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"Ho fumato per trent'anni, poi ho smesso di colpo il giorno in cui è morto Monk. Conosci Thelonious Monk?" E' la voce di Steve Kuhn alle mie spalle. Metto via la sigaretta sorridendo e gli porgo il braccio. Camminiamo così fino al palco, mentre Eddie Gomez passeggia accanto a noi. Adriana Augenti: Com'è nato questo sodalizio? Comincia così, ridendo intorno ad una tavola apparecchiata, la nostra chiacchierata. Dopo pochi minuti lo Steve Kuhn Trio offrirà un suono inequivocabile ed indelebile al pubblico ed al cielo di Mola di Bari.
Steve Kuhn: Conosco Eddie da molti anni. Spesso abbiamo suonato insieme e suonare con lui è sempre stato per me un privilegio, sotto molti punti di vista. Questo non può che essere un bene ed un buon motivo per farlo ancora oggi, credo. Con Billy (ndr. Drummond) ho lavorato per circa 15 anni, anche se lui è più giovane, appartiene ad un'altra generazione: ha iniziato a suonare molto giovane. Eddie ed io siamo più o meno della stessa generazione. Non mi chiedo il "perché": fare musica con questi ragazzi è "facile". Sono dei grandi talenti, e, nella maggior parte dei casi, è più semplice superare qualche difficoltà. Eddie Gomez: L'idea di suonare insieme mi ha affascinato da subito, nonostante le difficoltà che si possono immaginare. Ognuno di noi è spesso altrove con il proprio gruppo: ad esempio a me capita di essere in Giappone quando gli altri sono in America. Ogni giorno siamo in posto diverso. Fare musica di un certo livello, di qualità, senza avere la possibilità di provare è certo difficile: la scelta di questo gruppo è una sfida in questo senso. Ma quando suono con loro mi sento veramente a mio agio. Credo che Steve intenda questo quando parla della facilità di superare le difficoltà. A.A.: So che il vostro repertorio, ciò che voi
proponete al pubblico, prevede molti standards e qualche brano originale. C'è un
motivo in particolare per questa scelta? Non credete che suonare standards possa
costituire un limite espressivo da un certo punto di vista?
E.G.: A dire il vero all'inizio Steve mi disse di aver scritto tutti i brani, ed io rimasi sorpreso che fossero tutti sue composizioni … (poi, parlando in italiano) E' uno scherzo! Billy Drummond: La scelta è impostata su brani che io trovo bellissimi, e c'è un altro fattore da considerare: quando si suona uno standard è anche facile che il pubblico riesca a riconoscerne il tema, ed a meglio valutare capacità e personalità di un musicista, per poi giudicarne (forse) meglio la bravura e la gradevolezza del concerto tutto. A.A.: Beh, allora visto che di standards e di
personale interpretazione stiamo parlando, prima di un vostro concerto, di
una vostra esibizione, quanto è preparato, scritto se vogliamo, e quanto spazio
è lasciato libero ad ognuno di voi? A.A.: Tre grandi musicisti. Ognuno di voi ha
vissuto un periodo molto importante della storia del jazz, e ne ha fatto parte in
modo incisivo. Nelle formazioni storiche che vi vedono protagonisti l'elemento dell'improvvisazione
è sempre stato molto forte e presente. Che cosa rappresenta questo per voi oggi?
E.G.: Sono sostanzialmente d'accordo con Steve. Viviamo in maniera molto piena: probabilmente ogni punto, ogni momento, ogni cosa di cui veniamo a conoscenza ha un significato … l'improvvisazione è la recettività di tutto questo. B.D.: L'improvvisazione? Creare il momento e catturalo, riuscire a catturarlo … A.A.: Cosa è cambiato oggi, in quest'oggi che
vi vede suonare insieme, rispetto, ad esempio, al quartetto di
John Coltrane
degli inizi degli anni '60, al trio di Bill
Evans, al sestetto di Horace Silver o del gruppo di
Sonny Rollins? B.D.: Per quanto mi riguarda, quando ho suonato in quelle formazioni che tu hai nominato, quella di Silver o quella di Rollins, ero molto giovane ed avevo poche esperienze. Sarebbe bello poter suonare con quei ragazzi ora sai, vent'anni dopo, con più confidenza, un po' più d'esperienza e una diversa posizione, visto che la mia attuale posizione è differente e migliore, almeno credo. Per il resto penso di essere d'accordo con Steve. Non credo che la musica abbia o debba necessariamente avere qualcosa di meglio. Intendo … Miles Davis e il suo quintetto degli anni sessanta, John Coltrane e il suo quartetto, qualche altro gruppo come questi … Non credo che ci sia qualcosa di meglio ora: è una sorta di culmine per la musica. Io per primo sono ancora nella fase di ricerca successiva a quel materiale, ma non ho ancora ascoltato nessuno che sia riuscito realmente ad ottenere quello che hanno ottenuto loro. Ci sono un sacco di ottimi musicisti, di grande livello, che potrebbero avere un carattere simile, ma per me … quando voglio ascoltare MUSICA quello è ciò che metto su. E.G.: Ecco, io penso esista sempre questa dinamica di... del provare a trovare qualcosa di nuovo. E questo è il genere di cosa che in un certo qual modo cerchiamo di fare tutti noi con la musica; ma in questo contesto, in quello che facciamo, noi... beh, penso che generalmente nell'arte, il mondo stesso dell'arte si sia scontrato con un muro. E' davvero difficile inventare qualcosa di nuovo che sia davvero significativo, anche se questo non implica affatto il non provarci. A me piace trovare qualcosa di nuovo, almeno nell'espressione, sai, ma in un certo senso penso che Steve abbia assolutamente ragione. In generale penso che nel mondo (musicale) ... non ci sia granché da scoprire. Però c'è un sacco di nuova tecnologia, davvero meravigliosa … A.A.: Nell'età della tecnologia e della tecnica
assistiamo sempre più spesso a giovani (e non solo giovani) musicisti che si dedicano
ad uno studio esasperato e meticoloso, spesso a discapito della melodia e dei suoni
… A.A.: Quindi tecnica da "dimenticare", passione
sincera e … nessuna possibilità di un " nuovo"?
In piazza ad attendere lo Steve Kuhn trio c'è poco pubblico: una cricca di veri appassionati, qualcuno che si è trovato lì per caso e si è incuriosito, qualcun altro che probabilmente non aveva di meglio da fare. Mi viene voglia di girarmi verso qualche passante e chiedergli: "Ma lei lo sa cosa sta per succedere lassù, su quel palco? Sa chi sta per esibirsi?". Lascio perdere! E' evidente che non in molti lo sanno. Lì per lì mi viene da pensare "peggio per loro!", ma non è semplicemente così … Le note di "There's no greater love" ci accolgono genuine, e mettono subito a proprio agio quanti del pubblico sembrano poco interessati al concerto. E' però col secondo brano, "Like Someone In Love", che i maestri catturano definitivamente l'attenzione di quanti sono lì per assistere alla performance di tre tra i più grandi jazzisti che la storia recente ha conosciuto. Come a leggere nel pubblico stesso, i primi due brani scorrono con semplicità, senza virtuosismi particolari, con pochi e concentrati soli. Poi l'energia aumenta, e già dal terzo brano il timbro del contrabbasso, struttura portante per tutto l'arco della serata, ci coinvolge su "Ladies in Mercedes" di Steve Swallow: un personalissimo e trascinante ritmo, presto seguito dal vigore della batteria di Drummond. "The Jitterbug Waltz", eseguita quasi con un alternarsi di soli tra Kuhn e Gomez, si apre e si chiude esprimendo tutta la personalità del grande pianista che, dall'alto dei suoi 68 anni, non tralascia di palarci a sua voce di un'idea di colui che è stato il vero pioniere e grande maestro nell'uso dell'organo oltre che uno dei più grandi pianisti in stile Harlem : Thomas "Fats" Waller (New York, 21 maggio 1904 - 15 dicembre 1943). Sembra che ogni musicista abbia scelto un brano per narrarsi, per narrarci. Le note si susseguono così, in un dialogo tra i tre fatto di sguardi reciproci, suoni e voci in cui anche noi siamo chiamati a partecipare. E così, su un brano di Kenny Dorham, spetta a Billy Drummond disegnare caratteri ed accenti del racconto. Poi è la volta di uno dei due brani originali della serata, "Love letter (to my father)", un messaggio senza parole che Eddie Gomez ha dedicato al padre scomparso. Le corde del contrabbasso iniziano ad essere accarezzate dall'archetto e nell'aria si avverte quel sentimento di malinconia che solo questo gioco di suoni riesce a creare. Poco dopo, sul medesimo brano, il piano di kuhn cambia l'atmosfera, svincolando gli accordi dalla tonalità, e Gomez passa al pizzicato, per poi tornare all'arco sul finale. Notevolissimo l'interplay su "Stella by starlight" - che Kuhn dedica alla madre - in particolar modo tra piano e basso, che ormai parlano all'unisono. L'intesa si sposta tra piano e batteria per l'altro brano originale della serata, "Ocean in the sky", di kuhn. Il leader in questo caso lascia ampio spazio al batterista, che ne approfitta per un uso accentuato della gran cassa, quasi costringendo il pianista ad una heavy right hand. Interpretazione personale anche di un brano originale quindi, forse a discapito della liricità e delle caratteristiche del pezzo autentico, ma non certo della solidità del suono. Nel bis il piano-trio espone un tema di H. Mancini, "Slow hot wind", dimostrando, ancora una volta nel corso della serata, che ritmica e melodie sono in grado di narrare tanto la linea armonica quanto un linguaggio solistico "collettivo". Steve Kuhn, Eddie Gomez e Billy Drummond hanno inciso un unico lavoro insieme, *Waltz Red Side*, registrato nel 2002 e pubblicato dalla Venus Record, etichetta giapponese. Non sanno se ne faranno altri. Quando glielo si chiede tutti demandano al leader, e questi è volutamente vago nelle risposte. Ciò che è certo è questi tre ragazzi si divertono molto a suonare insieme ed il loro racconto risente di un dialogo sonoro con pochi pari.
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