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Intervista a Jerry Bergonzi
Jerry Bergonzi European Quartet
13/11/2002 – Palermo, Teatro Metropolitan

di Antonio Terzo

Godibilissima esibizione quella di Jerry Bergonzi, nello stile jazzistico più tradizionale, grazie anche al supporto di musicisti di provata stabilità tecnica: l'impeccabile Renato Chicco al piano, il solido contrabbasso di Dave Santoro e il fantasioso incedere del drumming di Andrea Michelutti.

Bergonzi merita un posto nell'Olimpo del jazz solo per la voce robusta del suo sax, e se certamente il sassofonista è riconosciuto dagli esperti come colui che ha meglio assimilato, metabolizzato e, se si vuole, che più di tutti i tenoristi bianchi incarna la lezione coltraneana, riuscendo a suscitare per questo grandi emozioni, la sua resta tuttavia un'espressività molto originale.

Stacca il tempo, Jerry Bergonzi, ed il suo sax tenore riempie il teatro di note precise, con un gergo articolato, pieno e compiuto, e soprattutto rispondente ad una rigorosa logica improvvisativa.

Particolare l'arrangiamento di I love you (Cole Porter), quasi hard-bop, in un ritmo fast con sincronici interventi di Michelutti sul solo del piano e l'improvvisazione del sax accompagnata da drums e contrabbasso, senza pianoforte, in un dialogo con la batteria che rafforza le note del leader, producendosi in una serie di figure ritmiche con colpi che sembrano rapide ed intense pennellate.

Molta tensione nel secondo brano, con un fantasioso solo del piano per una raffica di note e frasi modulate nelle varie ottave. Bergonzi assorbe la musica, osservando in disparte i propri compagni suonare. Varie le pause nel recitato del sassofonista, quasi a cercare il giusto disegno melodico-improvvisativo, cosicché i brevi silenzi giungono a far parte della stessa esecuzione, mostrando come per un buon assolo non siano sempre necessari fiumi di note.

Un cammeo il pezzo Tribute, una classica ballad che va dritta a scaldare il mood dei jazzofili presenti, ulteriormente impreziosita dal contrappunto di Santoro, con note lunghe e rilasciate ed un disteso fraseggio ad assecondare l'atmosfera soft del brano, ancora sorretto dalle spazzole di Michelutti e da essenziali accordi di Chicco che si limitano a rendere l'armonia del tema principale.

Oltre che della propria abilità creativo-interpretativa, Bergonzi dà prova anche della sua raffinata verve compositiva eseguendo vari brani originali, come Optimum Propensity (dall'album Just within), introdotta da una divertente presentazione in cui ricorda le proprie origini italiane: "My father and my mother always spoke Italian … but not each other! (Mio padre e mia madre parlavano sempre in Italiano… ma non fra di loro!)". Poderosa e veloce l'articolazione delle sue frasi e la varietà del riff anche in The Tomb (da Lost in the shuffle) dove il tema in tonalità minore risolve in un accordo maggiore che infonde calma per l'improvvisazione del piano, così come pure nel bis, affidato a Let's Pretend (da The New Standards di Dave Santoro), per il finale di Bergonzi che ripete a perdifiato il main-theme… E non si finirebbe mai di ascoltarli, e loro non finirebbero mai di suonare, anche se visibilmente stanchi. Di seguito, la bella intervista fatta in camerino, poco prima del concerto.

Antonio Terzo: La sua vita è ricca di storia: il Berklee College, gli studi di legge all'Università, suonare da bassista per fare un po' di soldi e realizzare il suo sogno, ossia andare a New York…
Jerry Bergonzi: Ma mi divertivo a suonare il basso, per me era un bel divertimento, anche quello era parte del sogno. Era un grande sogno!

A.T.: Dal momento che sarebbe complicato per lei ricordare tutto, soffermiamoci su un periodo di tempo specifico: le dispiacerebbe raccontare del suo periodo a New York, negli anni '70, quando lei e molti altri jazzisti suonavate insieme?
J.B.: Beh, mi trasferii a New York con un bassista, il suo nome era Harvie Swartz, un nome penso giudeo… Organizzavamo molte di jam sessions e lui mi aiutò a trovare un lavoro. Poi mi trasferii a Manhattan, da un certo posto andai in un altro posto a Manhattan che era giusto sulla 28th Street, e presi un appartamento al terzo piano. Al primo aveva casa un mio amico, Rick Killburn, e lì facevamo sessions ogni giorno, nel suo appartamento… Ma talvolta suonavamo anche nel mio, C'erano solo tre appartamenti, e grazie a Dio al tizio che viveva al piano di mezzo il jazz piaceva! Così, con me in session talvolta c'erano Joe Lovano, Billy Drewes, Steve Slagle, alcune volte Mike Brecker veniva in appartamento da me, altre volte Bob Berg, Dave Liebman, Steve Grossman, molti sassofonisti, di solito, un solo batterista ed un solo bassista, delle volte io suonavo la batteria, sai. Ci divertivamo, suonavamo molto in session e prendevamo ingaggi, facevamo delle serate, perché si lavora con molte date, sai, facevamo le serate che potevamo…

Nel 1973, '74, '75, in quei tre anni, ho suonato con il gruppo Dave Brubeck Two Generations, con i ragazzi [i figli di Dave Brubeck, n.d.r.]… Nel '78 mi sono ritrasferito a Boston e negli anni '79-'80-'81 ho suonato con il Dave Brubeck Quartet, quindi questa è stata la mia…

A.T.: E' stata la sua opportunità, la sua occasione…
J.B.: Sì, è stata la mia occasione per far vivere tutto, per crescere come musicista. Ma dopo tre anni di fare così, avevo bisogno di qualcosa di diverso, così nel 1981 ho smesso di fare questo. Tornato a New York ho suonato con Tom Harrel, lui è un famosissimo trombettista, con molti musicisti davvero fantastici, con John Scofield

A.T.: Esibendosi con Brubeck, ha incontrato Bill Evans, Gerry Mulligan
J.B.: Sì, con Gerry Mulligan ho suonato… Ho fatto qualcosa con Bill Evans, il pianista, poco… Ero con la National Jazz Ensemble, in questa formazione Bill Evans era solista ospite, così è stata una grande opportunità solo ascoltare Bill Evans suonare.

A.T.: Vuol raccontare qualcosa di quel periodo?
J.B.: Penso sia stato un periodo fantastico per me, perché ho incontrato tutti i miei colleghi e tutta la gente con cui avrei suonato nei successivi vent'anni… Sai, questo è il vero college, tutto il resto sono cavolate… Beh, non cavolate, era serio, ma… Perché è la tua vita, perché in un primo tempo sei studente, poi diventa la tua vita, è differente.

A.T.: In molti dei suoi CD lei ha registrato con l'organo Hammond di Dan Wall, mentre adesso, nell'ultimo album, Live Gonz! per l'etichetta DoubleTime, suona accompagnato dal piano: c'è una particolare ragione per cui allora ha voluto l'Hammond e perché adesso ha cambiato?
J.B.: E' come un indumento … Te ne piace uno, ma dopo un po' hai bisogno di un'altro vestito!

A.T.: Lei ha anche vissuto in Francia, insegnando e ovviamente suonando: qui ha anche vinto il premio Accolade per il miglior Album Jazz, nel 1992, con il progetto Signed by insieme al pianista Kuhn. Come trova la scena jazzistica europea?
J.B.: Se posso dirlo in tre parole: viva-e-vegeta! Sì, è fantastica! La scena jazz europea è grande… Ritengo che il vostro sostegno alle arti sia molto maggiore di quello negli Stati Uniti. La scena jazz è fantastica qui, questo è il motivo per cui veniamo qui a suonare!

A.T.: Ma non crede ci sia uno specifico paese europeo dove si faccia jazz meglio che in altri?
J.B.: Penso che tutti facciano del buon jazz… La Germania…

A.T.: La Germania?
J.B.: Certo, la Germania ha una grande scena jazzistica, una scena free jazz anche… Tutti i paesi hanno buoni ambienti jazz, la Spagna, la Francia, Parigi è stupefacente, la Danimarca l'adoro…

A.T.: E c'è qualche giovane sassofonista che le piace?
J.B.: Mi piacciono tutti… Penso siano tutti fantastici…

A.T.: Qual è lo strano nome del suo gruppo quando con voi suona George Garzone?
J.B.: Gargonz! Oh, amo suonare con George. George è imprevedibile, suona tutto, mi sorprende sempre, suona mettendo un grande senso dell'umorismo nella sua musica.

A.T.: E tra i sassofonisti italiani?
J.B.: Joe Lovano

A.T.: Sì, ma lui è di origini italiane, non Italiano.
J.B.: Oh, un sassofonista italiano? Maurizio Giammarco, anche Stefano Di Battista… Sassofonisti come questi… Sai, sono tutti piuttosto giovani, ne dimentico i nomi…

A.T.: Lei è educatore, pure insegnante, ha pubblicato molti libri di jazz: dato che purtroppo non c'è tempo sufficiente perché tenga una lezione, che suggerimento vuol lasciare ai nostri navigatori, almeno come teorico?
J.B.: Direi che il modo migliore per suonare jazz è ascoltarlo, ascoltare ciò che ti piace di più. E' tutto, non ci sono segreti! Non c'è affatto bisogno di capire il jazz, noi cerchiamo di capire sempre troppo, ma … Quando ascolti, provi qualcosa, no? Questo è il motivo per cui ascolto… Non cerco di capire la musica, cerco di sentirla. E continuare ad ascoltare qualsiasi musica diventa come apprendere una lingua straniera. C'è anche bisogno di un buon insegnante. E per essere un buon musicista è necessario un incredibile mucchio di tempo… Quindi la risposta alla domanda è: ascoltare il jazz ed organizzarsi così da avere tanto tempo. Questo è ciò che davvero occorre fare. Non si può imparare il jazz se si hanno solo tre minuti al giorno.

A.T.: Secondo lei, dove sta andando oggi il jazz?
J.B.: Non so dove stia andando, ma ascolto tanti elementi differenti che sopraggiungono, un po' di roba latin, vari elementi africani, qualche elemento indiano, un bel po' di cose classiche, e ascolto anche tante novità ritmiche, sento suonare pezzi in 5/4, 7/4 … Sta diventando piuttosto normale oggi, mentre vent'anni fa non lo era, adesso tutti suonano 5/4 e 7/4.

A.T.: Pensa sia una buona cosa?
J.B.: E' grande, bello!

A.T.: Lei ha un sito web, quindi crede nella moderna tecnologia e nella comunicazione…
J.B.: Sì, ho un sito web, ma non ho messo io quello che lì viene detto! Ho un email, questo è tutto quello che faccio con il mio computer, è parlare con tante persone per email… E penso sia grande! Sai, si possono fare le cose in modo molto veloce, posso parlare a dieci persone in trenta minuti e… Così, chiedono: "Ehi, Jerry, che tipo di ance usi?", non devo fare telefonate, "Uso ance Rico numero 3" – "Grazie" – "Buona fortuna!".

A.T.: Tuttavia sul sito la pagina dei progetti attualmente è vuota: vuole informare coloro che la seguono circa i suoi piani futuri attraverso Jazzitalia?
J.B.: Sto scrivendo un uovo libro, è un progetto, sto facendo tanti progetti… Sarà per questo che la pagina è vuota! Sto richiamando varie persone… Farò diversi concerti, andrò a Febbraio in Svezia, a Marzo in Francia, suonerò in tour con questo gruppo a Maggio, in Svizzera, Austria… Non credo che saremo di nuovo in Italia.

A.T.: Continuerà anche ad insegnare?
J.B.: Insegnerò quando tornerò a Boston, al New England Conservatory. Tutti pensano che io insegni all'estero; no, insegno lì.

A.T.: Cosa pensa della musica che viene insegnata nei conservatori?
J.B.: I musicisti classici sono intimiditi dai musicisti jazz… Sono intimiditi, quindi hanno paura di noi… Ma è una eventualità che sarebbe comunque avvenuta: noi siamo la nuova musica classica!

Antonio Terzo

I CD che Bergonzi ha inciso per la Red Records:



1998 Radio Suite (Salvatore Tranchini)
1998 Together Again for the First Time
1994 Napoli Connection
1991 Tilt
1991
ETC Plus One

1989
Lineage
1989
Inside Out
1988
On Red


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Data pubblicazione: 08/01/2003





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