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Intervista ad Andrea Pozza
di Marco Losavio

E' il 15 ottobre 2004, a Martina Franca prende il via Antiphonae, una importante rassegna curata dall'infaticabile Pasquale Mega e che consente di assistere a concerti di rilievo, come quello che stasera vede protagonista l'Enrico Rava Quintet con Rosario Bonaccorso al contrabbasso, Roberto Gatto alla batteria, Gianluca Petrella al contrabbasso e Andrea Pozza al piano. Assistiamo al concerto dalle quinte del bel Teatro Verdi giungendo quindi spesso a ridosso dei musicisti potendoli osservare nei loro momenti più intensi. photo by Benvennuto MessiaUna prospettiva che consente di rilevare anche l'aspetto "fisico", oltre a esaltarne quello emozionale. Il concerto si conclude con Poinciana su cui Pozza esegue un solo davvero eccellente. Al termine della performance, con un po' di residua adrenalina da scaricare, lo incontriamo seduti in una platea in cui risuonano ancora gli applausi del numeroso pubblico accorso a questa prima.

M.L.: Prima del concerto mi hai detto che stai componendo...la composizione è un punto di arrivo nel tuo percorso artistico?
A.P.: Mah, diciamo che è a periodi alterni...ho sempre composto qualcosa, però...quando componi devi poi imparare a suonare quei pezzi...sembra strano ma è così, non è detto che l'idea compositiva la si riesca ad eseguire al meglio...anche perchè non hai nessun punto di riferimento quindi è una cosa che prende molta energia. Infatti dopo aver scritto un pezzo per prima cosa ti accorgi di non saperlo suonare e ti chiedi come suonarlo allora devi farti venire delle idee...Ritengo che comporre sia molto stimolante ma anche molto faticoso in senso comunque positivo. In questo periodo sto componendo anche grazie ad Enrico (Rava) perchè lui sta preparando dei nuovi pezzi e parlando mi ha detto che compone un pezzo al giorno, magari poi ne butta via un sacco però rimane sempre qualcosa. Mi son detto che era una bella idea e ho provato subito, mi son messo lì e...ho cominciato a scrivere, ne sono usciti tre o quattro che poi ho ovviamente modificato o addirittura cestinato...però è servito. Questo discorso è dovuto essenzialmente ad una volontà di tentare di mettere giù un pensiero musicale. Fino ad ora l'ho fatto seguendo molto la tradizione quindi attraverso gli standard...credo mi faccia bene, per la mia crescita artistica, provare qualcosa nella composizione che poi ti porta anche a trovare qualcosa se devi suonare uno standard. Mi interessa imparare proprio a lavorare in questo modo...come maniera più impegnativa, perchè la musica che fai poi è veramente quello che sei riuscito a fare, ci sono meno punti di riferimento col passato...

M.L.: Pensi che la tua formazione classica, fatta al Conservatorio, abbia avuto un'influenza in questo approccio?
A.P.: Assolutamente no! Io ho avuto un buon insegnante, tuttavia al Conservatorio non ti insegnano un gran che di musica, ti insegnano qualcosa di pianoforte, insegnano molto bene la tecnica pianistica, invece dal lato della musica ti danno molto poco, non si viene a conoscenza di nessun meccanismo musicale anche perchè l'armonia che ti insegnano è abbastanza poca e fumosa...ricordo di non averci capito quasi niente di armonia classica mentre invece ritengo di non avere problemi di armonia o...almeno non mi sembra...mi è capitato poi con degli allievi che studiavano musica classica di riguardare con loro delle composizioni di Chopin, che è uno degli autori classici che si avvicinano molto al modo di suonare jazzisitico, nel senso che era un improvvisatore - ci sono dei pezzi da cui oltreutto hanno preso anche i bopper, i jazzisti - e ragionando Chopin con la testa jazzistica si capisce molto bene come lui ragionava...mentre dal Conservatorio ho sempre avuto l'impressione per tutti gli undici anni che sono stato lì dentro che se arriva il ragazzino che ce l'ha dentro allora suona bene la musica classica ma se uno non ha quella cosa lì...rimane più o meno dov'è e probabilmente un mese dopo il diploma non si ricorda più un pezzo e in realtà non può neanche suonare il pianoforte se non con una parte davanti.

M.L.: Insegni molto?
A.P.: No, non tanto però mi piace molto insegnare innanzitutto perchè lo trovo divertente, se non si eccede, ma mi piace capire come comunicare quello che voglio comunicare ad un'altra persona. E non è una cosa semplice pertanto a volte mi invento una serie di stratagemmi più o meno indiretti a seconda di chi ho davanti.

M.L.: Secondo te il pianismo nel jazz si è evoluto o si è fermato ad un certo periodo?
A.P.: Mah....francamente non lo so...ci sono tanti grandi pianisti in circolazione...è comunque un discorso molto complesso perchè si dovrebbe definire meglio cosa si intende per musica jazz, se certe contaminazioni si possono considerare nell'ambito del jazz o no. Per il mio gusto personale, a parte quei pochi "vecchi" in circolazione, non sento da nessuno in particolare un peso artistico pregnante...

M.L.: ...l'ultimo che ha fornito una spinta innovativa...magari sullo strumento, sul ruolo del pianista, armonicamente...
A.P.: ...secondo me dal punto di vista della materia musicale non è che si possa fare chissà che. Dopo Ellington, dopo Tatum, dopo Bill Evans, Herbie Hancock, McCoy Tyner e mettici tutti quelli che stanno in mezzo...cosaltro vuoi fare...se poi ci infili tanti altri tipi di musica come fanno in molti forse...ma ho l'impressione poi che i maestri che suonano quello specifico tipo di musica...prendi ad esempio il flamenco...quando i maestri di flamenco ascoltano un piansita jazz che infila degli elementi di flamenco...si mettono a ridere...o a piangere!...Perchè chiaramente non si può certo competere in confronto con i maestri di un campo specifico...

M.L.: La contaminazione è sempre una una risultante tra vari elementi e come tale potrebbe magari tendere a "imbastardire" le origini...Concordi?
A.P.: Secondo me sì, in questo periodo sì. Probabilmente in altri periodi no. Magari anche Duke Ellington avrà preso di quà e di là dai musicisti classici, ispirato dall'Africa ecc...però poi quello che ha creato lui...quello che avverto è che ascoltare un pezzo di Duke Ellington mi da qualcosa dal punto di vista umano più profondo che sentire un brano dei pianisti di oggi, me compreso...tuttavia bisogna comunque provarci...!

M.L.: Hai suonato con tanti grossi musicisti, chi ti ha lasciato il segno?
A.P.: Be', tanti...Harry "Sweets" Edison, perchè è uno dei più grandi trombettisti che siano apparsi...uno dei più grandi jazzisti, secondo me, uno che ti sapeva dare il senso del jazz in una maniera eclatante...è stato il maestro di Miles Davis, di Gillespie...con lui eravamo in Paradiso! Sal Nistico, un sassofonista di livello stratosferico, secondo me molto sottovalutato con cui ho suonato parecchio, per fortuna...è stato meraviglioso suonare con lui. Poi George Coleman col quale ho suonato parecchie volte a Roma, Bobby Durham che ho occasione di vedere spesso il quale è un batterista straordinario, un talento musicale incredibile. Ho avuto modo di suonare in trio con lui in un paio di occasioni nei piccoli club e mi sono accorto di avere dinanzi un talento musicale inesplicabile. A parte la sua professionalità e la sua sapienza jazzisitica è proprio dal punto di vista creativo del momento che è unico. Ti trovi a fare una cosa e lui è già lì ma non perchè è la sua esperienza che lo fa esser lì, è lì perchè ha un fantastico talento musicale che avevano sentito anche Eddie "Lockjaw" Davis, Peterson e tanti altri prima di Peterson stesso.

M.L.: Il trio dei sogni Andrea Pozza con chi lo farebbe?
A.P.: Be'...con Bobby in forma direi che sarebbe fantastico...oppure con Jimmy Cobb...

M.L.: e un double bass?
A.P.: ...devo dire che mi trovo molto bene con i bassisti italiani. Suono spesso con Luciano Milanese, con Aldo Zunino, con lo stesso Rosario Bonaccorso...quel che desidero molto di più sono i batteristi, i batteristi americani, perchè hanno una conoscenza della tradizione che i batteristi italiani non hanno, tranne qualche raro caso come Roberto (Gatto), che però abita a Roma ed è molto impegnato....

M.L.: Ascoltandoti in trio, un aspetto che si rileva è un controllo assoluto della dinamica, un'attenzione nel gestire lo spazio, le note, la modulazione dell'andamento esecutivo tra i vari elementi. Da quel che dici poni l'accento molto sui batteristi quindi devo desumere che fai un lavoro oculato anche dal punto di vista ritmico...
A.P.: Il batterista è quello che in fondo ha il potere. Se guardi tutti i grandi gruppi della storia del jazz, avevano tutti dei batteristi incredibili. Non bravi batteristi ma proprio dei grandi. Prendi Miles Davis c'era Philly Jo Jones, il gruppo di Duke Ellington c'era Sam Woodyard. Una volta ho visto un video con un solo di Sam Woodyard ed era una cosa allucinante. Allora pensi che se c'è un batterista di quel calibro lì...anche se dai una gomitata sul panoforte fai una cosa pazzesca...Prendi anche il trio di Ahmad Jamal, uno dei più grandi trii, c'era Vernell Fournier...un artista, un maestro. Una volta ero con un batterista di New Orleans che a un certo punto è arrivato correndo e mi ha detto: "ma tu hai suonato due pezzi con Vernell Fournier....?" ...ho avuto questa fortuna poichè suonava con Dado Moroni e mi ha fatto fare un pezzo con lui. Secondo me il batterista è il 60% del gruppo.

M.L.: Nel trio l'equilibrio tende molto anche sul contrabbasso, tipico il ruolo di Peacock con Jarrett che funge proprio da perno o anche Bill Evans stesso che quando ha incontrato Scott La Faro ha basato molto il suo modo di suonare sul contrabbasso...
A.P.: Sì, sì, è vero, però non dico che il ruolo del batterista sia il ruolo preponderante ma è quello che dà energia alla musica...ha più potere...ha più volume...ti fornisce o no l'energia necessaria, come Tony Williams nel gruppo di Miles...Anche nel soul è la stessa cosa, se prendi i batteristi di Ray Charles, di Aretha Franklin, sono magari dei nomi che non si conoscono ma sono grandi batteristi.

M.L.: Hai citato Dado prima, con lui hai fatto un esperimento riuscitissimo creando un duo di piano...
A.P.: Abbiamo suonato a Ferrara, a Genova, e ci siamo divertiti moltissimo. E' stata una cosa molto bella perchè noi ci conosciamo sin da quando eravamo bambini. Io cominciavo a suonare, Dado già suonava e lui, pensa, è stato il mio pirmo contrabbassista perchè Dado suona il contrabbasso in modo incredibile...e così quattro anni fa ci siamo trovati con due pianoforti uno di fronte all'altro e sono uscite cose straordinarie perchè conoscendoci così bene, siamo anche amici, ci stimiamo è avvenuta una specie di travaso di esperienze...inoltre abbiamo personalità molto diverse e questo ha fatto sì che ci sia stato un avvicinamento l'un l'altro e quando ci siamo poi riascoltati ci siamo anche confusi nel riconoscerci...e quindi è uscita alla fine una cosa effettivamente unica...per me è stato anche un grande insegnamento perchè trovarsi di fronte innanzitutto un grande pianista come Dado ma poi anche una personalità diversa dalla tua, ti fa scoprire nuove cose...

M.L.: Il prossimo CD di Andrea Pozza in trio quando lo potremo comprare?
A.P.: Per il momento non ho qualcosa di preciso...sto componendo pertanto penso che ci vorrà un anno o poco meno. Non ho ritmi di incisione molto alti...Ora sto suonado con Enrico e da tutti i punti di vista è un'esperienza professionale molto importante perchè la musica va in tante direzioni diverse pertanto si impara ad aprire la propria testa, le orecchie...

M.L.: ...ho visto che Rava dà molta libertà...
A.P.: ...tantissima, dà anche tanta varietà, possibilità, nel senso che i pezzi che abbiamo suonato stasera li suoniamo tutte le sere in un modo diverso pertanto io vado sul palco sapendo melodia e accordi ma come lo fai è qualcosa di molto creativo...







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Data pubblicazione: 08/12/2004

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