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L'influenza della Civiltà Musicale Afro-Americana
La musica afroamericana, che dai Caraibi si estende al sud e al nord del continente, è sinonimo, per sua stessa natura, di fusione tra musica araba, ebraica e celtica, tra tradizione mediterranea e Africa, e tra oralità e scrittura, parlato e cantato. Questi elementi interni al proprio linguaggio consentono la permeabilità in vari ambiti nazionali, e la rifunzionalizzazione nella società contemporanea di concezioni del tempo musicale, strutture formali, e tecniche vocali di ambito prettamente folk. L'Italia della ricostruzione ha goduto dei vantaggi, anche in ambito musicale,
dell'aggiornamento culturale seguito all'avanzata delle truppe degli Alleati sul
territorio. Il jazz, la forma sonora afroamericana più nota e diffusa nel nostro
paese negli anni del dopoguerra,
"Il jazz è impensabile senza un ambiente circostante, senza la società nella quale vivono i musicisti, senza il tempo in cui si trasformano i suoi stili, senza i ghetti in cui sono cresciuti così tanti musicisti. In questo cammino parallelo tra antropologia e cultura musicale assume un grande rilievo il modo come una cultura valuta e stima la propria produzione musicale, sia essa in funzioni cerimoniali, rituali, comunicative che in funzioni estetiche" [2].
La necessità di far ripartire nel più breve tempo possibile l'attività di trasmissione radiofonica ha portato alla nascita di nuove emittenti locali, alternative ai due grandi nuclei Milano-Torino-Genova e Roma-Napoli-Palermo, ma a questi collegate. Dal 1946 erano nate la Rete Azzurra e la Rete Rossa, le quali, ispirandosi all'emittente NBC americana, alternavano la programmazione diffondendo tanto opera, musica colta e teatro (per lo più commedie e drammi popolari), quanto jazz e musica leggera in genere (italiana e straniera). La Rete Rossa estendeva la propria fascia a tutta l'Italia Centro-meridionale, e dipendeva dalla Direzione Programmi di Roma; la Rete Azzurra trasmetteva in tutto il Nord e faceva capo a Torino. La prima edizione unificata si ha soltanto nel 1947 [4]. Il jazz e il derivato latin-jazz, nonché pochi brani, per lo più commerciali, di musica caraibica, sono le sole forme musicali afroamericane che sono giunte dalle suddette stazioni, e in dosi veramente scarse [5].
Lo swing non è sparito improvvisamente, esso è stato assimilato lentamente dalla canzone leggera: Dal 1951 lo swing cantato e "all'italiana" ha ceduto il passo alla canzone del nuovo Festival di Sanremo, canzone che mostra una stretta continuità contenutistica e formale con il genere "leggero" radiofonico. Se scarsa è stata la programmazione radiofonica di musica afroamericana dalla fine degli anni quaranta sino alla prima metà del decennio successivo, non altrettanto si può dire delle riviste musicali. Le poche a sopravvivere sono state, però, Musica Jazz (all'epoca Musica e Jazz), fondata da Giancarlo Testoni e Arrigo Polillo nel 1945, e Ritmo, fondata da Gianfranco Madini negli anni cinquanta. Gli hot club, i circoli di appassionati e sostenitori dello swing prima e durante la Seconda Guerra Mondiale, si sono riuniti nella Federazione Italiana Del Jazz (FIDJ), con sede a Milano, e hanno trovato come organo di diffusione e sponsorizzazione proprio la rivista Musica Jazz. "Manca ancor oggi un panorama globale degli hot club. Vi sono solo studi regionali, per lo più tesi di laurea" [6]. Tale lacuna si somma a quella ancora più vasta e grave relativa alla discografia, ed in particolare a quella che esula dal contesto stretto del jazz [7] (molto del quale, soprattutto agli inizi, era blanda imitazione del tardo swing e del primo bebop d'oltreoceano). Non sono per nulla studiati e documentati gli stili vocali barbershop e il doo-wop, ad esempio, forme tipicamente afroamericane che pure hanno reso famosi complessi nostrani, ora celeberrimi in Italia e all'estero, quali il Quartetto Cetra o il Trio Lescano [8]. Lo stesso stile jazzistico bebop, con le proprie armonie aspre e alterate, e temi difficilmente orecchiabili e riproducibili, non è stato ben accolto; soltanto qualche matrice discografica di pochi jazzisti coraggiosi testimonia l'avvenuta assimilazione del genere nel nostro paese. Ecco un raro esempio documentato: "Ci riferiamo a Picchiando in be-bop, inciso dall'orchestra Kramer [9], solista Enrico Cuomo alla batteria. Si tratta di uno dei primi esempi in assoluto di jazz italiano nel nuovo idioma. […] Kramer non solo non sembra temere l'irruzione del nuovo idioma, ma anzi è tra i primi ad afferrarne l'importanza. Egli si fa così carico di un rischio storico cui non era affatto obbligato e ne esce vincente" [10]. Uno dei pochi musicisti ad avere avuto il coraggio di incidere un brano bebop con l'esplicita intenzione di farne un manifesto per l'Italia (poco propensa ad accogliere le istanze della musica afroamericana contemporanea) è stato Enzo Ceragioli, cugino di Natalino Otto: in passato era stato uno dei grandi virtuosi dello swing, negli anni cinquanta si è rimesso in discussione incidendo Bopping: la partitura del brano e l'esecuzione pianistica risultano impeccabili all'ascolto, ma purtroppo l'esperimento è riuscito solo in parte, in quanto gli altri solisti che hanno suonato nel brano si sono rivelati poco adatti a destreggiarsi con i complessi cambi armonici e le figure ritmiche accelerate tipiche del bebop. La sfida artistica di un musicista della caratura di Ceragioli è risultata per diversi anni priva di un seguito degno di menzione, almeno in ambito jazzistico.
Quella presente vuole essere una panoramica sulla grave mancanza di studi approfonditi in Italia sul fenomeno dell'arte musicale afroamericana postbellica. Un esame attento e approfondito della musica cosiddetta "leggera" (termine improprio, che in realtà nella maggior parte dei casi include una buona fetta di musica proto-rhythm and blues [11], il jazz sperimentale, cantato e non, le riuscitissime contaminazioni tra bebop, ragtime, canzone napoletana e tardo swing [12]), non è ancora stato effettuato. Le incisioni discografiche analizzate sono ancora adesso scarse e riguardano prevalentemente gli ambiti del jazz tradizionale, con qualche eccezione (il volume citato in nota di Salvetti e Antolini, e il fondamentale Jazz inciso in Italia di Barazzetta [13]). Un vuoto ancora incolmato, dal punto di vista dell'analisi discografica, è rappresentato delle forme vocali e strumentali più "popolari" della musica nera americana giunta nel nostro paese. Bibliografia: Periodici: Radiocorriere, Edizioni per l'Italia Centro-meridionale, II, Roma 1946. [1] Cfr. G. Baldazzi, La canzone italiana del Novecento,
Newton Compton, Roma 1989.
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