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Intervista a Stefano De Maco
Milano, febbraio 2007
di Eva Simontacchi

Fotografie di repertorio di Stefano De Maco

Stefano De Maco, cantante e corista per molti grandi artisti tra cui: Mina. Adriano Celentano, Biagio Antonacci, Amii Stewart, Mia Martini, Laura Pausini, Eros Ramazzotti, Joe Cocker, Fiorello, Enzo Jannacci, Paolo Belli, Renato Zero, Enrico Ruggeri... Numerose apparizioni televisive e tour internazionali durante i quali ha avuto l'opportunità di cantare dinanzi a centinaia di migliaia di persone. E' didatta presso varie strutture, direttore artistico dell'Associazione Culturale Padequa e direttore del coro NuChoir & the JoyfulNoiz.

Eva Simontacchi: Qual' è stato il percorso che ti ha portato dalla tua professione di corista e di cantante alla docenza, e dunque a trasmettere tutto il tuo know-how ad altri cantanti?
Stefano De Maco: C'è alla base un amore profondo per quella che è la coralità in tutte le sue forme; sia a cappella sia come background vocals, cioè di supporto ad un lead singer. Ci sono arrivato un po' per caso e per passione. Ho iniziato come cantante, studiando prima presso una scuola, poi privatamente canto classico, sempre con l'idea di farmi una solida gavetta e ciò significava per me fare un percorso anche da dietro le quinte. Per un cantante passare dietro le quinte vuol dire lavorare anche come corista. È un mestiere che si impara facendo, osservando, come andando a bottega, quindi è importante trovare chi ti può trasmettere non solo la conoscenza ma anche il metodo, il know-how, con attenzione, umiltà, e anche divertimento e passione. Sono grato alle persone che hanno creduto in me, una in particolare come figura di riferimento è Lalla Francia, e poi vocalist, arrangiatori, produttori, che mi hanno indubbiamente aiutato a formarmi attraverso varie proposte artistiche e professionali. In questi anni ho lavorato in diversi settori che vanno dalla televisione alla discografia, agli spettacoli dal vivo, tournée anche mondiali, facendomi un bagaglio di esperienza che mi piace poter condividere, per trasmetterlo e dargli un senso più ampio, anche per trasmettere la gioia e il piacere che ho provato e provo tutt'ora. È il principio della condivisione, che forse rientra tutto nel discorso della coralità. La coralità per me è un modo di condividere. Alla base dell'esperienza del fare musica ci dovrebbe essere comunque un senso di condivisione, anziché di protagonismo. La musica nasce dalla vocalità, e dalla coralità, perché nelle caverne primitive non c'erano strumenti, ma solo voci e rudimentali strumenti di accompagnamento. C'erano soltanto delle persone che emettevano dei suoni più o meno simultaneamente. Da qui è nato tutto il nostro percorso musicale del genere umano. con evoluzioni più o meno articolate. Mi sono accostato alla coralità per passione, divertimento, per il senso di coinvolgimento che mi ha sempre trasmesso, e di cui ancora oggi non so spiegare i motivi. comunque ho cercato di farlo bene sempre, frequentando seminari sia di improvvisazione jazzistica (uno bellissimo con Bob Stoloff a Bologna per una settimana) sia di Gospel. Del Gospel poi ho subito così tanto il fascino, che ho voluto approfondire la conoscenza andando oltre al scorza superficiale, vivendone la profonda energia e il profondo impatto emotivo, e rendendomi anche conto dei limiti che noi possiamo avere, e di ciò che si può imparare. In generale, io provo lo stesso grande piacere a cantare in un coro sia che si tratti di jazz, Gospel, soul pop rock, come backvocal o come quartetto, come mi è capitato con un gruppo favoloso i Fly Down. Parallelamente nel tempo c'è stata una maturazione molto lenta, una consapevolezza e un desiderio di condividere la mia esperienza, trasmettere una conoscenza per farla crescere ancora di più attraverso il talento anche di altri, ovviamente con titubanza, un po' per timidezza, un po' anche per pudore…. Mi ponevo la classica domanda: "Sarò in grado?" Ma se uno mai prova, mai lo saprà. E ho avuto varie esperienze con diversi gruppi corali, come vocal coach. Sono sempre stato un po' intraprendente, un po' visionario, sognatore. Fa parte un po' del mio carattere….. E alla fine dopo varie esperienze sono arrivato a formulare un gruppo con il quale adesso collaboro in maniera attiva e costruttiva, che è NuChoir & the JoyfulNoiz, gruppo con cui si cerca di creare una voce da tante voci, come ho scritto nel sito. Il coro è nato all'interno dell'Associazione Culturale Padequa fondata e diretta oltre che da me, da Massimo Pacciani, sicuramente uno tra i musicisti più significativi e preparati nel nostro panorama, per le lunghissima esperienza professionale, artistica, e musicale. Uno dei nostri scopi statutari è la ricerca e lo sviluppo di talenti, attraverso progetti e percorsi formativi, quali corsi, seminari e workshop, oltre all'attività di consulenza professionale e artistica. Ci sentiamo non dico differenti, però particolari, per una visione della musica che nasce appunto dal "fare il musicista", un po' come andare a bottega quindi, e mi ricollego a quanto dicevo poc'anzi, dove l'artisticità del fare musica che non deve prescindere mai dalla pratica, dall'esperienza del fare musica in sé.

E.S.: Che tipo di attività porti avanti con l'associazione Padequa? So che ora stai organizzando tutta una serie di interessanti seminari. Vorresti parlarcene?
S.D.M.: il concetto di un incontro focalizzato sulla pratica, una sorta di laboratorio o bottega quindi, si traduce nella pratica di una serie di workshop in cui dedico attenzione all'attività del vocalist sia per lead-singing, lavorando su aspetti specifici quali interpretazione e tecnica, sia del back-vocal, relativa all'attività in studio, per una song oppure per un jingle pubblicitario, o per una produzione televisiva. Ci sono vari modi di cantare in un coro. Dal coro alpino al coro popolare, qualsiasi forma di coralità ha la sua dignità e ha la sua bellezza. Il Gospel, attualmente uno tra i più diffusi, ha un fortissimo impatto emotivo, che purtroppo da noi viene trova maggiori spazi solo a Natale, mentre nella cultura afroamericana il Gospel è qualcosa che è fortemente radicato nella comunità. Da qui ritorno a ribadire il concetto di condivisione, di community. E' il momento in cui la comunità si ritrova settimanalmente alla funzione dove celebra le proprie gioie, le proprie sofferenze, il proprio dolore, la propria piccola ma reale storia. Non bisogna neanche dimenticare che alla base del Gospel c'è un profondo senso religioso, un elemento che molte volte da noi non viene considerato in maniera adeguata. Forse anche questa forma di rispetto per questa cultura mi ha portato a prendere dal Gospel quello che si può imparare tecnicamente e artisticamente, senza volerne imitare le modalità in modo folcloristico, ma anzi cercando di sviluppare modalità che si riflettano nella nostra realtà ed esperienza. NuChoir è un gruppo laico, con profonde radici anche nel Gospel, inteso come linguaggio, di cui vuole riproporre il valore emotivo, il senso della coralità anche in altri ambiti musicali che sono più vicini a noi, come il pop, il rock. Oltre ai workshop Padequa organizza anche dei veri e propri corsi, strutturati in incontri regolari. Adesso abbiamo organizzato dei corsi per vocalist, sono in partenza i corsi per back-vocal e di teoria musicale, tesa a far sviluppare anche la conoscenza e la padronanza della grafia e della lettura, come strumenti per il proprio miglioramento musicale, rivolto a tutti i musicisti pop, non solo ai cantanti. Spesso la teoria e la lettura sono viste come un accessorio, un fronzolo inutile. Invece secondo noi non c'è assolutamente nessun tipo di idiosincrasia, o conflitto, anzi, e io cerco di far capire ai ragazzi che collaborano al nostro progetto e alle persone che mi capita di incontrare nei seminari, quanto invece possa essere utile, quando non diventa un mero esercizio di stile o un fine a sé stesso. Non bisogna vedere al lettura come un nemico, ma come uno strumento; non come un fine ma come uno strumento.

E.S.:Qual è il rapporto emotivo che hai con la musica corale al di là del rapporto professionale?
S.D.M.: Il mio rapporto emotivo con la musica corale è abbastanza misterioso anche per me. E' una sorta di innamoramento. E come tutti gli innamoramenti sicuramente avrà dei presupposti oggettivi che però non credo sia così importante scoprire quali siano. L'importante è viverli. Ho sempre subito il fascino della musica corale, dal canto gregoriano, ripeto, ai cori alpini. Ho trovato una intensa liricità una intensa drammaticità nei cori alpini per quello che esprimevano, che percepisco in tutte le forme corali; la comunanza di uomini che trascendono il fatto della singolarità per celebrare insieme un momento emotivo di gioia o di dolore che aiuta tutti a superare o a vivere con maggiore pienezza. Nel caso degli alpini potrebbe essere il dramma di sofferenze, di morte, di lutti, di lontananze. Nel canto gregoriano può essere il senso di trascendenza. Nello spiritual, nel Gospel può essere questo bisogno di trovare una ragione, una forza per reagire ad una barbarie allucinante come è stata la schiavitù. Vorrei anche sottolineare che molte volte noi consideriamo Gospel soltanto la musica afroamericana, che sicuramente è mainstream, però esistono sicuramente tante altre forme di musica corale anche Gospel sudafricana o africana. Esistono gruppi che sono altrettanto interessanti e validi che hanno altre forme espressive musicali, che creano nuove sonorità per la lingua, stili e ritmi, come ad esempio i "LadySmith Black Mambazo" venuti alla ribalta per il pubblico mondiale grazie anche alla collaborazione con Paul Simon, nel suo bellissimo "Graceland". Io in tutte queste forme ho sempre trovato un profondo coinvolgimento emotivo e ricordo di avere frequentato un paio di seminari con il Rev. Lee Brown e di essermi trovato in mezzo ad altre persone, ed arrivare quasi a commuovermi per un senso così totalizzante e intenso di partecipazione,lasciando ad altri i protagonismi, in certi casi abbastanza fuori luogo, se non addirittura sterili e barocchi. oppure un esperienza fantastica con Bob Stoloff, insegnante della Berklee, sull'improvvisazione di gruppo. Eravamo una ventina, sdraiati in un prato, e a turno si proponeva un elemento di improvvisazione che veniva poi ripreso dagli altri sviluppato e a sua volta serviva da base per altri spunti. È venuta fuori una performance incredibile, quasi mistica, un momento così intenso e profondo di musica e coralità che ancora adesso è vivissimo se ci ripenso. Sono cose che anche nella loro semplicità, nella loro piccolezza, mi hanno toccato l'anima. Per me questa è la cosa importante, ed è il motivo del mio fare musica, del mio fare anche il corista. Io riesco a provare la stessa partecipazione anche se mi trovo a fare i cori ad artisti affermati a livello mondiale o in situazioni, come è successo in Pavarotti & Friends, dove ho avuto il privilegio e la fortuna di poter fare da back-vocal ad artisti come i Queen, Sting, Barry White, Celia Cruz, George Benson, Lou Reed, Eric Clapton, i Deep Purple. oppure in tour con Eros Ramazzotti e Tina Turner, con Joe Cocker, Laura Pausini, dove c'è musica e passione insomma, al di là dei generi e delle classifiche... Sono state situazioni bellissime perché in quel momento c'è una condivisione grande o piccola che sia, ma c'è sempre una compartecipazione, se vissuta in maniera non sterilmente professionale. Non è come battere a macchina, ecco. E' questo il discorso. Bisogna avere passione in quello che si fa. Qualsiasi sia il proprio mestiere. Io penso che ci possa essere passione anche nel fare il sarto, il cuoco, il custode, qualsiasi cosa. Se è fatto con amore e passione è qualcosa di positivo che arricchisce chi lo fa e chi ti sta vicino.

E.S.: Ti pongo una domanda molto pratica ora, per le persone che ti leggeranno e che desiderassero entrare in contatto con l'associazione e con te. Quali sono gli strumenti sui quali pensi di lavorare, e quali sono le arti che pensi di potere affinare in un cantante che si rivolge a te e alla tua esperienza?
S.D.M.: Io cerco di ascoltare chi mi viene a chiedere una consulenza di questo genere per capire esattamente che cos'è e soprattutto che cosa non è, perché molte volte noi abbiamo una visione di noi stessi – anche artistica – che magari non corrisponde alla realtà. Allora, la responsabilità che sento non è tanto quella di assecondare quello che uno vuole sembrare, ma cercare di "vedere", anche per potergli dire: "Guarda, tu sei venuto da me proponendomi una cosa, però io percepisco anche quest'altra cosa." Per cui forse affrontare la realtà dei fatti è già un primo passo per la risoluzione dei problemi. Ed è una responsabilità non sempre facile. L'esempio più banale potrebbe essere una persona che canta in una tessitura non adeguata, oppure che canta un genere musicale che non è confacente o alla sua fisiologia o alla sua sensibilità artistica, o al suo livello tecnico. Cerco sempre di mettere le persone a proprio agio e quando faccio le audizioni preferisco fare audizioni con brani a cappella, senza accompagnamento musicale, per un motivo molto semplice. L'accompagnamento musicale per quanto possa essere un aiuto, in realtà tende a darci eccessive sicurezze. Io invece vorrei sentire il senso ritmico di chi canta. Il groove naturale, il timing che esprime naturalmente. Il canto nasce come qualcosa di primordiale. Dico sempre alle persone che collaborano con me, o che vengono da me: "Il cantante vero è quello che fa sentire tutto il resto con la voce: fa sentire il tempo, fa sentire il groove." Questa è la cosa che ho imparato e che imparo tuttora quando ascolto i grandi. Potresti chiudere tutti i canali del mix e tu senti perfettamente tutto quello che deve esserci sotto: il ritmo, l'andamento, le dinamiche, i pieni, i forti, tutte cose che sono importanti. Poi, nello specifico, lavoro molto sulla respirazione, che secondo me è una cosa che molto spesso viene sottovalutata. La respirazione è il primo motore della nostra voce. E' lo strumento, la benzina che ci permette di fare andare la macchina. E poi bisognerebbe conoscere esattamente come funziona, la fisiologia e la meccanica della fonazione, che sono gli strumenti meccanici della nostra azione, perché mi è capitato di notare che molte persone non hanno la benché minima idea di come funzioni. Ce l'hanno a livello teorico, in alcuni casi, ma non acquisito. E' un po' come se ti insegnassero a scrivere ma senza insegnarti a tenere in mano la penna. Il cervello manda un impulso ma la mano non sa come tradurre questo impulso in un segno grafico. Io uso molto le metafore, perché penso che siano uno strumento molto efficace, molto più di tanti altri discorsi. E poi anche nel canto, essendo l'unico strumento che abbiamo interno e diretto, dove non ci sono riferimenti meccanici esterni, la metafora aiuta parecchio. La terminologia classica e strausata, "do di petto, messa di voce", e simili, sono degli artifici arbitrari per definire un meccanismo. L'importante è capire che in quanto metafore sono solo un modo per spiegare, non un a verità assoluta in sé, sono quindi sono arbitrarie e soggettive. Una volta definito questo, possiamo anche tranquillamente usarle. Non bisogna certamente demonizzarli. Dopo di che affronto un percorso sia di articolazione fonetica, sia di emissione fonatoria, legate a quelli che possono essere i problemi di emissione e di articolazione nella pronuncia. E poi c'è anche una fase in cui si lavora sull'interpretazione. Per comprendere quello che si dice, e quindi sapere cosa si dice, aiutando così anche nelle scelte estetiche ed artistiche. A un attore viene richiesto di conoscere un testo teatrale per potersi esprimere meglio, a un cantante invece, sembra che tutto sia concesso basta che butti fuori la voce, che reputo molto superficiale come approccio. Io personalmente trovo assurdo che ci siano cantanti che cantano in una lingua che magari non conoscono e che non si preoccupino nemmeno di sapere cosa stanno cantando. E come si può pensare di dare peso a delle parole se non si sa che cosa si canta? Diciamo che forse il fatto di cantare viene preso molte volte nella sua parte più superficiale, e cioè, nella parte degli abbellimenti, dimenticandosi molte volte che gli abbellimenti hanno un senso quando sono espressione di un percorso estetico ed emotivo. Per arrivare a sviluppare, a formulare un discorso artistico completo c'è bisogno di tutta una serie di strumenti che io cerco di fornire, anche in un rapporto di interscambio, di reciproca crescita, perché è innegabile che la trasmissione è bidirezionale, chi viene con me cresce, ma anche io vengo arricchito dal fatto di avere stimoli da queste persone. Io condivido con loro delle esperienze, condivido la metodologia, e loro condividono il loro talento. E torniamo sempre al solito discorso della condivisione.

E.S.: Stefano, prima di lasciarci, spiegaci bene esattamente che cos'è esattamente Padequa?
S.D.M.: Padequa è un desiderio e una volontà di condividere, nato da un'idea mia e di Massimo Pacciani, insieme ad altri validissimi sostenitori e collaboratori. Alla base c'è il progetto di promuovere una visione culturale, intesa nel senso più ampio, delle musica e dell'esperienza ad essa legata, nell'ambito della musica Pop, sia come fattore artistico che professionale. Ma non per questo vogliamo essere seriosi, anzi. Anche il nome dell'associazione è nato per caso, uno potrebbe pensare che derivi dal francese, che significa "non c'è di che", per chissà quale forma di snobismo, In realtà Padequa racchiude le iniziali mie e di Massimo. PAcciani-DE Maco, Pa-de…..Padechè? Padequa! E' venuto fuori per gioco, nel classico cazzeggio di una pausa di lavoro, stanchi e spensierati, perché c'è sempre questo senso di non prendersi troppo sul serio per avere una certa distanza dalle cose, che non vuol dire non fare le cose seriamente. Diciamo che non le vogliamo fare seriosamente. La musica, lo dico sempre anche ai ragazzi del coro, deve essere divertimento, deve essere gioia, deve essere piacere. Non è un caso che io per il nome del coro abbia scelto il nome NuChoir and the JoyfulNoiz. NuChoir perché venivo da una serie di esperienze abbastanza negative nel passato e avevo bisogno di fare una cosa che fosse un capitolo nuovo, ed è nato così, per voltare pagina, il vecchio da una parte e il nuovo davanti, differenziare il vecchio coro dal nuovo coro. Poi mancava ancora qualcosa, che esprimesse il senso della gioia di un esperienza. E' venuto fuori "and the joyful noise", come a sottolineare un'estensione, un'aggiunta importante e qualificante, e questo è tratto da un versetto del vecchio testamento che dice: "riempite la chiesa con balli e canti di gioia"(un gioioso rumore, a joyful noise) e forse una cosa che nella celebrazione viene spesso dimenticata è questo elemento di gioia, che dovrebbe essere anche nel nostro cantare, e anche nel nostro fare attività come Padequa. Oltre a questo, Padequa si propone come interlocutore qualificato e professionale per fornire contenuti e consulenze per eventi, conventions, rassegne, anche per agenzie pubblicitarie, produzioni televisive, collaboriamo ad eventi teatrali, come il tour di Fiorello con alcuni nostri associati. Nel nostro sito c'è un dettagliato portaolio di collaborazioni finora realizzate, con la Rai, la Ballandi, Lancia, attraverso la collaborazione con l'agenzia pubblicitaria La Buccia e altro. Quindi c'è una attività professionale parallela fatta in maniera molto seria, però al tempo stesso c'è anche il discorso di voler valorizzare il talento del singolo come un beneficio, come una risorsa per la comunità, e per fare questo abbiamo pensato a una serie di corsi, che partono tra (come tutte le cose) mille difficoltà, tra mille contatti, perché le proposte, è inutile negarlo, a Milano sono tantissime. Penso che ci sia spazio per tutti, e l'importante è sviluppare una propria identità, una proposta valida, ed è quello che stiamo cercando di fare portando avanti il nostro intento trovando anche forme di collaborazione, come in altri casi abbiamo fatto in passato. Trovare collaboratori o associazioni o istituzioni con le quali poter sviluppare progetti, questi sono i nostri scopi statutari.

E.S.: Visto che sei un solista, ma che hai anche una enorme esperienza nei background vocals, parlaci della differenza tra questi due tipi tanto diversi di vocalità…
S.D.M.: E' una differenza sia tecnica, da un punto di vista di emissione, sia anche di ruoli. Uno può essere un ottimo solista e non altrettanto un ottimo back-vocal o viceversa, oppure potrebbe essere tutte e due le cose. Diciamo che essere tutte e due può aiutare perché una delle attività del back vocal è per esempio fare il dubbing delle voci. Finchè si è in studio si può correggere, ma quando si è dal vivo è impossibile. Allora, avere la capacità di ragionare come un solista ti permette di doppiare una voce o all'unisono o con una voce in armonia, però con l'intenzione di un lead-singer. Questo può essere molto utile. Anche perché molte volte secondo me è inutile stare a scrivere esattamente, perché ci sono delle cose, delle inflessioni del lead-vocal che fai prima a farle a istinto fondamentalmente perché non dobbiamo dimenticarci che ci deve essere anche una dosa di talento e di istintività in questa attività. La differenza sta poi nel fatto che nel back vocal devi avere un grandissimo controllo su quello che fai insieme ad altre persone. Può capitare di avere, in certi contesti, degli intervalli di seconda maggiore, o addirittura minore, e dover quindi mantenere la propria nota senza farsi attrarre dalla nota vicina, alterando il meccanismo di correzione naturale del nostro orecchio per certi intervalli dissonanti. E questa è la cosa più difficile. L'esempio si ha se si prendono i Manhattan Transfer, Andrew Sister, o altri gruppi doo-woop e jazz, che hanno un tipo di voicing a cluster che deriva più dalle brass section delle bigband che dalla musica corale. E' un tipo di scrittura prettamente accordale, non corale, per cui ci sono dei cluster molto stretti che sono pensati per essere suonati con uno strumento meccanico, come può essere il sassofono, oppure le trombe. Con la voce invece, c'è una tendenza naturale dell'orecchio a correggere l'intonazione, soprattutto per un intervallo di seconda minore, il famoso semitono, che ci porta al grado più forte. Invece noi dobbiamo avere la capacità, il controllo di emettere la nostra nota sia nel blend, sia nel valore ritmico, e in tutte queste cose. Poi l'altra cosa importante riguarda la pronuncia ritmica, l'attacco, pulito o con acciaccature, le chiuse, che devono avvenire insieme, tutti questi sono piccoli particolari che fanno sì che un coro, grande o piccolo che sia, abbia una resa maggiore. Ovvio che se si fa un coro del "Va Pensiero" di 120 elementi è diverso che fare "4 Brothers" dei Manhattan Transfer. L'importante, come dicevo prima, è riuscire a fare bene e seriamente le cose, perché alla fine è sempre un gioco. Infatti nelle altre lingue per significare il termine "suonare" si usa lo stesso vocabolo di "giocare", in inglese ad esempio "to play music", come in francese, in tedesco. Io mi diverto. Ho avuto il privilegio in passato di far parte di un quartetto vocale che erano i "Fly Down" e con loro ho imparato tantissimo. E' stata una scuola bellissima e anche un divertimento, perché ho imparato tecnicamente, ma sono cresciuto anche artisticamente e musicalmente, cosa che non bisogna mai dimenticare. In molti libri purtroppo viene posto in secondo piano il fatto che l'esercizio deve essere visto in funzione anche della crescita, non soltanto di una ripetizione meccanica. In un libro, fortunatamente e stranamente italiano, di Filippo Juvarra, si sottolinea addirittura la necessità che anche i famigerati esercizi vengano eseguiti con musicalità, anziché con meccanicità. Io lo dico sempre alle persone che vengono da me. Dico: "Ricordatevi che gli esercizi, e anche il solfeggio sono uno strumento per una evoluzione. Non deve essere una cosa che va fatta meccanicamente. Non ci deve essere: "noi cantiamo in un modo e studiamo in un altro." Anche nei corsi di teoria, cerco di porre l'accento questo aspetto, che se fatto in questo modo, contribuisce a rendere meno sterile lo studio, e a dimezzare i tempi di resa, oltre a risultare molto più efficace. E poi, ovviamente, il lead-singer ha altri obblighi, degli altri pesi di responsabilità che il back-vocal non ha e viceversa, perché trovarsi di fronte a 500.000 persone come è capitato ad artisti con i quali ho collaborato, come Ramazzotti o la Pausini per citarne alcuni, è anche una responsabilità di gestire la propria emotività, per cui ci vuole un grandissimo rispetto per questi professionisti. Non bisogna mai farsi fuorviare dai gusti musicali. Bisogna sempre avere un profondo rispetto per il lavoro che c'è dietro una qualsiasi performance. Per cui è molto importante avere una disciplina, perché anche in questi artisti – io ho avuto questo privilegio – ho visto una grande generosità artistica e musicale, una grande disponibilità a darsi al pubblico e di conseguenza da chi sta dietro, questo senso di responsabilità nei suoi confronti, nel dargli la palla. Un po' come in una squadra di calcio, noi siamo lì non per brillare, ma per dare una palla per il gol all'attaccante, lui deve fare goal e se brilla l'attaccante, brilla tutta la squadra. Non avere mai questo senso di voler prevaricare con virtuosismi inutili, ma privilegiare il gioco di squadra. Ecco cosa intendo anche per questioni di ruoli. Questa è una cosa importantissima. Tra gli artisti con cui sto collaborando adesso c'è Fiorello, un vero fenomeno, con una carica incontenibile di talento e comunicativa, in cui la musica è una delle componenti. Diventa quindi diverso e stimolante ogni serata, perché il ruolo del musicista e mio in particolare, non si limita all'esecuzione dei brani in scaletta, ma si partecipa a tutto lo spettacolo, interagendo, con un coinvolgimento a 360 gradi per tutta la durata dello spettacolo. Lì proprio c'è un discorso di squadra molto forte, una interazione con l'Artista molto forte, e oramai sono quasi cinque anni che collaboro con lui, e devo dire che è una palestra interessantissima per i ritmi che dà, perché lo vedo molto come quasi un jazzista che improvvisa su di un tema ben definito, ben strutturato, però non c'è mai una sera uguale all'altra. Questo lo rende molto vivo e secondo me è anche uno dei motivi del suo incredibile successo, ed è anche uno dei motivi per cui lavorare con lui è una cosa completamente differente rispetto a lavorare con un artista prettamente canoro, come un cantante. E' una cosa completamente differente. Sia che sia in radio, come mi è capitato, sia che sia in televisione, sia in questi spettacoli dal vivo. E' una cosa molto forte, molto particolare.

E.S.: L'ultima domanda: perché canti?
S.D.M.: Probabilmente perché non potrei fare altro, per quanto possa sembrare una risposta banale. Però io ho provato a fare altro. Ho provato a fare altri lavori prima. Ho provato a fare l'università, ho provato a fare l'impiegato, e quando tu sei innamorato non puoi far altro che seguire il tuo innamoramento, e mi è costato parecchio. E' stato un bene che mi sia costato perché mi è servito per formarmi, e penso che un certo grado di difficoltà sia estremamente utile e formativo, così come investire nella propria formazione sia una cosa molto importante. Non bisogna mai dare per scontato nulla; cercare di capire anche quando si va a lezione, il valore dell'attenzione, cioè, uno spende dei soldi, ed è giusto si ponga nei propri confronti e di quel che può apprendere e ricevere con quel tipo di attenzione che io chiamo attiva. Non è efficace andare come una carta assorbente o come un imbuto, in modo passivo, pensando: "Siccome vengo e pago, automaticamente imparo"…. No! Bisogna avere sempre una coscienza molto critica perché questa è quella che fa crescere, non il fatto di pagare o di andare da un luminare. E' normale pagare un corrispettivo per un qualsiasi scambio di beni, e la formazione lo è a tutti gli effetti, come se uno acquista, paga, come.. La formazione è un bene, un valore, Se io vado a comprare un libro, un video didattico, un testo, acquisto un bene che è un valore, un'esperienza, una metodologia, quindi è giusto che questo bene che acquisisco in maniera diretta, questa metodologia, questa esperienza, abbia un suo corrispettivo. E' normale. Io l'ho fatto e lo faccio tuttora informandomi, seguendo dei corsi, oppure leggendo parecchi libri, anche su argomenti che magari già so, perché ci può essere un nuovo aspetto, un nuovo punto di vista, una nuova metodologia, una nuova didattica che può aprire nuove strade, perché no? Anche con l'avvento di internet. Bisogna avere il coraggio di non considerarsi mai arrivati. Io non mi considero assolutamente arrivato. Credo sia meglio avere degli orizzonti, piuttosto che dei trofei. E lasciarsi cogliere dal potere dello stupore, ancora dopo anni di esperienza, come mi è successo spesso. Ricordo in particolare una volta, a Copenhagen, in un day-off del tour con Eros Ramazzotti, passeggiavo per il centro, e e c'era una ragazza che cantava un blues. Lo cantava con un tale impegno, con una tale passione, con una tale serietà in quello che faceva, da incantarmi, commuovendomi, indipendentemente dal fatto che lei avesse come palco il selciato, anziché un auditorium e non ci fosse stato un ticket. Ecco, non è il contesto che dà valore o dignità a una performance, ma è la dignità stessa che ci mette l'artista, per cui siate sempre attenti e ascoltate, se vi capita di fare dei back vocals cercate sempre di rispettare non soltanto l'artista ma anche le altre persone e gli altri musicisti. Ricordate che suonare è anche qualcosa che alla fine dovrebbe arricchirci e per cui bisogna essere grati. E' buona cosa imparare anche a ringraziare. Grazie per avere condiviso con me la serata, grazie per avermi dato la possibilità di esprimermi, grazie per avermi dato delle emozioni. Il sentimento di gratitudine e di condivisione purtroppo non adeguatamente insegnato Si privilegia molto di più l'ego, il narcisismo, soprattutto dopo certi spettacoli televisivi che se da un lato hanno la loro ragione d'essere per un motivo meramente mediatico, da un altro punto di vista lasciano abbastanza un deserto culturale e artistico dietro di sé e attorno a sé. Per cui il compito di chi vuole fare formazione diventa doppiamente arduo perché ti arriva molta gente che ha in mente quel modo di fare musica, per potersi esprimere, vuole avere quello e poi in realtà quando tu gli fai capire che quello è soltanto un fuoco di paglia, un'aspetto secondario legato ad uno scopo, è soltanto una selva di specchi, è difficile fargli capire il contrario. La realtà non è quella, e se ne accorgono quando è troppo tardi, e soprattutto sulla loro pelle, questa è la cosa che dispiace di più. In definitiva io canto perché mi piace……… (ride) e perché ancora adesso mi rapisce e mi gratifica. Mi fa sentire vivo con tutti gli alti e bassi che una affermazione del genere può comportare.

E.S.: Tu che hai tanta esperienza di palco e di grandissimi palchi, e parlo di quei palchi stratosferici che moltissimi vorrebbero calcare, come ti senti oggi quando Sali su uno di quei palchi? Hai ancora l'adrenalina che gira? Il batticuore?
S.D.M.: Si, eccome se c'è l'adrenalina. Anzi, guai se non ci fosse! C'è una grande concentrazione prima di salire su un palco. C'è anche il vantaggio che, come dicevo prima, il front-man ha questa responsabilità di impatto con il pubblico. Da un certo punto di vista sei quasi un po' protetto e filtrato, ma è vero in parte perché mi è capitato in tanti contesti (in Pavarotti & Friends, con Laura Pausini, con Eros Ramazzotti e con Tina Turner) di sentire il calore che ti trasmette il pubblico, che è qualcosa di estremamente vivificante. Ho tanti ricordi. Uno dei più forti può essere il concerto a Cuzco, in Perù con Laura Pausini di fronte a un pubblico semplice ma calorosissimo e con una grandissima dignità, se vuoi povero da un punto di vista aridamente economico, secondo i nostri parametri, occidentali, ma molto ricco umanamente, e provare un senso di gratitudine, un senso di debito di fronte a questa gente che si dava totalmente, e di dare il 101% per la manifestazione di affetto che ti trasmettevano...Oppure con Ramazzotti al debutto del tour 1998 a S.Siro, 65.000 persone che urlavano il loro entusiasmo da non farti sentire nulla sul palco, quando poi è entrata Tina Turner fu un boato.. incredibile, pazzesco! Come fai a non dare il meglio di te stesso? La cosa importante è il rispetto. Allo stesso modo trovarsi davanti a due milioni di fedeli, come mi è capitato al Giubileo dell'anno 2000 di fronte a Papa Wojtyla; trovare questo afflato religioso e mistico così forte da far passare in secondo piano il senso edonistico e narcisistico dell'esperienza vocale o dell'esperienza canora sul palco. Son queste le cose che ti arricchiscono maggiormente. Come in tutte le situazioni, essere preparati ti permette di godere pienamente di queste cose; ti permette di non vivere in maniera superficiale. Io dico sempre: "Cercate di essere preparati voi stessi per goderne di più voi stessi, per potere in questo modo trasmettere ancora di più a chi vi sta di fronte"… Anche se io devo essere onesto, vado in sbattimento di più a cantare a un tavolo di amici in pizzeria che non di fronte a 200.000 persone, forse perché ho anche io la mia timidezza, ovviamente. Eppure non posso fare a meno di cantare…












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COMMENTI
Inserito il 4/2/2009 alle 17.57.56 da "ctline"
Commento:
Sono emozionato. Ho letto con progressiva attenzione le parole di Stefano e ne sono rimasto affascinato per la profondita' della sua ricerca. Una lezione di professionaita' e rara saggezza. Sono ancor piu' emozionato perche' l'ho visto nascere ed ho condiviso la gioia dei suoi cari.
Stefano, sei grande. Un forte abbraccio- Claudio (papa' di Cri)
 


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Data pubblicazione: 25/06/2007

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