era ribellione, fermento, nel bene e nel male. C'era vivacità. Se non c'è spinta sociale questa musica, tanto aperta al mondo, langue. E se non ci sono grandi artisti capaci di trovare dentro di loro motivazioni profondissime, e in questo momento non ci sono, rimane ferma. Rimane l'Europa. Penso a Thomas Sztanko, penso a Louis Sclavis, a Michel Portal, John Surman. E' stato il nostro continente a far la storia dell'ultimo jazz. L' improvvisazione è sempre stata fino nel jazz un fatto individuale. In Europa è stata sviluppata (dagli inglesi, dagli olandesi, ma anche dagli italiani), l'improvvisazione collettiva che diventa poi composizione istantanea. Gruppi anche grandi che creano, quasi dal niente, partiture complete ed importanti. E' dall'Europa che verrà forse la musica nuova, che è necessaria perché l' Occidente langue e se non produce ora arte e musica nuove, produrrà presto arte e musica decadenti. Eppure si fa tanto jazz, se ne ascolta tantissimo, la pubblicazione di nuovi dischi è torrenziale...
Cosa pensa della Babele musicale dei nostri tempi, di questa continua commistione fra i linguaggi? Ho teorizzato per primo la musica totale. Il musicista totale, per meglio dire. Un artista in grado di utilizzare vari linguaggi. Che conosca ed ami tutta la cultura musicale: modale, tonale, popolare, classica e contemporanea, jazzistica e non. Che sia in grado utilizzarla e sintetizzarla in una sua personale visione, di piegarla ad una sua precisa esigenza poetica. Senza cedere alle mode, alle pressioni del mercato, del gusto corrente. Altro è la contaminazione, che attiene al divertissement, all'episodico. Esempio di contaminazione sono quei musicisti classici che alla fine di una performance sparano un song di Broadway. O la commistione di Miles con il rock elettrico. O il jazz, citato occasionalmente, dai musicisti accademici russi del '900. La contaminazione non approfondisce, è cosa di un momento o, come nel caso di Miles, un semplice strizzare l'occhio al gusto dei più. Molta della musica di oggi è, appunto, semplice contaminazione.
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