|
||||||||||||||||||||||||
|
|
|
|||||||||||||||||||||||
![]() |
||||||||||||||||||||||||
|
|
||||||
|
Henghel Gualdi
Teo Ciavarella - pianoforte Ho conosciuto Gualdi nell'82 quando sono arrivato a Bologna per gli studi universitari. L'ho incontrato presso la Cantina della Doctor Dixie, luogo d'incontro e fucina di molti giovani musicisti. Dopo le sue prime note al clarinetto fui letteralmente incantato dal suo modo di suonare, dalla sua maestrìa, la sua voce. Sapeva coniugare la pronuncia jazzistica con un grande senso dello swing e aveva un suono rotondo, che mi piace definire pucciniano e che lo rendeva davvero unico. Ricordo che eravamo a Fano nel '90 e il concerto venne interrotto per pioggia così ci rifugiammo tutti in un club a suonare. Appena iniziato il nostro concerto scese dalla scalinata Paquito D'Rivera il quale eccitato cominciò ad affrettarsi nella discesa curioso di capire chi stesse suonando il clarinetto. Alla fine del brano D'Rivera si inginocchiò chiedendogli chi fosse e pregandolo di suonare qualsiasi cosa insieme. Gualdi era sconosciuto nel mondo del jazz internazionale e in Italia era noto soprattutto per la sua attività nelle orchestre da ballo, cosa che non gli è stata mai perdonata dai critici musicali. Lui, scherzandoci, diceva che con le orchestre da ballo si era "sporcata la fedina"... Abbiamo fatto centinaia di concerti insieme. La scaletta era una sua piccola
ossessione. Ogni sera preparavamo la lista dei brani, lui voleva costruire la scaletta,
come un rito, un momento fondamentale del concerto. Amava profondamente il suo lavoro
e non l'ho mai visto triste perchè, ad esempio, gli mancava il lungo periodo delle
sue apparizioni in televisione, non avvertiva la mancanza dei riflettori e conduceva
tutto sommato una vita molto artigianale, viveva alla giornata.
Henghel non nutriva invidia per nessuno, aveva un generale rispetto dei colleghi ma era profondamente consapevole delle sue grandi qualità tecniche ed espressive e non si sentiva secondo a nessuno.
Abbiamo suonato tanta musica insieme, ma quando suonava Stardust, andava altrove, come in trance, avvolto in una misteriosa liturgia. Chiudeva gli occhi e viaggiava in un'altra dimensione. Avveniva anche con The man I love, Memories of You e altre ballads. Non ripeteva mai le stesse cose, quei patterns che spesso i musicisti suonano per aiutarsi negli assoli. In questi momenti noi musicisti che lo accompagnavamo ci guardavamo sorridendo, esterrefatti per ciò che stava creando, per la sua profonda poesia musicale. Con Henghel ho sempre avuto un ottimo rapporto, c'era un rapporto fraterno, anche paterno direi. Non amava gli errori di esecuzione, imprecisioni ritmiche o accordi sbagliati...lo mandavano in bestia. Ma con il passare degli anni maturava sempre di più in lui la consapevolezza della relatività delle cose e quindi riusciva a vivere anche le imperfezioni come momenti di crescita e non di tensione. I sue due più grandi rimpianti sono entrambi legati all'America. Il primo è sicuramente stato quello di non aver seguito Louis Armstrong il quale aveva una stima profonda, sincera nei suoi confronti (e non so quanti sono sono i musicisti italiani che possono vantare questa referenza nel proprio curriculum). Gualdi ha sempre accompagnato Armstrong in Italia, anche nella famosa uscita di Sanremo del 1968. Armstrong propose a Gualdi di seguirlo e di far parte del suo gruppo ma lui non accettò perchè, come scusa ufficiale, aveva paura dell'aereo. Una volta stava andando un America per incontrare Benny Goodman, il suo idolo, ma l'aereo appena partito da Milano fu costretto ad atterrare e i passeggeri dovettero scendere con il gommone. Si spaventò talmente e giurò di non veler prendere mai più un aereo nella sua vita. Superò comunque questa paura nel '90 quando partecipò ad una grandiosa tournèe al seguito di Luciano Pavarotti. Durante questi concerti Henghel suonava brani come Un Americano a Parigi, After you've gone, Stardust, ovviamente..., un tour di grande successo e Pavarotti riuscì a convincerlo a volare dicendogli: "pensa, se dovesse cadere l'aereo diventeresti famosissimo perchè sullo stesso aereo di Pavarotti!!!". Con Armstrong ha sempre avuto poi un rapporto affettuoso che è continuato nel tempo. Erano nati lo stesso giorno, il 4 luglio, e ogni anno Armstrong inviava alla mamma di Gualdi dei fiori per ringraziarla di aver messo al mondo un figlio come Henghel. Non aver dato seguito all'amicizia con Benny Goodman è il suo secondo rimpianto. Conobbe Goodman durante le riprese di un film di Risi a Roma e nacque una bella amicizia. Avrebbe voluto seguirlo, in America. Il suo orgoglio erano le sue origini. Ha vissuto in pieno la IIa Guerra Mondiale e da ragazzino ha subito dovuto lavorare. Il suo lavoro è stato fondamentale per la sua famiglia e ciò lo ha sempre reso orgoglioso. Amava le cose semplici, si nutriva di semplicità. Musicalmente aveva un grande rigore, studiava tutti i giorni e prima di ogni concerto riscaldava lo strumento almeno per un'ora. L'eredità che mi ha lasciato Henghel è che la musica è un grande mistero, dalla nostra cultura, dalle nostre competenze e abilità, ma c'è una finestra, una dimensione inspiegabile che si può aprire e quando questa finestra si apre accade qualcosa di magico. A lui accadeva spesso. Poi mi ha insegnato che si deve praticare la musica quotidianamente e sempre con rigore e semplicità, senza il senso di competizione che spesso avvelena il nostro ambiente. Come ho già detto, non invidiava alcun collega ma ascoltava la musica di tutti con grande interesse per trarne gli aspetti più interessanti. Un ultima cosa vorrei raccontare di Henghel, un aspetto non legato
alla sua vita artistica ma fondamentale per descrivere il suo carattere. Viveva
in perfetto stile "Amici Miei", organizzava scherzi in continuazione, era
grande amico di Tognazzi, con il quale aveva concepito alcuni scherzi resi
celebri nei film. Ne racconto uno. Una sera doveva suonare con la sua orchestra
in un locale nuovissimo, completamente ristrutturato, bellissimo. Il gestore ne
era, ovviamente, orgoglioso e lui, dopo le prove gli disse: "sa, è bellissimo,
ma c'è un grave problema". E il gestore, preoccupato: "quale? Mi dica, Maestro...",
"c'è un serio problema di acustica...". Il gestore gli chiese come poter
risolvere questo problema e Gualdi gli disse: "sa, si dovrebbe fare un
foro dietro al palco in modo che il suono possa meglio uscire dalla sala e propagarsi
meglio verso l’esterno...". Nonostante la cosa fosse inverosimile, riuscì a
convincere il gestore a fare questo buco! Ovviamente in quel locale non sono più
tornati... Mi fa molto piacere che come batterista mi abbia fatto sempre i complimenti. Era molto esigente per quel che concerne la base ritmica e io gli andavo bene anche perchè suonavo piano, senza prevaricare. Tante volte non è solo una questione di bravura è proprio una questione di adeguatezza, anche di simbiosi. Sai, a quell'ètà, certi musicisti a volte ti fanno pesare la loro superiorità, con lui non si avvertiva alcuna differenza. Era molto umano...mi emoziona molto parlare di lui... C'è stata una serata a Bologna con i più importanti clarinettisti italiani ma come suono Gualdi emergeva su tutti. L'espressione, il suono, era insuperabile. Tecnicamente ce ne sono tanti bravissimi ma lui aveva un suono unico. Quando suonava Stardust mi chiedevo: "chissà cosa combina stavolta...". Riusciva a dare sempre tante interpretazioni diverse sorprendendoti per ciò che riusciva a fare. Per me è stato il più grande! Negli ultimi concerti ha suonato molto fluido, pur non avendo tanto fiato è riuscito comunque a suonare in modo incredibile. Poi, scriveva sempre musica, ha scritto i suoi arrangiamenti fino all'ultimo, segno che era sempre alla ricerca di nuove idee. Ci raccontava sempre molti aneddoti ironizzando sempre anche i momenti più drammatici come il periodo della guerra. Mi raccontava che una volta lo andarono a prendere con un autocarro scoperto. Le strade erano ancora dissestate dai bombardamenti pertanto si reggevano un po' gli uni con gli altri. Il contrabbassista cercava di proteggere il suo contrabbasso con tutte le forse ma non si accorse che il ricciolo si andò ad impigliare in un filo della luce sospeso. Cercò di resistere trattenendolo ma ovviamente, come con una fionda, il contrabbasso partì a mezz'aria e si fracassò...Sentir raccontare dalla sua viva voce questa e tante altre situazioni era divertentissimo...sdrammatizzava sempre. Il suo idolo era Benny Goodman, pensava spesso a lui, prima di suonare un pezzo, a volte diceva: "appena suono sto' pezzo speriamo non si svegli...", ironizzando sul giudizio che avrebbe dato al suo modo di suonare. Henghel, come eredità, mi lascia la grandiosa capacità di fare melodia, colore, il suono, lo riconosco subito e per me questi sono i grandi. L'artista si identifica principalmente dal suono. Si avvertiva la differenza dello spessore, l'espressione, il suono che ti penetra... Annibale Modoni - vibrafono Amava incontrarsi di notte con i musicisti nei locali da ballo e gli scherzi erano all'ordine...della notte. Il film Amici Miei ha molto "copiato" da quel clima. Un esempio: si fermava una guardia notturna per chiedergli di una via che non esisteva magari con un nome molto importante...C'era molta goliardia tipica dei periodi universitari. Era molto esigente e quando in orchestra c'era qualche elemento che non era all'altezza, la cosa lo irritava e questo in particolar modo per la sezione ritmica. Nella sua carriera ha fatto molto ma avrebbe potuto fare di più se non avesse avuto paura dell'aereo. IN fondo, però, non si è mai sentito completamente soddisfatto, era consapevole del suo valore ma non ha mai manifestato orgoglio per questo. Nell'insieme era insoddisfatto e ciò dipendeva anche da lui. A lui piaceva avere molto pubblico, suonare nelle sale da ballo, avere grande spazio e un pubblico che rispondesse. Nell'ultimo periodo era molto soddisfatto perchè faceva molti concerti di jazz, che era la musica che realmente amava, mentre prima era un po' costretto a suonare altro. Un mese prima della sua scomparsa ha suonato qui a Bologna presso l'Anzola Jazz Club che oggi porta il suo nome ed era soddisfatto, aveva certo i suoi problemi legati alla respirazione, ma il suono era quello lì...inconfondibile. Come eredità lascia indubbiamente il suo modo di fare musica. A livello strumentale, come ho già detto, principalmente il suo suono, unico a livello mondiale. Si pensi che il 1° clarinetto della Scala, che è un grandissimo musicista, era amico di Gualdi e invidiava la sua voce, lo diceva sempre. Un insegnamento che lascia è anche la logica nel suo fraseggio durante le improvvisazioni. Una grandiosa capacità di coordinamento tra un suono e l'altro, senza furberie, collegare i suoni. Amava molto i brani di Goodman ma su tutti credo che il brano che lo rappresenti di più in assoluto sia Stardust. Mi manca molto Henghel e manca molto alla musica, c'è un bel vuoto senza di lui. Speriamo nei giovani...ce ne sono di bravi, chissà...
© 2000 - 2006 Jazzitalia.net - Tutti i diritti riservati
| ||||||
|
|
|
|||||
![]() |
||||||