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Quattro chiacchiere con...Andrea Manzoni
luglio 2013
di Alceste Ayroldi

Il trentaquattrenne pianista di Biella di strada musicale ne ha già fatta, e il suo ultimo lavoro "Quantum Discord" (Altrisuoni 2012) lo conferma, così come la sua recente e applaudita performance al Blue Note di Milano. Chi ricerca la tradizione del piano jazz trio, in Manzoni la troverà, ma ridisegnata con colori vermigli e carichi di groove, anche per mano di Luca Curcio e Roberto Bellavia che incrociano le loro spade con quella del leader per dare vita a quattordici brani vibranti d'emozioni. Ah, manco a dirlo, il mainstream qui è bandito e se proprio si vuole fare un riferimento storico, questa volta bisogna affidarsi al futuro; la musica di Manzoni è quella che verrà e se si chiamerà jazz, poco importa: è bella e di sostanza e tanto basta.

Andrea, hai iniziato a dieci anni, tuffandoti subito sul pianoforte. Chi ti ha spinto verso la musica e, poi, in particolare verso il pianoforte?

Vengo da una famiglia dove la musica è presente da generazioni. I miei zii erano cantanti d'opera o coristi o attori di teatro dialettale. Nessun pianista, ma i suoni erano presenti. Andare all'opera era cosa normale. Il pianoforte arrivò inaspettatamente nella mia vita. Fu amore a prima vista. Ricordo che per me studiare era un eresia ma non potevo stargli lontano.

E a fare jazz?
Il jazz arriva circa a 15 anni. Il primo disco di Bill Evans ("Live at Village Vanguard") e da lì la folgorazione totale per sonorità che non conoscevo, non capivo. Ero così curioso. Poi lo studio con grandi insegnanti, da Franco D'andrea a Stefano Battaglia, da Armen Donelian a John Riley.

Giovane, ma con un bel po' di esperienze già alle spalle e non solo jazzistiche. Hai avuto qualche dubbio sul da farsi?
I dubbi sono una costante nella mia vita, ma credo sia una cosa comune oggi più che mai. Ho sempre cercato di spingermi oltre, di buttarmi in situazioni che non conoscevo per testarmi a costo di rimanere scottato. Oltre il genere musicale, lo stile. Sono cose che non mi importano. L'essenziale è poter creare, essere in movimento, sperimentare, nella musica come nella vita, nelle relazioni umane. Tutto è correlato, nulla scontato. I legami, le sinergie impreviste. Mi sento sempre come un bambino, come se fossi uno dei miei studenti. Voglio lasciarmi stupire, senza vincoli o barriere preconfezionate da un'educazione standardizzata ed a volte troppo edulcorante.

Particolarmente interessante, poi, è la tua collaborazione con la RSI (radio svizzera italiana) per il commento sonoro dei radiodrammi: come mai ha percorso questa via? Ti sei trovato a farlo, o era qualcosa che ti frullava in testa?
Ho cominciato a collaborare con RSI nel 2008 grazie al mio collega e compagno di viaggio nel progetto "Gadamer", Zeno Gabaglio. Poter lavorare ai radiodrammi è un'esperienza formativa e creativa meravigliosa. Va oltre l'idea del suonare musica propria o scrivere per delle immagini (film o documentari). Sonorizzi una storia che le persone possono solo sentire. Quindi la musica acquista un peso differente rispetto a quando abbiamo delle immagini. Bisogna trovare i giusti equilibri. Ma la cosa più interessante è che la maggior parte delle volte la musica è improvvisata in studio e guidata dal regista. Si lavora su piccoli frammenti che poi vengono montati successivamente. Altre volte, come nel caso di "Glenn Gould, il corpo del pianoforte", il lavoro è completamente differente. Non esiste improvvisazione ma reinterpretazione di grandi opere di repertorio da Bach a Beethoven o Brahms. Naturalmente non si registra l'intera opera di un autore ma magari solo il primo tempo di una sonata o l'attacco di un concerto per pianoforte e orchestra. Dipende tutto dalla volontà del regista. Il regista Carlo Rafele mi ha diretto in un percorso sonoro basato sulle principali opere incise da Gould nell'arco della sua carriera. Ricordo che ero spaventatissimo e che avevo dovuto studiare moltissimo con un preavviso bassissimo. E' stato la prima monografia prodotta dalla RSI su Glenn Gould. Bisogna sapersi adattare molto e a grande velocità. In radio il tempo è denaro, bisogna essere reattivi e concentrati.

E sempre nella vicina Svizzera ti cimenti nelle colonne sonore di film di produzione elvetica. Cosa significa per un jazzista comporre delle colonne sonore che, immagino, non hanno sempre di base lo spirito d'improvvisazione?
Dipende da molti fattori. Il tipo di film, l'approccio che si vuole avere nella stesura della soundtrack, se è un film muto od un film con il sonoro. La componente legata all'improvvisazione non mi abbandona mai. E' sempre il punto di partenza dove gettare le prime basi. Dopodiché inizia il lavoro più razionale di composizione vera e propria.

Hai mai proposto la tua candidatura per colonne sonore anche qui in Italia?
No non l'ho mai proposta. Magari in futuro.

A tal proposito, mi sembra di capire che gli elvetici abbiano subito apprezzato le tue doti. Perché in Italia non è la stessa cosa? Cosa c'è che non funziona da noi per un giovane e talentuoso musicista come te?
La mia carriera si è sviluppata tra Italia e Svizzera. Ho avuto più opportunità di entrare in contatto con realtà elvetiche che italiane e di conseguenza il baricentro si è spostato più al di là delle alpi. Ammetto che tutto funziona molto meglio e ti danno l'opportunità di esprimerti. Il pubblico è attentissimo e rispettoso nei confronti dell'arte e dell'artista. In Italia non ho mai fatto parte di alcun circuito, tantomeno quello jazzistico non essendo io un "purista" del genere e di conseguenza potermi esibire è sempre stato molto difficile. E' un circuito molto chiuso ed elitario. Le opportunità sono pochissime. Se sei giovane e sconosciuto, ancora meno. La crisi non aiuta sicuramente. Un esempio. Il mio secondo album in trio che registrerò ad ottobre sarà coprodotto da Rete Due (RSI). E' come se in Italia Radio Tre co-producesse il mio disco. Impensabile.

Parliamo un po' di "Quantum Discord". Già il titolo nasconde sorprese: che significato hai voluto dare?
Si pensa subito a un concetto legato alla ?sica quantistica, ma in realtà va oltre al signi?cato di "quanto". Mi piace pensare di unire l'uomo alla sua musica e al suo processo creativo, in modo inscindibile. Mondi paralleli, oscuri, discordanze all'interno di concetti musicali non sempre chiari, volutamente.

Il piano jazz trio evoca, da subito, l'insegnamento di Bill Evans. Nel tuo lavoro, però, ciò che si ascolta è ben altro. Hai tenuto a mente un riferimento stilistico?
Ho tenuto a mente molti riferimenti che ho analizzato, rielaborato e fatti miei. L'inizio di tutto non può che essere Bill Evans. Il piano trio rievoca sempre le sue origini. Perlomeno per me. I miei ascolti rock hanno sicuramente influenzato la scrittura ed il taglio che ho voluto dare al lavoro. Diciamo che le formazioni contemporanee che mi hanno influenzato di più sono i The Bad Plus, Esbjorn Svensson, Martin Madesky & Wood e molti altri.

Cinque variazioni (da I a V): libera improvvisazione o musica già pensata e annotata?
Partendo dal tema principale di "Nightmoth Variation", interamente scritto sono poi sfociato in modo graduale all'improvvisazione dapprima su struttura sino alla libertà totale nella Var. V. In piano solo la mia parte legata alla musica classica non mi abbandona mai.

Tutti i brani sono stati composti appositamente per questo album o avevi già qualcosa nel cassetto?
Sono un percorso di brani scritti durante la mia carriera. Alcuni a ridosso del disco altri scritti in un arco di tempo molto più ampio. Sentivo che era arrivato il momento di registrare e dovevo mettere "nero su bianco" tutto il lavoro che avevo fatto. Fissare un punto di arrivo per poi ripartire verso nuove direzione.

E' un disco europeo con una percussività africana incisiva. Ti ritrovi con questa piccola definizione?
Mi ritrovo assolutamente. E' difficile dare una definizione precisa di quello che faccio. Non saprei darla nemmeno io, ma non è un aspetto che non mi importa molto. Quello che conta è aver la possibilità di esprimermi e nel poterlo fare ho bisogno di non avere troppi vincoli. Chi lo ascolta trova i propri riferimenti in base alla sua cultura, alla sua formazione. L' importante è che si emozionino.

Nel tuo tocco pianistico vi sono ampie tracce di classicismo (32 Days, ma anche Synaptic Disconnection, per esempio). Hai un percorso classico alle spalle?
Si, ho studiato al conservatorio di Novara e mi sono specializzato nella Meccanica Fisiologica della Tecnica Pianistica con il M° Tiziano Poli. Praticamente mi occupo di riabilitazione di pianisti che hanno subito traumi da tendiniti o Overuse Sindrome dal troppo lavoro.

E, comunque, uno spirito narrativo, di matrice filmica pervade un po' tutto il tuo lavoro: è una tua costante?
Forse perché ho iniziato molto presto a lavorare sulle immagini. A 20 anni sonorizzavo dal vivo i capolavori di Buster Keaton e Charlie Chaplin. Sono sempre stato affascinato dal connubio suono/immagine.

Quanto c'è di improvvisato e quanto di scritto?
Diciamo che stiamo dentro al 50 e 50. Ci sono brani molto rigorosi nella struttura e nel modo di scrivere ed altri più liberi dove l'interplay e l'intesa è fondamentale per ottenere un buon risultato.

Un accurato uso degli ostinati: è la tua firma?
Non saprei! Forse. Mi piace partire sempre da una pulsazione ritmica da una cellula ritmica sulla quale andare a costruire il brano. Molte volte la melodia è in secondo piano. Sono molto attratto da tutto ciò che è ritmo forse è per quello.

Luca Curcio e Ruben Bellavia: come vi siete conosciuti e perché hai scelto proprio loro due?
Con Luca suonavamo già insieme nella formazione LoMè e c'era una grande intesa. Dopo aver sentito suonare Ruben dal vivo con una sua formazione ho deciso di contattarlo perché sentivo che era la persona giusta per registrare le musica che avevo in mente.

E' il tuo sesto disco da leader: quanto è cambiata la tua musica da quando facevi parte dei Lomé ad oggi?
Fare dischi è come viaggiare in continuazione senza una meta ben precisa, soprattutto se riesci ad essere sincero con quello che scrivi, senza farti vincolare dalle leggi del mercato o "da quello che è più di tendenza". Quello che scrivo cambia in continuazione. Sicuramente ci sono delle caratteristiche che riconosco in tutte le incisioni ma tendo sempre a farmi influenzare dai musicisti con i quali suono.

Il progetto Gadamer era un bel métissage di musiche: dal jazz all'ambient: forse troppo avanti per le orecchie italiane?
Diciamo che è stato un connubio di esperienze tra me il violoncellista Zeno Gabaglio ed il produttore artistico Walter Zwaifel (già alla corte di John Cage). E' un disco sicuramente sperimentale ma dove ritrovo le mie esperienze passate e l'alchimia con Zeno. In Italia ci sono sicuramente pochi circuiti alternativi dove poter proporre un prodotto come Gadamer.

Conosci la scena svizzera: che differenza c'è tra il pubblico italiano e quello elvetico? E, secondo il tuo giudizio, cosa c'è d'interessante nel mercato jazzistico (e non) svizzero?
La prima cosa che mi ha colpito del pubblico è il silenzio ed il rispetto durante i concerti. Sia che stiano ascoltando uno sconosciuto che un big. Sono molto attenti alle nuove proposte e a chi fa musica originale. Ci sono molti più spazi per potersi esibire rispetto che in Italia e le realtà sono sostenute da Fondazioni, Banche, privati (vedi Migros), dalla SUISA (SIAE elvetica) e soprattutto dallo Stato. Lo Stato protegge il cittadino, l'artista non è mai abbandonato a se stesso. Se vali, ti impegni e hai delle buone proposte ti daranno sicuramente la possibilità di realizzarle. La scena svizzera dal punto di vista jazzistico è molto interessante. Vedi i due ad esempio i due astri emergenti, il pianista Colin Vallon e la cantante Svizzero-Albanese di Elina Duni. Nessuno dei due fa jazz nel senso stretto del termine eppure sono pubblicati da ECM e si stanno imponendo sul mercato con delle proposte molto interessanti sempre attenti al recupero della tradizione e rivolti alla loro terra. Molto probabilmente se fossero stati in Italia avrebbero trovato molte più difficoltà.

Quali sono i tuoi gusti musicali? Che musica ascolti?
Faccio sempre fatica a rispondere a questa domanda perché ascolto tantissima musica e non ho un genere che preferisco. Amo i King Crimson tanto quanto Art Tatum e i Tool pari a Dahfer Youssef. Amo tutto quello che mi emoziona, che mi stupisce. Voglio farmi contaminare ogni giorno. Potessi farlo ascolterei musica 24 ore su 24. Naturalmente ho passato fasi della mia vita, soprattutto mentre studiavo, dove ero più concentrato sul Jazz o sulla musica classica.

Cosa è scritto nell'agenda di Andrea Manzoni?
Ad ottobre registrerò il secondo album con il mio trio. Questa volta il lavoro sarà coprodotto da Rete Due (RSI) e registrerò nello studio due dove solitamente registra l'ECM, per intenderci. Sarà un lavoro composto principalmente da mie composizioni e un paio di sorprese. Sono molto emozionato, perché sarà un disco di grande impatto sonoro ed emotivo. Per lo meno per me è così pensando alle composizioni. Un lavoro crossover. Ad inizio 2014 pubblicherò altri tre album. Il primo con l'artista svizzero-tedesco Marcel Saegesser, produttore, sound designer e sperimentatore in ambito elettronico. Il secondo con il violoncellista Zeno Gabaglio. Con lui pubblicheremo il secondo disco del progetto Gadamer registrato tra l'Italia, la Svizzera e Los Angeles. Il terzo con la Opera singer Armeno-Americana Rosy Anoush Svazlian. Un disco interamente di musica armena riarrangiata per voce e pianoforte.






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Data pubblicazione: 31/08/2013

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