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Una conversazione sul Jazz Italiano: Intervista a Igor Palmieri
settembre 2011
di Rosanna Perrone

In occasione di un ciclo di tre serate bolognesi tra l'8 e il 10 settembre scorso, alla Cantina Bentivoglio che lo aveva già accolto in passato, Igor Palmieri presenta il primo disco prodotto insieme al suo quintet, "Have a nice day".


Ciao Igor. Mi piacerebbe tracciare alcune caratteristiche della tua esperienza artistica e poi fare delle considerazioni critiche sulla situazione italiana. Dunque, l'Igor Palmieri Jazz Quintet si ispira alle storiche formazioni della tradizione del cool jazz e del blues tipiche degli anni Cinquanta: partiamo dal tuo lavoro discografico. Possiamo considerarlo la rielaborazione attuale di una manifesta sensibilità per quello che è stato un movimento musicale vero e proprio, che dagli anni dell'hard bop passando per l'improvvisazione e la sperimentazione più creativa, non è mai rimasto fermo a lungo sulle sue posizioni?

Ciao a tutti. Innanzitutto sono felice di essere accolto da Jazzitalia e che in questa bella occasione mi venga data l'opportunità di esprimermi in prima persona. Quando ho iniziato a suonare il mio sax, non avevo in mente di arrivare ad incidere un disco o fare concerti in giro per l'Italia. Per quanto riguarda la produzione di Have A Nice day, infatti, tutto parte dal lavoro con i miei colleghi ed amici con i quali suono da anni. Insieme ci divertiamo a far musica, lasciandoci semplicemente andare. Sono da sempre affascinato da un certo periodo storico del jazz che nella musica che proponiamo si sente moltissimo e che forse, oggi, va un po' contro gli stili più in voga. Il mio interesse non è impormi facendo rumore, infatti il disco non era il primo obiettivo che ci siamo posti, anzi, è stato il risultato spontaneo di un lavoro che è quasi venuto da solo. Noi sentiamo molto nostra questa dimensione. Nel disco ci siamo limitati a registrarla, non altro. Una delle principali caratteristiche che posso vantare nel mio Quintet che ha permesso questo risultato riguarda proprio la presenza di quattro musicisti di pregio, da Daniele Goldoni alla tromba, Tiziano Tancini al pianoforte, Enrico Caimi alla batteria e a Nicola Mazzoni al contrabbasso. Dicono che il mio sax tenore trovi perfetta sintonia con il pianoforte di Tiziano.

Qual è la tua idea di musica che ritroviamo in Have A Nice Day?

Abbiamo un repertorio che riflette una scelta stilistica molto precisa e che corrisponde ad una presa di posizione vera e propria. A noi non interessa spettacolarizzare quello che facciamo né avere un prodotto da portare in giro come biglietto da visita: noi amiamo il nostro modo di fare la musica, amiamo questo stile che ci unisce, troviamo vero benessere nella dimensione "romantica" che la nostra musica crea. Il repertorio quindi si basa su standard ed su alcune composizioni originali che richiamano grandi nomi, come Stan Getz, John Coltrane, Chet Baker e Miles Davis. Il nostro modo di sperimentare o rompere gli schemi non vuole essere "rumoroso", come ti dicevo prima, ma affiancarsi alla ricerca senza essere accademica. Abbiamo assorbito la filosofia di un periodo di transizione del jazz e penso che difficilmente abbandoneremo questo presupposto, per noi fondamentale, quando suoniamo.

Quanto varia la tua idea di musica rispetto alla tua esperienza diretta in rapporto alla scena jazzistica italiana?

Ah, questa è una domanda importante! Vedi, per noi che non siamo musicisti di "professione", nel senso che non abbiamo trasformato la musica in un lavoro per guadagnare, in parte è facile mantenere un approccio come ti dicevo prima, romantico, protetto, che ci permette di esprimerci liberamente senza dover dare troppa importanza alle altre variabili che entrano in merito quando si producono dischi per venderli. Bisogna fare delle considerazioni di tipo sociologico su questo, perché la musica si è evoluta e merita di essere guardata per quella che è oggi. Molti mi dicono "sei fortunato, hai un lavoro tu, quindi ti puoi permettere di fare musica come vuoi". Ma non è vero, perché molti di noi hanno un percorso completamente diverso e, soprattutto, decide di far musica per motivi differenti. Io faccio musica per amore, non per soldi. Non è il guadagno che mi porta a suonare nei club italiani, ma proprio la passione coltivata insieme a tutto il Quintet. Spesso si fa fatica ad uscire fuori dal contesto nazionale, perché forse manca un vero management musicale capace di scommetterci maggiormente, ma uno dei fattori da considerare, poi, è un eccesso di produzione discografica. Ecco perché noi non abbiamo mai avuto come obiettivo quello di produrre dischi e portarli in giro, come un risultato. E quando ci siamo arrivati, non lo abbiamo fatto per poter dire che "siamo arrivati", ma abbiamo semplicemente fatto il punto della situazione. Che il pubblico lo accolga bene ci fa molto piacere e va oltre le nostre aspettative a volte, ma proprio scoprire insieme a tutti gli altri quanto questa formula genuina funzioni, ci fa credere che sia possibile fare della buona musica senza cadere vittime delle necessità di mercato. Certo, non è detto che sia sempre facile o possibile…

Cosa significa per te fare tappa alla Cantina Bentivoglio e quali cambiamenti da parte del pubblico e della scena jazzistica bolognese hai notato avvenire nel corso del tempo?

Alla Cantina Bentivoglio ci torniamo sempre volentieri, ormai fa parte del nostro mondo, dei nostri concerti in Italia e ci piace riproporci, perché è come confrontarsi con amici che ti vedono crescere, che ti aspettano, che tornano a salutarti. Poi questo è il posto dove abbiamo incontrato tante persone, dove passano grandi nomi del jazz e un pubblico decisamente interessante…

Torniamo a considerare tutto il jazz italiano, ora. Gode di ottima salute, lo vediamo sia attraverso la grande preparazione dei nostri jazzisti, sia per la quantità di manifestazioni che negli ultimi anni sono dedicate alla musica jazz. I musicisti inoltre non si limitano a riprodurre determinate sonorità magari legate ad un mainstream ma cercano sempre anche di utilizzare delle contaminazioni, di fare appunto ricerca. Quanto sei d'accordo con queste affermazioni e quanto, secondo te, è inoltre possibile riconoscersi in uno stile tipicamente italiano?

Potrei mettere a paragone il discorso appena fatto con l'esperienza che io, insieme a Marianna Marcucci, porto avanti a Lucca con l'Hotel Universo. Anche lì siamo in presenza di un pubblico molto attento, che cerca la qualità e che è interessata alle nostre proposte live, entro uno stile riconoscibile arricchito da gente che ama anche l'ambiente di nicchia in cui ritrovarsi. Siamo molto seguiti e per noi l'incontro con il pubblico è un grande risultato. Ci dà soddisfazione. Un problema che possiamo rilevare è che il nostro jazz se è per certi aspetti in buona salute, allo stesso tempo fatica ad uscire fuori dal contesto nazionale. Probabilmente manca di un vero management musicale capace di scommettere maggiormente sul nostro potenziale, voglio dire, sappiamo tutti quali sono i problemi da questo punto di vista. Un difetto che potrei riconoscere invece a chi suona è la richiesta a volte non troppo favorevole a farsi conoscere, a muoversi, poiché si rischia di non mettersi nelle condizioni di farsi sostenere. Ecco perché sottolineavo sin da subito la differenza d'approccio di quando si fa musica per amore e non per lavoro. Ha dei risultati anche in questi termini e cioè che in momenti in cui si investe poco in cultura, si fa fatica a portare avanti progetti artistici, è ancora più facile fare autogoal se non si guarda con lucidità al contesto in cui si vive. E poi è vero, si nota sicuramente anche un'urgenza da parte di molti, anche di chi forse è impreparato a farlo, a produrre disco come se significasse "essere arrivati", all'interno della cui prospettiva spesso si tende poi a perdere i lavori di qualità.

Cosa ti sentiresti di consigliare ad un giovane che volesse ripercorrere le tue stesse orme in Italia?

Ah… beh, ma sono giovane anch'io! No, nessuno consiglio, nessuna ricetta. Di farlo, basta. Di trovare la sua nota giusta…

Igor Palmieri ha realizzato tutti i suoi sogni nel cassetto oppure ne ha ancora altri?

Ciò che mi sta accadendo non faceva parte di un programma, è maturato nei giorni man mano che ho percorso il mio viaggio personale. Quindi non vivo proprio la dimensione del sogno da raggiungere, quanto quella del viaggio. Al viaggio non c'è mai fine, come diceva Coltrane, non deve mai finire. L'importante è quello, no? Che il viaggio continui. Ed è quello che mi auguro.






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Data pubblicazione: 11/12/2011

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