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Intervista a
Mauro CAMPOBASSO R.C.: Quali sono i primi contatti che hai avuto
con la musica? Il primo approccio alla musica suonata é avvenuto, come per molti miei coetanei, suonando in piccole rock bands e coltivando quindi una grande passione per il rock ed il blues, dai Led Zeppelin ai Cream, da Jimi Hendrix a Jeff Beck.
M.C.: Ci sono stati sicuramente molti momenti cruciali nella mia formazione. Tra questi, il primo seminario di Joe Diorio, a Ravenna nel 1989, e di lì a poco, il mio trasferimento a Bologna per studiare al DAMS. Riguardo a Diorio, debbo dire che rimasi incantato dai suoi insegnamenti, dal suo carisma e tuttora sono sempre attento alla sua attività didattica e artistica, da cui imparo sempre cose straordinarie. La cosa più importante fu l'energia che Diorio trasmise in quell'esordio italiano. Sotto la sua influenza, in quei giorni, andavo sempre di più maturando la consapevolezza di diventare musicista. L'arrivo a Bologna, invece, fu principalmente importante come fatto d'inserimento sociale e decisivo nell'impormi una seria disciplina nello studio. Dopo aver vissuto per alcuni anni in provincia, l'arrivo in una città più grande fu abbastanza difficile, ma stimolante. Da una parte la vita universitaria, teorica e lontana dalla musica suonata, dall'altra le prime jam, gli incontri con i nuovi amici musicisti e le prove con i nuovi gruppi. In quegli anni si andava delineando a Bologna un panorama musicale molto preciso: un folto gruppo di musicisti d'area be-bop, al quale si contrapponevano altre forze musicali, dal free alla fusion. Per quanto mi riguarda, ho sempre cercato di coltivare più stili, senza per questo aver bisogno di schierarmi con una parte piuttosto che con un'altra. In ogni modo, in questi anni ho avuto l'occasione di incontrare alcuni degli amici musicisti con cui collaboro tuttora, da Alfredo Impullitti ad Achille Succi e Luca Bulgarelli, fino all'attuale sodalizio con la cantante Cecilia Finotti. Altro importante motivo di crescita, è stata la frequentazione dei seminari di Siena Jazz, dove ho studiato con Enrico Rava, Bruno Tommaso, Tomaso Lama, Furio Di Castri, Paolo Fresu: tutti equamente importanti per la mia maturazione. R.C.: Quali sono, oggi, i tuoi punti di riferimento?M.C.: Le influenze sono molte. M'interesso molto a Dave Douglas, Steve Coleman, Vince Mendoza, Michael Brecker, Brad Mehldau: tutti artisti che hanno saputo fondere con sensibilità la tradizione ed il presente.
Sono poi molto vicino, sin dall'infanzia, a compositori classici e contemporanei dell'area cosiddetta "colta": Bartòk, Stravinsky, Ravel e Berg. Recentemente ho coltivato l'ascolto d'artisti e gruppi come Alanis Morissette, Bjork e Radiohead: il nuovo cd di questi ultimi è un coraggioso passo in avanti nell'ambito di una ricerca sonora e sperimentale, che sembra ormai abitare in un certo tipo di rock più che in altri universi musicali. R.C.: Con il tuo attuale
quintetto hai registrato un disco nelle cui note di copertina affermi un forte
legame con il mondo delle immagini. Che rapporto intercorre tra esse e la tua
musica? Il mio rapporto con queste è molto forte; il cinema e la fotografia sono da sempre mie grandi passioni. Quello che m'interessa delle immagini è loro capacità d'essere evocative. Vorrei poter credere di riuscire, anche se solo in piccola parte, a creare delle visioni con la mia musica. Questo è il presupposto iniziale del mio lavoro compositivo. Il mondo dell'immagine è inviolato e silenzioso. Da questo silenzio nasce la musica, non dalla voglia di sottolineare l'immagine o di farne un commento sonoro. Non ho un rapporto calligrafico con l'immagine. La corrispondenza emozionale con il cinema è nata più da un fatto ispirativo che realmente strutturale. Come ho detto in un'altra occasione, vorrei che nella musica si intravvedesse una trama narrativa, poi tutto il resto. Il proposito di base era quello di realizzare un cd di jazz, ma non ancorato ad uno stile ben preciso. R.C.:
Come nasce il quintetto "Image"? M.C.: Volevo costituire un gruppo con un sound che riecheggiasse certa cultura americana senza rinnegare quella europea, la mia. Bel problema! L'unica soluzione era quella di mettere insieme dei musicisti di diversa estrazione. La prima scelta è stata quasi obbligata: Alfredo Impullitti. Oltre al fatto d'essere amici da quasi un decennio, volevo nel gruppo un pianista che suonasse i sintetizzatori e non un vero e proprio tastierista. Mi attirava l'idea di decontestualizzare un musicista come Alfredo, vicino mondi più ariosi e ispirato da un pianismo di matrice europea, e sentirne l'effetto nel contesto più geometrico della mia musica. Credo di aver ascoltato Mauro Manzoni, con gli Inno, per la prima volta nell'inverno del 1990, ma non ci siamo frequentati fino al 1997, quando l'ho chiamato a suonare in Image. É stato Alfredo a suggerirmelo: Mauro è un musicista particolarissimo, personale; la sua voce al soprano è preziosa per il suono del gruppo e sta diventando una sorta di mio alter ego. Penso che nel suo modo di suonare siano racchiuse le lezioni di Surman, Garbarek e Marsalis unite ad un notevole spessore umano. Io e Luca Bulgarelli, invece, ci
siamo conosciuti verso la fine del 1996, grazie alla collaborazione con la
cantante Cecilia Finotti, con cui abbiamo realizzato un cd nel 1998.
Luca, che suona sia il contrabbasso che il basso elettrico, si è mostrato
subito entusiasta all'idea di partecipare ad Image: egli é un musicista
profondamente sensibile a diversi generi di musica, nonostante la sua forte
anima ed esperienza nel Jazz; ha il gran dono di suonare principalmente per la
musica e per il gruppo e in ultima istanza per se stesso, nonostante sia uno
straordinario solista del suo strumento.
R.C.: In "Love and lies" ti concentri
soprattutto sull'aspetto compositivo, che rapporto hai con il tuo strumento? © 2000 - 2002 Jazzitalia.net - Roberto Catucci - Tutti i diritti riservati
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