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Il Metasassofono Il momento d'attacco di un brano musicale apre uno spiraglio
sulla natura stessa dell'arte. Le copertine di alcuni dischi storici di John Coltrane o Miles Davis colpiscono per l'intensità emotiva che sanno suscitare. "La fotografia riesce ad essere sensibile al suono come alla luce. Le migliori fotografie di jazz sono cariche di una loro sonorità." [1]
Altri ragionamenti si potrebbero dipanare; questo è uno tra i possibili approcci all'estetica del jazz. L'estetica getta sul mondo uno sguardo con gli occhi dell'arte, ma società, politica, filosofia o credenze religiose non possono essere considerate aliene in questa panoramica; tantomeno in una espressione musicale radicata nel tessuto sociale come è il jazz. Radici
La drammaticità che immette nell'atto creativo è la cifra per una chiave di lettura condivisa del sax di Charlie Parker. La produzione poetica intorno al solo Parker è sterminata e va dagli esempi più conosciuti della beat generation alla produzione contemporanea che investe la pittura, il balletto, il cinema, il teatro e ogni genere di espressione artistica. La figura parkeriana è ormai assurta ad un valore universale, la poesia che sgorga dalla sua figura assume i significati più disparati e lontani tra loro. Se uno specchio potesse parlare Cosa più di un frammento poetico come questo spiega in quale misura l'alto
di Parker vada oggi considerato un metasassofono, forse il primo? Quanti
artisti seguono i propositi di Sam Greenlee, poeta e romanziere di colore,
che ha dichiarato:
Il sassofono borghese La definizione di metasassofono non è arbitraria, perché lo strumento - come stiamo tentando di dimostrare - perde il suo significato pratico e "oggettuale" per farsi discorso e tramite di portati filosofici più ampi. Il metasassofono è emblema della presa di coscienza di una soggettività individuale dei neri dopo secoli di oppressione [16]. La violenza fisica e psicologica della schiavitù prima, e della discriminazione poi, hanno lasciato sulla personalità dei neri tracce non semplici da cancellare. Gli afroamericani sono afflitti da un senso di impotenza e di inferiorità che non riescono a scuotersi di dosso. Non hanno metabolizzato il periodo della schiavitù, perché non sono stati capaci di sconfiggerlo; la sua abolizione non è scaturita da una loro azione liberatrice, ma da una lotta intestina tra due fazioni di bianchi. Se la liberazione non è avvenuta su un piano politico istituzionale, ciò deve avvenire almeno nel campo culturale. La
studiosa Angela Davis ha spiegato l'importanza dell'acquisizione della conoscenza
con l'esempio dello schiavo
Frederick
Douglass: "Egli partirà alla conquista del sapere proprio perché questo rende
l'uomo inadatto a servire. Su tutti i fronti, a tutti i livelli, il cammino verso
la libertà implica resistenza e rifiuto. L'acquisizione del sapere rende l'alienazione
cosciente" [17].
Douglass scopre che, mentre combatte la sua ignoranza, si oppone al padrone.
Le sue parole e quelle dei primi leaders neri (come William E. B. DuBois
o Marcus Garvey), hanno poco riscontro al di fuori della comunità nera: il
jazz invece è un linguaggio dalla vocazione universale che porta il messaggio artistico
dei neri oltre le barriere razziali in cui era costretta la gente di colore. Il
jazz è il primo tentativo di liberazione dalla sudditanza culturale e forse, ad
oggi, l'esempio più riuscito.
In questo percorso lungo un secolo, gli anni Sessanta sono i più forieri di sassofonisti rivoluzionari, come di rivoluzionari tout cour. Si pensi alla voce e alle musiche di Albert Ayler, dense di angosce e percorse da strani presentimenti, o alla indomabile furia iconoclasta di Pharoah Sanders nel periodo coltraniano, prima di acquisire quei suoi accenti mistici caratteristici degli anni Settanta e che, se si vuole, ha un portato di valore generale, simboleggiando la fuga dal politico al misticismo religioso, al privato interiore, che ha caratterizzato molti reduci dalle esperienze di impegno politico passato il picco del coinvolgimento. Nato dall'incontro-scontro di estetiche e di musiche diverse, il jazz costituisce una concreta realizzazione di melting pot artistico. Il suo linguaggio è universale, forse perché in esso si confondono elementi asiatici, africani, europei ed arabi. Il messaggio di tolleranza e di accettazione che questa musica lancia al "diverso" permette a chiunque di potersi esprimere nell'idioma jazzistico; sia esso un occidentale bianco, un giapponese o un africano. Tutti questi fermenti che corrono sotto la superficie del jazz, la sua poesia, il suo profondo significato di libertà individuale, ne hanno sempre fatto una "festa" per i giovani bianchi: intellettuali, scrittori, musicisti, poeti, filosofi. Chiunque in questo secolo si sia trovato in contrapposizione alla cultura ufficiale è stato un potenziale estimatore di jazz. Il giornalista Enrico Cogno, in Jazz inchiesta: Italia, illustra questo concetto riferendolo al trombettista torinese Enrico Rava: "Sei bravo perché hai saputo comprometterti sino al collo, lasciando le sabbie mobili di una vischiosa borghesia torinese per immergerti nella vita del jazzman, buttando fuori dalla tromba la repulsione per questo nostro modo di vivere, soffocato dai non si può e non si deve della vita. Voglio dire, Rava, che essere un uomo del jazz (e dire qualcosa nel mondo) oggi è possibile a Roma, Merano, Caserta, Vercelli o dovevuoi" [18].La passione per il jazz non ammette compromessi con se stessi e il sistema, è una scelta di vita che richiede dedizione assoluta. Un' opzione valida, non solo per i jazzisti di colore o i poeti beat, ma possibile anche in Italia. L'aggettivo cui si lega meglio la vicenda del jazz del Novecento è "anticonformista": perché questa musica è naturalmente anticonformista. Ciò si manifesta sotto l'aspetto artistico, nella lotta incessante contro una rigida codificazione normativa della musica, e sotto il profilo dell' impegno politico, nella persistente scelta di esiliarsi dai centri del potere istituzionale. Se il jazz si mantiene lontano dalle forme del potere tuttavia non è da questi ignorato: pensiamo ai reiterati tentativi compiuti per strumentalizzarlo o imbavagliarlo. Il jazz è sinonimo di libertà espressiva e mentale. Non prende spesso posizione a favore di una idea politica (per questo è scandaloso un musicista come Archie Shepp, che è stato per un periodo, gramscianamente, organico alla "classe"), ma sempre parla della libertà, intesa come assoluto. Geoff Dyer ha scritto che "fra il jazz e la lotta universale dell'uomo moderno corre un legame di stretta consanguineità" [19]. Il jazz ha incrociato il marxismo, è stato art engagè, alla maniera degli esistenzialisti sartriani, anche se più di uno studioso ha negato qualsivoglia significato politico trincerandosi dietro la asemanticità della musica, l'art pour l'art che non disturba le coscienze; tanto
cara alla borghesia. Parallelo al free jazz politicamente impegnato degli
anni Sessanta c'è tutto un filone che si potrebbe definire di "jazz misticheggiante",
che elabora le forme della musica libera in modo diverso. Una analisi di questo
particolare stile di jazz potrebbe dirci qualcosa di ulteriormente valido sul legame
tra uomo afroamericano e religiosità, con implicazioni sociologiche e politiche
[20].
Parallelamente, c'è chi ha analizzato il jazz nei suoi rapporti con i meccanismi
del pensiero creativo, seguendo un'interpretazione di natura psicologica ugualmente
interessante. Enrico Cogno chiarisce il perché neri, ebrei ed italiani, sono stati
i gruppi razziali che hanno costituito il serbatoio di uomini del jazz. La risposta
avanzata (riprendendo Thorstein Veblen) è che sradicamento e fusione culturale
favoriscano e stimolino la creatività delle minoranze
[21].
La fioritura del jazz sudafricano sembrerebbe incarnare un caso interessante e un unicum alternativo al consueto modello americano. Dagli anni cinquanta è poi decollato l'uso del sassofono da night e spogliarello, figlio del rhythm & blues e papà del rock 'n' roll. Negli anni Sessanta flirta con samba e pop di classe. La storia del jazz è percorsa da una sempiterna corrente che si suole definire mainstream e presenta una musica gradevole, caratterizzata dall'uso di linguaggi tradizionali, che non devono in alcun modo risultare nuovi all'ascoltatore. E' il tenore "borghese" in contrapposizione alla categoria di sax rivoluzionario che abbiamo introdotto: comunque un elemento di cui tenere conto, l'altra faccia della medaglia, quella che sul finire del secolo si nutre di ricchi e spesso noiosi festival estivi, guadagna la "rispettabilità" ed entra, tra l'altro, in "accademia". Alla fin fine però bisogna concludere che Il jazz rimane il fenomeno artistico del Novecento e con la sua capacità di essere polisemantico, risulta un eccellente esempio di sincretismo lungo tutto il secolo. Ha navigato tra le antinomie e le ideologie come il piroscafo Virginian, che trasporta l'omonimo pianista del monologo di Baricco e della pellicola di Tornatore e unisce i mondi, l'America con l'Europa solcando l'Atlantico, il brodo di coltura di questo melting pot [22].Il jazz unisce e congiunge fin dalle radici etimologiche del suo nome, che rimandano a illecite fornicazioni. Mescola le razze, le culture e le idee dietro il meraviglioso concetto che l'imbastardimento produce il bello. [1] Geoff Dyer, Natura morta con custodia di sax, Torino: Instar libri,1994,
p.223-224, alla nota 18 si legge: "Di fatto le immagini dei Jazzisti sono l'unica
testimonianza fotografica esistente di personaggi colti nel preciso momento creativo.(…)Certo,
abbiamo molte fotografie di compositori al pianoforte, di pittori al cavalletto
o scrittori al tavolino, ma quasi sempre sono ritratti in posa, con la macchina
da scrivere, il pennello o il piano come accessori di scena più che strumenti di
lavoro. La foto di un jazzista sorpreso nel pieno del suo slancio riesce ad avvicinarci
all'atto- o essenza vicaria- della creazione artistica". [2] Giampiero Cane, Canto nero, Bologna: CLUEB, 1982, p.10. [3] Jack Chambers, Milestones, the musical time of Miles Davis, Toronto, University
of Toronto Press, 1989, 90-92. [4] The Beat Book: poesie e prose della beat Generation, a cura di Anne Waldman;
edizione italiana a cura di Luca Fontana. Milano: Il Saggiatore, 1996. [5] Jack kerouac, Mexico City blues, Roma: Newton Compton, 1993. I choruses dedicati
a Charlie Parker sono il 239, il 240 e il 241. La letteratura su Parker è in continua
evoluzione; vedere almeno Il persecutore, di Julio Cortazar, (Torino, Einaudi, 1965).
Il nostro viene spesso accostato alla divinità (topos dell'universo poetico di Kerouac):
"Charlie Parker assomigliava a Buddha…" e ancora: "E l'espressione sul suo volto/era
calma, bella e profonda/come l'immagine di Buddha…"; il tema in vario modo si ripete
in molte pagine letterarie ispirate alla sua vita; dal grido scritto di Bird Lives!
Voluto da Ted Joans a Ishmael Reed (Mumbo Jumbo) del 1972: "…e ha dato al suo alto
la velocità degli dèi". Charlie Parker drogato, ubriaco e irresponsabile sembra
sacrificarsi accogliendo dentro di sé tutte le brutture del mondo per riscattare
la sua musica e permetterle di sgorgare pura ed incontaminata. La sua parabola esistenziale
lo avvicina ai martiri e ai profeti, ai predicatori e agli eretici arsi vivi. Cfr
su questi temi, l'articolo di Angelo Leonardi, "La Beat generation, il jazz, la
cultura nera", in Musica Jazz, n.10, 1976, pp23-26. Più recente è il saggio di Gianfranco
Salvatore, Charlie Parker e il mito afroamericano del volo, Roma-Viterbo, Stampa
Alternativa, 1992; pubblicato anche in estratto su Jazzit 25, novembre-dicembre
2004. [6] Franco Minganti, "Fictional" Parker in: Xroads, letteratura,jazz, immaginario,
Imola: Bacchilega editore,1994. Lo stesso figura come postfazione a Il persecutore
di Cortàzar. Per una bibliografia completa degli scritti su Parker vedere nota conclusiva
al saggio dello stesso Minganti. [7] T.W.Adorno, Minima moralia, Torino: Einaudi, 1954, p.213. [8] Il Be Bop è momento seminale per l'acquisizione di una più matura consapevolezza
politica e sociale che inizierà a dare i suoi più primi frutti negli anni 60. Altri
però vedono questa connessione tra musica, letteratura e crescita spirituale della
minoranza afromericana in un periodo storico precedente: quello della Negro Renaissance.
cfr con: Ugo Rubeo, Dear John, Dear Coltrane: testo e performance nella poesia afroamericana,
contenuto in: Jazztoldtales, op.cit.. Rubeo parla di funzione di traino della musica
per tutta la cultura afroamericana già dalla fine degli anni 20 con: "…quella intensa
stagione di fioritura letteraria e artistica che va sotto il nome di Harlem Renaissance,
e che rappresenta un importante momento di scarto, una impennata della coscienza
della collettività afroamericana. Tratto non secondario di questo fenomeno è l'emergere
di una autonomia espressiva che proprio nel linguaggio jazz si compendia e che dall'ambito
musicale in cui originariamente si manifesta, in virtù della carica dirompente che
la caratterizza, immediatamente si allarga e si riversa in campi contigui o comunque
vicini." Il legame cui si riferisce Rubeo è quello tra blues e poesia nelle opere
di Langston Hughes.: Langston Hughes, Anch'io sono America, Milano: Edizioni Accademia,1971.
[9] Matteo Cardelli, Stelle filanti, Melegnano, Montedit, 2004. [10] Sam Greenlee, Blues for an african princess, Chicago: Third World Press,
1971, presentazione in quarta di copertina. [11] Jack Kerouac, Scrivere bop, Milano, Mondadori, 1996 e L'ultima parola. In
viaggio nel jazz. Nuoro, Il maestrale, 2003. [12] A. B. Spellman, "Four lives in the bebop business", New York: Pantheon,
1966; p.102. [13] Fredric Jameson, Marxismo e forma. Teorie dialettiche della letteratura
nel XX secolo, Napoli: Liguori, 1975, p.27. [14] Theodor W. Adorno, Wagner, Mahler. Due studi, Torino: Einaudi, 1966, p.81. [15] Geoff Dyer, op. cit., p.225. [16] Stanley M. Elkins stabilisce un impressionante paragone tra schiavitù nera
e campo di concentramento nazista. Entrambe furono esperienze "totalizzanti" di
sfruttamento e persecuzione e, contemporaneamente un "perverso patriarcato". I prigionieri
dei campi di concentramento e quelli dei campi di lavoro furono trasformati in bambini
servili e dipendenti. Riportato da Charles E. Silberman, Crisi in bianco e nero,
Torino: Einaudi, 1965, pp.110-113. Cfr. con Stanley M. Elkins, Slavery: a problem
in american institutional and intellectual life, Chicago: University of Chicago
Press, 1959. [17] Angela Davis, Nel ventre del mostro, Roma: Editori Riuniti, 1971, p.84.
Di Frederick Douglass si veda Autobiografia di uno schiavo, Roma: Savelli, 1978;
ripubblicata a cura di Bruno Maffi, Memorie di uno schiavo fuggiasco, Roma: Manifestolibri,
1992. [18] Enrico Cogno, "Jazz inchiesta: Italia", Bologna: Cappelli, 1971, p.26. [19] Geoff Dyer, op. cit., p.232. [20] Stefano Arcangeli, Il discorso mistico. Evasione o sovversione?, in Musica
Jazz, n.6, 1975, pp.14-16. Riprende l'argomento anche Angelo Leonardi, Ma è veramente
misticismo?, ibidem, pp.18-19. Per Leonardi la ricerca di radici nelle filosofie
orientali, nell'Islam o in Africa, alla base del "jazz mistico", è un fenomeno politico.
"E' chiaro che il popolo nero ricerca il proprio passato non in terra americana,
ma nella patria d'origine, nel luogo in cui viveva libero; ciò appare nella ricerca
dell'Africa, dell'Islam e via via si trasfigura nell'arte musicale in simboli che
assumono una dimensione più ampia: India, Oriente, tutto ciò che è contro (come
concezione esistenziale) alla realtà americana". [21] Enrico Cogno, Un'ipotesi sulla psicologia della creatività nel jazz, in
Musica Jazz, n.7, 1976, pp.12-13. [22] Franco Minganti, L'oltre jazz di Novecento: il mito del mondo atlantico dell'emigrazione, Bollettino '900, n. 16-17 dicembre, http://www.comune.bologna.it/bologna/boll900/html
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