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Intervista a Michael Cuscuna
di Vittorio Pio

La notizia è di quelle che suscitano clamore e meraviglia. Monk e Coltrane, due fra le icone intoccabili del jazz, protagonisti di un concerto inedito e per fortuna di ottima qualità sonora scoperto in maniera del tutto casuale e tra pochi giorni restituito all'intera comunità degli appassionati. Chi poteva essere dietro l'operazione se non il nome di Michael Cuscuna, produttore e discografico indipendente che, tanto per dirne una, è stato l'assoluto protagonista del ripristino a certi livelli del fantastico catalogo della Blue Note quando, a metà degli anni '70, sembrava importare a pochi, di certo non ai giapponesi della Toshiba che ne avevano rilevato i diritti. Con il feroce desiderio di occuparsi di musica anche a livello professionale, ma forte soprattutto di una passione emotiva verso gli artisti e la musica, Cuscuna, prima di lanciarsi nella sua sfida personale, aveva collaborato con nomi del calibro di McCoy Tyner, Dexter Gordon, Woody Shaw, Cuscuna, Pagnotta e Lundvall alla IAJE Convention, New York City 2001The Art Ensemble Of Chicago, Dave Brubeck, Luther Allison ed Anthony Braxton all'interno di molte etichette discografiche importanti, dalla Atlantic alla Motown, senza mai dimenticare la prediletta Blue Note.

N
el 1983 insieme a Charlie Lourie, fonda la Mosaic, oramai riconosciuto simbolo di eccellenza, per l'alto profilo dei suoi sospiratissimi cofanetti in edizione limitata. Nello stesso momento avvia un'altra elettrizzante campagna di ripristino del catalogo Impulse e viene votato più volte al primo posto assoluto del referendum patrocinato dal periodico "Downbeat" nella categoria "miglior produttore". In questi ultimi anni è stato ancora al centro dell'attenzione per la quasi maniacale opera di ricostruzione filologica all'interno delle inimitabili parabole di Miles Davis e John Coltrane.

Gentile e riservato, americano di seconda generazione con orgogliose radici italiane, Cuscuna ha un tipo di aneddotica che rasenta le favole per come riesce a raccontare le sue vicende. Avevo già avuto l'onore di incontrarlo insieme a Luciano Vanni di Jazzit in una colazione servita all'esterno dell'Hotel Brufani di Perugia, durante Umbria Jazz 2000, dopo un doppio fantastico concerto di Kurt Elling, cui aveva presenziato anche Bruce Lundvall, presidentissimo della Blue Note. Si era parlato di tutto e mi sovviene intatta la meraviglia nel sentire raccontare il jazz di chi aveva avuto la possibilità di vivere da vicino alcuni momenti decisivi nella storia di questa nostra musica. Sorridenti e riconoscenti, da allora ci siamo sempre tenuti in contatto, e quella che segue è la cronaca fedele di una conversazione avvenuta in due riprese in un clima lontano da ogni formalismo, se non proprio cordiale, il cui spunto iniziale ci ha portato a fare un'ampia retrospettiva di una carriera zeppa di lustrini ma ancora affrontata con lo stesso entusiasmo:

V.P.: Precedenza alla notizia del giorno Mr.Michael...dovrebbe trattarsi di un'altra storia esaltante, no?
M.C.:
Nella scorsa primavera sono stato contattato dall'esimio professore Lewis Porter, ordinario alla Library Of Congress e dall'ingegnere di studio Larry Appelbaum per quella che io ritengo come una della più importanti scoperte mai avvenute nella storia del jazz che sarà presto disponibile nel catalogo Blue Note in formato cd e in quello Mosaic in vinile ad ovvia edizione limitata. Per quello che si sapeva fino ad oggi, la sola documentazione riguardante la partnership tra John Coltrane e il quartetto di Thelonious Monk era rappresentata da tre brani incisi in studio nel luglio del 1957 prima del loro ingaggio durato ben cinque mesi al Five Spot Cafè. Come gli appassionati ricorderanno una decina di anni fa sempre la Blue Note ha pubblicato un cd relativo a quelle serate, penalizzato dalla ripresa sonora ma di indubbia qualità artistica. In quel periodo accanto a Monk c'era Johnny Griffin al sax, ma il contatto con Trane era assolutamente attivo. Purtroppo e sempre fino ad oggi non c'era nessuna traccia dell'evoluzione di quel gruppo, che comprendeva anche Ahmed Abdul Malik al basso, Shadow Wilson alla batteria. Una formazione che ebbe vita breve lasciando anche il rimpianto di essere stata ben poco registrata. Il 29 novembre del 1957 alla Carnegie Hall si tenne però una serata di beneficenza con una serie di All-Stars, tra cui questo quartetto che quando arrivò a calcare il palco di quella sala così prestigiosa aveva oltre quattro mesi di attività alle spalle….esattamente quello che mancava!

V.P.: Nonostante l'esperienza accumulata ti devi essere emozionato…
M.C.: Assolutamente sì. Parte della mia attività nel corso di questi ultimi trent'anni è stata proprio quella di rovistare negli archivi di chi ha potuto vivere stagioni indimenticabili del jazz, alla caccia di inediti e testimonianze preziose. Purtroppo so come vanno certe cose, e a volte quello che può sembrare sensazionale sulla carta in realtà si evolve come un qualcosa di abbastanza deludente. Questa volta non è stato affatto così, perché la musica è vibrante come non mai e soprattutto registrata in maniera sorprendente per quei tempi, anche in relazione alla fonte.

V.P.: Ovvero?
M.C.: A quei tempi c'era un programma radiofonico molto famoso chiamato "Voice Of America". Quella sera alla Carnegie Hall ci furono due set completi che furono registrati e messi da parte in vista di una possibile trasmissione. E' finita che quei nastri sono stati etichettati male e quasi sommersi dalla vastità di materiale che il format è riuscito a produrre in quel periodo. Appelbaum nel suo lavoro routinario di catalogazione per la Library Of Congress, ci è finalmente arrivato e nonostante la fumosità delle indicazioni suppletive, la data e l'indicazione del leader della seduta hanno fatto immediatamente pensare a qualcosa di grosso. Come effettivamente si tratta.

V.P.: Ma è possibile che nell'ambiente nessuno ne aveva mai parlato, come ci insegni ci troviamo di fronte a due icone oggetto di lunghi e approfonditi studi…
M.C.: Per quanto strano possa sembrare è andata proprio così. Tutti coloro che sono stati interpellati non sapevano nulla di quell'evento ben segnalato da un manifesto scoperto dal prof. Porter. La locandina alludeva a una serata di beneficenza per il Morningside Community Center. Il bello è che la line-up dell'evento comprendeva non solo Monk e Coltrane insieme ma anche Billie Holiday, il trio di Sonny Rollins e la Big Band guidata da Dizzy Gillespie, Zoot Sims con Chet Baker e il debutto a New York del giovane Ray Charles. Il tutto per due spettacoli con inizio fissato per le 20.30 e successiva replica a mezzanotte.

V.P.: Sono state ritrovate anche le altre registrazioni o quelle sono andate perse? Non oso pensare al costo del biglietto poi…
M.C.: Tranne che per Billie Holiday, misteriosamente non ripresa, tutto il resto c'è, per cui se si raggiungerà un accordo per la pubblicazione tra gli aventi diritto, sono tutte cose che potranno venire fuori prima o poi. Biglietto alto? Certo che no, anche se il pensiero poteva essere legittimo, considerando che la serata aveva scopi umanitari. C'erano quattro ordini di posti e i biglietti partivano da soli DUE dollari fino a un massimo di 3.95. Non male vero? Penso che difficilmente avrebbero potuto essere spesi meglio!

V.P.: Questo è assodato…per rafforzare il concetto torniamo proprio all'esibizione del quartetto di Monk e Trane…
M.C.: Vuoi sapere una cosa? Difficilmente mi ricordo una interpretazione così brillante in tutta la carriera di Thelonious. I suoi arpeggi sono al solito vorticosi e apparentemente sghembi e su questi si innesta alla perfezione l'apporto di John che aveva avuto tutto il tempo per sedimentare "quella" musica entusiasmante per ogni appassionato che si rispetti. Il concerto dura poco meno di un ora e sebbene i brani raramente vadano oltre i sei minuti, Coltrane sembra mettersi alla prova elaborando un nugolo di idee che poi si sviluppano in una cornice assai limitata di tempo per quello che soprattutto realizzò in seguito. La sezione ritmica invece li assiste con intensità e "drive", propiziando degli assoli strabilianti. Wilson in particolare è davvero impressionante e la qualità della registrazione rende giustizia al suo stile e a tutti coloro che non hanno fatto in tempo a vederlo suonare.

V.P.: Di Monk e Coltrane sono stati versati fiumi d'inchiostro, sono certo però che un'opinione autorevole come la tua sarà sempre bene accolta…
M.C.: Monk è stato un genio immarcabile del ventesimo secolo, appunto per la sua totale imprevedibilità. Come è risaputo la sua formazione avvenne insieme alla rivoluzione imposta dal be-bop, però il suo stile fu completamente diverso, perché usava meno note con un senso ritmico completamente elaborato da lui. Dal punto di vista musicale è riuscito a creare un linguaggio tutto suo su un impianto che anche quando sembrava scricchiolare in realtà stava in piedi alla grande. Di Coltrane ricordo la feroce determinazione nel continuare a lavorare duro per evolversi e migliorare: il suo quartetto storico con McCoy ed Michael Cuscuna nell'archivio MosaicElvin, penso che rappresenti una delle maggiori espressioni mai raggiunte dalla musica jazz. Era incredibilmente eccitante vederli suonare dal vivo proprio per l'incessante lavoro compiuto sulla struttura di ogni brano il cui climax emotivo finiva con il raggiungere delle vette di incredibile intensità.

V.P.: A proposito di grandi e tradizioni, tu sei stato coinvolto dalla Sony nella maestosa opera che sta riguardando in varie tranche la discografia di Miles Davis con una serie di magnifici box, di cui adesso sembra stia per arrivare un altro capitolo…
M.C.: Anche quella continua ad essere una grande soddisfazione, ma per una volta mi prendo un break. Non sono io ma Bob Belden che ha completato un magnifico lavoro sulle "Cellar Door Sessions" di Washington all'inizio degli anni '70. Parte di quel materiale finì nel doppio "Live Evil" e insieme a lui c'erano John Mclaughlin, Gary Bartz, Michael Henderson, Jack Dejohnette, Airto Moreira e Keith Jarrett che per fortuna non aveva ancora molti altri pensieri oltre a quello di suonare. Penso che uscirà con l'inizio dell'anno nuovo, con un lieve slittamento rispetto al previsto. Quanto al piacere di avere avuto l'accesso agli archivi che contengono parte della migliore musica mai pensata e prodotta, non penso che ci possano essere aggettivi a sufficienza. E' una meraviglia che non cessa mai di stupire, come ad esempio il timbro di indicibile bellezza che caratterizza tutte le session di Miles con lo stesso Coltrane per la realizzazione di capolavori assoluti come "Kind Of Blue" o "Milestones".

V.P.: Ma è proprio Miles il divino ad essere stato il più grande di tutti?
M.C.: Non si potrà mai rispondere a un quesito del genere senza scontentare qualcuno…sono stati tanti gli uomini importanti per l'evoluzione del jazz: da Kid Ory a Louis Armstrong, poi Ellington e Basie, Gillespie e Clifford Brown, Monk e Mingus, Bill Evans e Chet Baker, oppure Sonny Rollins, Stan Getz, fino a Wayne Shorter e John Coltrane. Insieme a loro ci sono altri fantastici musicisti che magari non sono stati grandissimi leader riuscendo però ad avere una parte fondamentale nei gruppi in cui si trovavano. Penso a gente come Wynton Kelly o Paul Chambers, oppure Johnny Hodges e Hank Mobley. E non ho ancora nominato nessuna cantante…Miles ha avuto il merito di attraversare varie fasi con una curiosità e ovvie straordinarie doti, centrando quasi sempre dei traguardi notevoli.

V.P.: Parlando di quei tempi, quali sono i primi ricordi che affiorano riguardo al jazz? Intendo il primo disco o concerto al quale hai partecipato come semplice spettatore oppure come questa musica abbia avuto un ruolo di preminenza nella tua vita…
M.C.: Istintivamente mi viene da pensare a Gene Krupa, perché ho studiato la batteria in adolescenza quando ascoltavo soprattutto Rhythm And Blues, infatti i primi dischi avuti tra le mani sono stati i singoli di Jackie Wilson e di altri gruppi mitici come i Drifters e i Coasters. Poi appunto ci sono stati questi uomini pazzeschi come Gene, Buddy Rich o Louie Bellson, che mi hanno schiuso gli occhi a un mondo completamente nuovo: restando in quell'ambito infatti il primo disco che ho comprato è stato "Drum Battle". In seguito le cose subirono una prevedibile accelerazione, perché l'area di New York per un giovane è sempre un bel posto dove crescere. Qui il jazz ha sempre lasciato dei segni profondi. Mi ricordo di intere serate passate a sentire Roland Kirk al Five Spot: dopo la batteria iniziai a suonare il sax e uno come lui non poteva che avere una profonda influenza su di un giovane anche se è chiaro che solo lui poteva permettersi di fare certe cose. Per me era una specie di extra-terrestre per come riusciva a suonare, inoltre mi permetteva di andarlo a trovare spesso a casa sua dove mi faceva sentire qualcosa dalla sua enorme collezione di jazz dei dischi che io non avevo mai visto prima.

V.P.: Importerà a pochi, ma Roland Kirk è il mio jazzista preferito di tutti i tempi, per cui mi devi raccontare almeno come vi siete conosciuti…
M.C.: Avvenne in maniera molto naturale. Gli scrissi una lettera da sfegatato fan e ricevetti un riscontro davvero molto carino e disponibile. Poteva essere il 1964. Così mi invitò presso il suo appartamento. Emozionato gli portai un sax senza tasti e davvero in cattive condizioni che avevo trovato in un negozio qui a Stanford, il cui proprietario ogni tanto mi dava lezioni. Fu molto contento lo stesso. Come accennato Roland possedeva una collezione fantastica e al sabato pomeriggio passavamo delle ore magnifiche ascoltando musica su cui non ero affatto familiare. Mi ricordo soprattutto le sue considerazioni su Don Byas e Johnny Griffin a cui era accomunato anche per l'incredibile velocità di apprendimento. Ogni tanto lo chiamavo giusto per sapere come stava o se era in procinto di realizzare qualcosa di nuovo, rammento ancora le sue perplessità quando Coltrane pubblicò "Ascension": secondo lui era andato troppo in là con il suo misticismo, oppure di quando sghignazzò per la versione, che lui riteneva ridicola, di "Girl From Ipanema" eseguita da Archie Shepp su "Fire Music". Kirk è stato un musicista di straordinario talento e forza visionaria e in più aveva un orecchio incredibile: una sera ero seduto con mio cugino al Five Spot ad almeno dieci metri dal palco conversando davvero a bassa voce. Roland arrivò, mise a posto i suoi strumenti e poi voltandosi tranquillamente mi salutò arrivando dritto al nostro tavolo senza neanche un passo falso.

V.P.: Fin qui il piacere, ma quando hai effettivamente pensato alla musica come un biz? E' stato un riflesso naturale oppure qualcosa a cui sei arrivato con la testa?
M.C.: Ho sempre desiderato di essere coinvolto in qualcosa in cui c'entrasse la musica anche se quando dovevo studiarla ero davvero pessimo. Fui scioccato dal quartetto di Coltrane, ero in estasi ogni volta che vedevo il quintetto di Miles con Herbie Hancock, Wayne Shorter, Tony Williams e Ron Carter. Poi le prime magiche copertine della Blue Note come "The big Beat" di Blakey, oppure "Una Mas" di Kenny Dorham e "One Step Beyond" di Jackie Mclean che mi ricordo uscirono insieme e che comprai unicamente perché facevano parte della scuderia…Il fatto è che subivo così tanto il fascino dei dischi da non accorgermi praticamente di altro. Comunque ai tempi del college ho iniziato a scrivere per Downbeat, dove ho appreso anche tanto, e altre riviste come Jazz & Pop oppure Rolling Stone, inoltre conducevo un programma radiofonico per un emittente di Philadelphia dove mi occupavo ovviamente di jazz così come di rock. La cosa andò talmente bene, soprattutto su quest'ultimo versante, che ricevetti anche un'offerta più consistente da parte di una radio maggiore, cosa che mi lusingò alquanto. Contemporaneamente iniziai a produrre alcune registrazioni per artisti anche importanti come il chitarrista blues Buddy Guy, oppure George Freeman. Finito il college, accettai di collaborare per un'altra fm-station di New York, dove rimasi per circa un anno e mezzo. Mi divertivo, fin quando ad un certo punto arrivò un offerta dalla Atlantic per entrare nello staff di produzione e accettai al volo: mi avrebbero pagato meno della metà rispetto a prima però non me ne importava nulla, il sogno che avevo sempre coltivato si realizzava.

V.P.: E da lì hai iniziato una carriera trionfale che ti ha visto ricoprire un ruolo fondamentale nel rilancio della Blue Note, la tua prima passione. Sappiamo quanto preziose e attese rimangano le ristampe della serie Rudy Van Gelder, alle quali negli ultimi anni si sono aggiunte altre direzioni. "Hand On The Torch" degli Us 3, è stato un fenomeno commerciale senza precedenti, poi tu e Bruce Lundvall (chairman BN n.d.r.) avete portato al successo una cantante come Norah Jones, che tutto può ritenersi tranne che una cantante jazz, infine avete suscitato clamore portando nel vostro roster artistico Wynton Marsalis, una mossa che sottolinea un ritorno alla tradizione?
M.C.: Nonostante le diverse vie che può prendere la musica, io e Bruce non abbandoneremo mai il jazz ortodosso. Di recente ho ricontrattualizzato Andrew Hill, un artista che è stato e continuerà ad essere importante per la Blue Note. Bruce invece ha scoperto un giovane pianista molto bravo che si chiama Robert Glasper, oltre a Wynton che è stato sin dal suo apparire differente rispetto a tutti gli altri soprattutto per la velocità di pensiero e la conoscenza ferrea dello strumento. Ammiro molto anche suo padre Ellis che incredibilmente non è molto conosciuto fuori dal giro di New Orleans, ma chi ha orecchie buone e cuore aperto capisce la differenza. Di Wynton ricordo il primo lusinghiero parere di Art Blakey, che lo fece entrare subito nei suoi Jazz Messengers agli inizi di carriera. Suonava come un indiavolato, ricordava parecchio Booker Little. Ha già fatto un paio di ottimi dischi per noi e altro succederà. Poi ci sono altri artisti notevoli come Terence Blanchard, Cassandra Wilson, Jason Moran, Stefon Harris, Jacky Terrasson, Joe Lovano e Greg Osby.

V.P.: A cui di recente si sono aggiunti anche Al Green ed Anita Baker…un ulteriore tentativo di espansione verso altre fasce di pubblico?
M.C.: Siamo stati davvero felici di accoglierli. Green poi ha fatto davvero un esordio con i fiocchi (‘l'album era "Can't Stop" n.d.r.). Non so quanto il pubblico che abitualmente li seguiva possa conoscere della storia della Blue Note, ti dico però che sono stati sopratutto loro, così come è avvenuto per Van Morrison o la stessa Norah, ad insistere per stare con noi conoscendo buona parte di quanto la BN aveva fatto nella sua storia.

V.P.: Che cosa sai invece del jazz europeo? Conosci per esempio la musica di Michel Portal o Paolo Fresu? Hai mai ascoltato Francesco Cafiso?
M.C.: Cerco di tenermi aggiornato, del resto sia l'Europa che il Giappone rappresentano un mercato molto valido sopratutto in fatto di concerti e festival e tutto il movimento jazzistico deve tenerne debitamente conto. Ho sempre amato la musica di Michel, mi piace soprattutto quando suona il clarinetto basso, però non ho ascoltato molto delle sue produzioni recenti. Conosco Paolo, l'ho visto esibirsi l'anno scorso al New Morning di Parigi, rimanendo molto ben impressionato dalla compattezza del gruppo. Lo stesso con cui poi ha inciso un gran disco con le musiche scritte dal pianista Roberto Cipelli. Ottime composizioni e assolutamente ben suonato. Non ho mai sentito Cafiso invece, chi è?

V.P.: E' un giovanissimo sassofonista siciliano che sembra essere nato con le stimmate del bop, ha suonato spesso con Wynton Marsalis anche a New York, puoi chiedere quindi delle referenze dirette…ne saremmo curiosi…
M.C.: Davvero? Allora mi darò da fare…

V.P.: Chi sono invece i tuoi musicisti preferiti della scena attuale e cosa ascolti abitualmente?
M.C.: Ovviamente ascolto sopratutto i dischi Blue Note su cui lavoro oppure quella musica su cui compio delle ricerche finalizzate alle ristampe di catalogo oppure alle edizioni limitate Mosaic. Non c'è molto tempo per fare o sentire altro. Con Bruce ci capita spesso di andare a sentire qualcuno dei nostri o degli artisti interessanti. Di recente per esempio abbiamo messo sotto contratto Jackie Allen, una cantante davvero molto brava che ha già fatto dei dischi per delle etichette indipendenti senza però raccogliere molto successo. Ha lavorato anche con Kurt Elling, un altro dei nostri nomi di punta: come lui possiede un approccio al materiale che poi dovrà cantare davvero rimarchevole.

V.P.: Parallelamente alla Blue Note, c'è proprio la Mosaic, il marchio che hai elaborato facendo leva su un termine che fa sempre drizzare le antenne di tutti gli appassionati, quando si sente "The Complete...", si è già abbastanza consapevoli di dover metter mano al portafoglio, mi spieghi meglio la filosofia che sta alla base?
M.C.: Insieme a Charlie Lourie ragionammo su quale avrebbe potuto essere la caratteristica che avrebbe differenziato la nostra attività dalle altre, tengo a precisare che iniziammo senza nessun tipo di aiuto esterno (la Emi partecipa in joint-venture al 50% dal 1998 n.d.r.). L'occasione venne data da una mezz'ora di musica totalmente inedita di Monk. Per i tempi in cui adesso ci troviamo la durata dei pezzi non era sufficiente per realizzare un LP, così la soluzione poteva essere quella di mettere insieme tutto quello che Monk aveva realizzato per la BN sistemato in ordine cronologico, comprese eventuali outtakes e altro tipo di bonus. A completare la confezione un ricco booklet e il miglior suono possibile.

V.P.: Sembrava già perfetto così…
M.C.: Non ancora. Per quanto appetibile il progetto doveva funzionare soprattutto dal punto di vista economico, e perché i conti quadrassero non potevamo certo stampare un elevato quantitativo di box rifiniti e perciò costosi, darli in distribuzione con una percentuale non indifferente di sconto, aspettare tempi molto lunghi per incassarne il margine di profitto con il rischio concreto di vedersi restituito del materiale danneggiato. Così elaborai un concetto basato su un oggetto ancora più esclusivo e limitato nel tempo. Per avere il controllo su tutto, i box avrebbero avuto una tiratura ristretta e numerata a mano, con un servizio gestito direttamente da noi, compresa ovviamente la spedizione. In questo modo l'inventario è tenuto costantemente sotto controllo e una volta che le copie si esauriscono è andata. Non verranno mai più ristampate, anche perché noi negoziamo l'utilizzo dei diritti di riproduzione in base al tempo e a un picco massimo di quantitativo. E così i box diventano inevitabilmente rari e il loro valore cresce. Un elemento importante risulta anche dalla scelta degli artisti di cui proponiamo una raccolta integrale: essi sono scelti non solo in base ai nostri gusti, ma anche in relazione alla loro importanza, non tanto in termini di popolarità ma di contributo all'evoluzione di uno stile o periodo. Anche se non fossero di totale gradimento, una volta acquisiti i diritti e scovato il materiale, procediamo alla loro pubblicazione.

V.P.: Di fatti i titoli che riguardano Nat "King" Cole oppure Count Basie, hanno raggiunto in questi giorni su un famoso sito d'aste di internet una quotazione superiore ai 1000 dollari, quasi cinque volte il loro valore originario, mediamente in quanto tempo il titolo si esaurisce e quale è stato il titolo più veloce ad andare fuori stampa?
M.C.: Dipende. Intanto è bene chiarire che noi non siamo i proprietari delle edizioni ma negoziamo solo i diritti per un certo numero di anni, quindi è possibile che neanche si riesca ad arrivare al numero di copie previsto. Il box di Monk che è stata appunto la nostra prima realizzazione ci ha messo 10 anni per andare fuori catalogo, stesso discorso per T-Bone Walker. Le session di Cole a cui ti riferisci invece sono andate esaurite in circa metà tempo e questo nonostante la grandezza del box (sontuosa confezione da 18 cd, n.d.r.). Abbiamo una clientela molto affezionata, molti comprano a scatola chiusa, altri in entrambe le configurazioni, qualcuno predilige solo un genere e fa incetta di quello, comunque l'interesse del mercato c'è e l'indice di soddisfazione si è sempre mantenuto ad altissimi livelli.

V.P.: Parlando di mercato e rappresentando in questa sede una testata internet, vorrei sapere come è cambiata la vostra attività da quando è entrata in rete e soprattutto che impatto tutto questo ha avuto sulla terribile crisi che affligge la discografia…
M.C.: C'è stato un fulmineo incremento di visibilità proprio perché la grandezza di internet sta nella capacità di ridurre le distanze. Pensa a quanta gente che magari vive lontano dai grandi centri e che prima era impossibilitata a trovare molte delle cose che cercava, soprattutto in ambito jazz. Adesso a portata di click c'è tutto quello che vuole, proposto da molti indirizzi o comunità virtuali che assolvono molto bene a questa funzione. In più ci sono molti siti, proprio come fa Jazzitalia, che rendono disponibile una gran quantità di informazioni a tutto vantaggio degli appassionati o degli studenti, questo è un ruolo fondamentale, anche perché al contrario dei tradizionali organi di informazione un sito può essere aggiornato con estrema rapidità e di continuo. Le vendite sono crollate ma l'ultima frontiera in cui il supporto fisico continuerà ancora a vivere sarà proprio il jazz, perché l'appassionato vuole avere la possibilità di toccare o sfogliare materialmente ciò che contiene la sua musica preferita. Poi è chiaro che la partita si giocherà anche sui download, a patto di poterne ricavare un margine di guadagno sufficiente per tutti.

V.P.: A parte la musica cosa ti rilassa, o meglio riesci a rilassarti?
M.C.: Mi piacciono il cibo e i grandi film, ma spesso non ho il tempo per cucinare e raramente riesco a vedere un buon film. Un buon concetto di relax per me sarebbe quello di isolarmi da tutte le forme di comunicazione e leggere per fatti miei, ma anche questa è una circostanza assai rara….

V.P.: Cibo e cinema mi fanno pensare alle tue radici italiane, la tua famiglia ha origini calabresi, e tu sei stato spesso in Italia ma sei mai arrivato lì dove i tuoi avi sono partiti per cercare fortuna?
M.C.: Mi piace molto L'Italia, per la sua tradizione legata alla musica e tutte quelle altre cose che per un americano risultano irresistibili. Tu stesso mi hai parlato di questa nuova iniziativa che ha permesso a Roma l'istituzione di una casa dedicata al jazz e la vicenda mi sembra fantastica. Sono perciò orgoglioso delle mie radici italiane ma non sono mai stato in Calabria nonostante abbia sempre avuto il desiderio di farlo. La mia famiglia è arrivata da Natile (una frazione del comune di Careri, piena valle del Bonamico, nella locride reggina n.d.r.) un paese sopra le colline di Reggio che probabilmente oggi non esiste più. Almeno nella sua pianta originale, perché quando mio padre ci tornò nel 1959, vide un nuovo nucleo di abitazione ai piedi della montagna che lo vide partire dove c'erano le vecchie case. Mi fece un racconto da medioevo, perché quei posti potevano raggiungersi solo sul dorso di un mulo e una volta arrivati non c'erano ovviamente acqua, elettricità…

V.P.: Ma a lui piaceva la musica?
M.C.: Non particolarmente. Amava Ray Charles, quanto lo ho amato anche io e suonava il violino, ma poco di più. Anche per questo non ho tracce relative alla cultura musicale italiana nel mio background perché lui era nato già qui negli States. Adesso mi rimangono dei parenti in Canada, a causa della serrata nelle immigrazioni statunitensi a metà degli anni '50, che sono nati in Calabria. Sono certo che mi potrebbero aiutare parecchio nella ricostruzione definitiva delle mie radici, chissà che non lo faccia sul serio prima o poi…

V.P.: Grazie Michael, è stato davvero un piacere parlare con te…
M.C.: Anche per me.

N.B.
Il preascolto dell'album di Monk & Coltrane si terrà a Milano - negli uffici EMI e solo per gli addetti ai lavori - e a Roma - alla Casa Del Jazz aperta invece al pubblico - giovedì 22 settembre alle ore 12:00.












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Data pubblicazione: 17/09/2005

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