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Intervista ad Antonio Onorato
Un jazzista "vulcanico"
"Scusate il ritardo", Marcianise (Caserta), 7 aprile 2005
"Libreria Feltrinelli", Napoli, 20 aprile 2005
di Claudio Lombardi

Ha una bellissima Gibson ES 175 che i maestri liutai di San Giorgio a Cremano hanno "pittato" di azzurro, lasciando evidenti colature sulle fasce laterali. Sulla cassa ha ottenuto un effetto nuvola, grattando la vernice con un raschietto. Il tempo ha fatto il resto. Ad un giornalista che gli ha chiesto chi fosse il più grande musicista di Napoli ha risposto: "Il Mar Tirreno". Antonio Onorato, di lui stiamo parlando, è un chitarrista viscerale, dal fraseggio intenso e dall'eccellente background tecnico. Con sei corde soltanto riesce a creare un'elegante miscela di sensazioni, a metà strada tra il new age e l'etno–jazz. Ad aprile lo abbiamo incontrato un paio di volte: il 7 allo "Scusate il ritardo" di Marcianise (Caserta), durante una jam session, e il 20 a Napoli, al piano -2 della Libreria Feltrinelli di piazza dei Martiri. Era lì a presentare "Four brothers", ultima fatica della collaudata ditta di virtuosi campani "CondorelliFariasOnorato". Il cd è prodotto dalla Wide Sound di Nepezzano (Te) e alla realizzazione ha contribuito un "certo" Franco Cerri. Chi l'ha detto che "3" è il numero perfetto?

C.L.: Hai diviso il palco con Pat Metheny, John Scofield e Toninho Horta. Com'è stato suonare con Cerri?
A.O.: Franco è il più grande chitarrista jazz che abbiamo in Italia. Io, Pietro e Aldo siamo cresciuti ascoltando i pezzi di Franco...che ha esattamente il doppio della nostra età. Suonare con lui è stata un'esperienza meravigliosa che, forse, ripeteremo in teatro. Quando suoni con i grandi è come se suonassi in punta di dita. È come se avessi un cristallo prezioso tra le mani che non puoi scalfire...non so come spiegarti. E allora cerchi di andare all'essenza delle cose, ti muovi con cautela, con rispetto...con estrema concentrazione. E alla fine ti accorgi che, quasi senza volerlo, suoni come non hai mai suonato prima. È straordinario! Lui, poi, è una persona molto umile che, pur essendo un maestro indiscusso, vive nella consapevolezza di dover migliorare sempre. Per questo è diventato un'icona del jazz internazionale. Ma la cosa incredibile sai qual è? È che tu da uno come Franco ti aspetti un pezzo classico...eseguito con un'ipostazione tradizionale. Invece, quando in sala ho ascoltato "Four brothers" per la prima volta mi sono reso conto che il brano più moderno era "L'Ipae", il suo...sembrava scritto da Bill Frisell...

C.L.: E di Pietro Condorelli e Aldo Farias che ci dici? Non te ne uscire, però, con quelle frasi del tipo "siamo amici... sono ottimi musicisti", perché lo sanno tutti che siete grandi amici e che sono chitarristi eccezionali. Dicci, piuttosto, qualcosa di loro, e di te, che possiamo solo immaginare...
A.O.:
Beh, Pietro, oltre ad essere un compositore e un interprete di altissimo valore, è una persona che ha una conoscenza musicale impressionante. È un vero e proprio scrigno di sapere...un intellettuale della musica. Questo è un aspetto che non tutti conoscono e che io apprezzo molto. Aldo è uno dei più grandi chitarristi di musica classica che io abbia mai ascoltato. In "Bangladesh", il pezzo che ho scritto per "Four brothers", c'è una parte in cui lui suona proprio la chitarra classica. Resta, però, un lato della sua formazione artistica che Aldo tende a tenere per sé, per gli amici, ma ti assicuro che ha un'impostazione classica invidiabile. Io dei tre sono il più istintivo e non solo nel rapporto con lo strumento. Loro sono più precisi...più accademici. Io sono quello che legge peggio la musica...che arriva in ritardo alle prove perché non trova mai parcheggio...il più scombinato, insomma.

C.L.: Hai dichiarato che la qualità nella musica si sta abbassando. Credi che anche il jazz ne stia risentendo?
A.O.: Ai tempi di Franco Cerri i musicisti che affrontavano questo genere erano dei pionieri. Oggi è tutto più semplice, più immediato, ci sono molte scuole e ci sono i mezzi di comunicazione che aiutano. Questi fattori hanno sicuramente contribuito alla diffusione del jazz e hanno provocato un innalzamento del livello tecnico e strumentale. Non c'è stato, però, parallelamente, un incremento della qualità artistica. Vedi, il jazz non è uno schema rigido...non sono quattro accordi. È un modo di affrontare la musica e di esplorarla armonicamente. Diventare un buon musicista è alla portata di tutti: ti fai dieci anni di conservatorio, qualche corso di specializzazione e diventi un buon musicista. Essere un artista è un'altra cosa. L'arte è uno stile di vita...è il tuo modo di essere...è la tua evoluzione. Sono convinto che si nasca artisti...non lo si diventi. Esiste una predisposizione naturale che, se riesci a perfezionare nel tempo, ti consente di raggiungere certi livelli di espressione. Ma è qualcosa che è già parte di te...della tua anima.

C.L.: Da qualche anno si legge nella tua ricerca musicale un tentativo di recuperare un approccio mediterraneo...
A.O.: Da sempre! Nei dischi più recenti, tipo "Jazz napoletano" o "C'era una volta Napoli", è più evidente, ma la voglia di fondere world music, jazz e tradizione partenopea è stata sempre un obiettivo importante del mio percorso e di colleghi come Joe Amoruso. Napoli è il centro del Mediterraneo e noi napoletani abbiamo la nostra cultura, che inevitabilmente influenza quello che facciamo. Ma questo non vuol dire ripudiare la lezione afro–americana. Soltanto che per suonarlo bene dalle nostre parti il jazz va contaminato. Tu puoi associare tutte le influenze di questo mondo, ma se non le fai passare attraverso te stesso otterrai sempre qualcosa di finto.

C.L.: Hai citato Joe Amoruso, sappiamo che vi lega un rapporto particolare. Ce ne puoi parlare?
A.O.: Io sono di Torre del Greco, lui è di Boscotrecase. Più che napoletani...ci sentiamo "vesuviani". Se io suonassi il piano, mi piacerebbe suonarlo come lo suona lui. E sono convinto che se Joe suonasse la chitarra avrebbe uno stile molto vicino al mio. È vero, abbiamo un retroterra musicale diverso, il mio è jazzistico e il suo è classico, ma ci stringono molte cose...viaggiamo sulle stesse frequenze...siamo molto simili nel modo di sentire e di concepire la musica. Prima parlavamo di arte e dell'essere artisti...ecco...Joe è un vero artista. A me non me ne frega di sentire uno che fa una scala a mille all'ora...di cose "circensi" ne ho viste parecchie...persone che suonavano la chitarra con la lingua, le orecchie...il naso. Sono cose che mi impressionavano quindici anni fa. Oggi, mi bastano anche tre note...ma mi devono emozionare. Ho bisogno di emozioni...e Joe è uno che quando suona riesce sempre ad emozionarmi.

C.L.: Oltre ad essere un esponente autorevole del chitarrismo jazz napoletano...pardon..."vesuviano", sei uno dei pochi al mondo che riesce a fare musica con uno strumento d'avanguardia che hai ribattezzato "chitarra a fiato", al secolo Yamaha G 10...
A.O.: La G 10 è una chitarra che "crede" di essere un sassofono...o viceversa. Ha la tastiera di una chitarra, ma ha anche un'imboccatura che è simile a quella di uno strumento a fiato. E per poter produrre qualche suono decente occorrono respirazione circolare, colpi di lingua e altri accorgimenti che utilizzano i fiatisti. Con la leva del vibrato si ottengono i quarti di tono, i bisacuti e un maggiore attacco ad ogni singola nota. Tutto ciò mi permette di pensare non solo da chitarrista, del quale resta, però, l'utilizzo della mano sinistra...che è fondamentale! Sai perché è uno strumento che mi piace? Perché mi ha permesso di sperimentare...e perché caccia dei suoni stranissimi che sembrano arrivare direttamente dall'anima.






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Data pubblicazione: 07/07/2005

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