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Intervista a Emanuele Sartoris
dicembre 2019
di Gianni Montano
foto di Valerio Averono

Emanuele Sartoris è un giovane e brillante pianista piemontese, provvisto di un'ottima preparazione classica ma votato al jazz da un certo numero di anni. La sua attività lo vede impegnato con diverse formazioni. Lo intervistiamo alla fine di un anno particolarmente gratificante per lui, in cui ha lavorato parecchio nei club e nelle sale, ha trovato collocazione fissa in un programma su Rai 5 e ha proseguito nella sua appassionata opera di docente a Ivrea e dintorni.

Come stai vivendo questo periodo, dal punto di vista artistico, ricco di occasioni e di progetti, dal disco in duo a quello in solo, dal primo disco di "Night dreamers" alla partecipazione come ospite, insieme al gruppo, alla trasmissione "Nessun dorma" su Rai5?
Sicuramente si tratta per me di un periodo di grande creatività in cui sto realizzando e immaginando incessantemente ciò che voglio trasmettere attraverso il pianoforte. La mia presenza, come ospite stabile della trasmissione TV "Nessun Dorma" in Rai con i "Night Dreamers", mi ha consentito di suonare con autentiche leggende della musica italiana come Enrico Rava, Tullio De Piscopo o Patrizio Fariselli. Questo mi ha permesso di continuare ad ipotizzare alla direzione che voglio imprimere al mio modo di fare musica.
Sono davvero lieto e molto soddisfatto di poter dare alla luce i tanti progetti che ho in cantiere. Tuttavia una mia prerogativa è quella di non soffermarmi mai a guardare ciò che sono riuscito ad ottenere, o a ciò che sta funzionando particolarmente bene. Mi piace piuttosto lanciare lo sguardo verso il futuro, proiettarmi verso ciò che dovrà ancora accadere. Chi mi conosce lo sa bene. Ho la capacità di sognare e programmare con grande anticipo i progetti a cui voglio dare vita e quasi sempre ho la determinazione e la voglia di assumermi i rischi per portarli a termine. Non sono certo di vivere bene nel presente; piuttosto mi piace prevedermi nel futuro, anche con le preoccupazioni che ne derivano, unite al desiderio di respirare l'aria frizzante che porta con sè l'aspettativa dell'incerto.

Ci sono differenze sostanziali fra i tuoi ultimi tre dischi. Mi esprimo con definizioni sintetiche e giocoforza approssimative. Il disco in duo "I suoni del male" è intimista- il cd in solo"I nuovi studi" è caratterizzato da una valanga di note che racchiudono un messaggio permeato di lirismo-l'album "Technè" è contrassegnato da jazz moderno dove mostri un hard bop a tratti energico, pur con un retrogusto melodico. Verso quale di queste tre strade pensi sia indirizzata la tua rotta in un prossimo futuro?
L'analisi che proponi rispetto alla mia attività discografica è decisamente calzante. Questi album individuano aspetti differenti della mia voglia di descrivere attraverso la musica, unita anche alla natura delle persone con cui abbiamo dato vita a questi progetti.
Per quanto riguarda "Tèchne", il disco con i Night Dreamers, emerge la personalità dinamica ed energica del gruppo anche grazie a composizioni a firma di ognuno dei componenti, dal Sax di Simone Garino, passando per il contrabbasso di Dario Scopesi, fino alla batteria di Antonio Stizzoli. E' stato così anche per il duo con Marco Bellafiore,"I Suoni Del Male", in cui grazie alla nostra natura sonora e discorsiva è potuto scaturire qualcosa di introspettivo, di interiore. Sicuramente il disco con i "Night Dreamers" illumina qualcosa di inaspettato rispetto alle direzioni che ho intrapreso precedentemente, anche per ribadire il tipo di sound costruito con il quartetto nel corso di questi anni in Rai e nelle esibizioni dal vivo. Nel disco in quartetto "Téchne" c'è un'energia torrenziale che di certo non stona con alcuni passaggi frenetici presenti nel piano solo, "I Nuovi Studi", così come alcuni tratti più riflessivi di questo piano solo sono accomunabili con molti passaggi de "I Suoni Del Male". Se devo pensare al domani, la rotta che voglio intraprendere consiste ancora nella ricerca su come comunicare con gli altri in profondità attraverso il suono. Ciò che vorrei realizzare è emozionare e descrivere con il minimo gesto indispensabile, far sì che ogni nota, ogni frase, abbia un peso specifico ed una importanza tale da poter costituire la pietra angolare del mio stile improvvisativo. E' un impegno costante per il quale forse questa vita non basterà per vederne i risultati, ma l'unico modo per ricavare questo controllo narrativo sul proprio strumento è studiare a fondo e non smettere mai di ricercare mettendosi costantemente in discussione.



Hai citato Rava, come partner occasionale a "Nessun dorma". Il trombettista è un teorico, se si può definire in questo modo, delle cosiddette "Note necessarie". Sostiene, cioè, che in un'improvvisazione occorre limitarsi, non eccedere nelle variazioni e negli eventuali orpelli. Eseguire solo quello che è funzionale allo sviluppo del brano. I tuoi assoli sono sovraccarichi di note. Ne fai un numero sterminato (esagero di proposito). Te lo chiedo in modo provocatorio, perché a me piace quello che fai, sei proprio sicuro che le tue note siano tutte "necessarie" quando ti misuri nei tuoi spazi solistici?
Cogli, e mi obblighi a confessare, un aspetto peculiare soprattutto presente ne "I Nuovi Studi". Come anticipato, questo disco vuole essere un'opera di ricerca tecnica che trovo fondamentale nel percorso di ogni strumentista per migliorare la propria espressività e per poter mettere in sintonia istantanea il rapporto tra pensiero, idea e gesto pianistico, in modo tale da potersi porre come miglior tramite possibile tra chi suona e chi ascolta. In questa visione "I Nuovi Studi" volevano essere quasi un esorcismo tecnico, un qualcosa che mi portasse sulla cima della montagna per poter valutare a posteriori cosa mi è stato utile alla scalata e cosa meno. Risponderei che in questo momento della mia espressività, sì, sono tutte note indispensabili, pur sapendo che molto probabilmente domani non lo saranno più, poiché, forse, sarò in grado, spero, di esprimermi diversamente. Ma ad oggi sì, lo riconfermo, quelle sono state tutte note necessarie.

Il confine fra virtuoso e virtuosistico probabilmente è molto sottile. Per alcuni, cito un nome non a caso, Fabrizio Bosso è solo spettacolare. Tanto fumo e niente arrosto. Per altri è un grande trombettista. Oscar Peterson è spesso criticato, nella sua epoca, per il suo eloquio sovrabbondante. Tu come vedi la questione? I musicisti virtuosi sono destinati a dividere critica e pubblico?
Ritengo fondamentale l'aspetto tecnico per essere in grado di poter comunicare al meglio tutto ciò che si vuole raccontare attraverso il proprio strumento. Tuttavia essere tecnici sul pianoforte richiede di saper suonare non solo note in successione con rapidità, ma anche di avere un bel cantato, un bel legato, saper suonare un pianissimo. Tutto questo appartiene alla tecnica e al virtuosismo, e quelli appena citati forse sono gli aspetti più complessi da gestire. Il virtuosismo dev'essere al servizio dell'idea e del desiderio di esprimersi, se fosse diverso sarebbe fine a se stesso e quindi totalmente inutile. Bisogna solo esserne consapevoli. Se si tratta di una scelta comunicativa il passaggio a velocità vertiginosa è apprezzabile, diversamente è del tutto pleonastico. Nonostante ne riconosca la grandezza io non sono un grande fan di Peterson. Prediligo le intuizioni ed il peso pianistico di Monk. Pochi sanno che Thelonious conosceva benissimo l'aspetto tecnico del suo strumento, arrivando a suonare pagine di difficilissima letteratura pianistica romantica come gli studi di Chopin e venendo accettato e rispettato nelle severissime jam session con i grandi esecutori di stride piano come James P. Johnson e Willie "The Lion" Smith. Ciò nonostante Monk sceglieva di tenere la mano in un certo modo per ottenere un suono differente e personale. Quello per me è essere virtuosi, conoscere per poter scegliere come raccontare il proprio vissuto.

Parliamo di "Night dreamers". Come si è formato il gruppo e quali differenze hai apportato rispetto al precedente "Essence quartet"?
Il gruppo è nato dal trio composto dal sottoscritto al pianoforte, Dario Scopesi al contrabbasso ed Antonio Stizzoli alla batteria con cui suonavamo insieme già prima dell'Essence Quartet. L'esperienza in Rai, che oramai dura da tre anni, è iniziata in puntate di diversa natura in cui sono stato inserito, all'occorrenza, in piano solo, in trio con Stizzoli e Scopesi fino al settetto, allestito ad hoc per la puntata con Ivano Fossati e Paolo Conte. In quell'occasione compare per la prima volta Garino. In questo primo anno mi pare che abbiamo mostrato rapidità e prontezza nell' esaudire le richieste del conduttore Massimo Bernardini e degli autori omaggiando con arrangiamenti sempre nuovi gli ospiti presenti nelle varie puntate. Con questo background alle spalle, durante il secondo anno ci è stato proposto di diventare ospiti fissi della trasmissione ed a quel punto abbiamo pensato di coinvolgere il trasversale ed energico sax di Simone Garino. Insieme ci siamo trovati settimanalmente per preparare gli arrangiamenti di brani che dovevano diventare jazz, ma che partivano da contesti differenti, come la musica cantautoriale, il rock progressivo o il musical. Siamo riusciti ad elaborare il nostro sound in questa maniera. Citando alcuni dei titoli andati in onda, si comprende quanto gli arrangiamenti siano stati variopinti ed alle volte abbiano significato delle vere e proprie sfide. Cito fra gli altri: "Le Confessioni di Un Malandrino" per Branduardi, "Guardati dal Mese vicino all'Aprile" degli Area piuttosto che " Aggiungi un posto a Tavola" di Trovajoli o "La Vita Intensa" di Stefano Bollani. Quasi sempre i pezzi venivano suonati con l'autore presente o addirittura, come nel caso di Fariselli, insieme all'ospite stesso. Tutto questo ha permesso la formazione di uno stile e di un suono di gruppo che accomunasse le performance televisiva.
I Night Dreamers sono una formazione che, rispetto a Essence Quartet ha scelto quindi di maturare uno stile compositivo che mirasse in una direzione ben definita. La scelta di realizzare un concept album riguardante l'automobile sancisce l'intenzione di comunicare in gruppo ed il tentativo di farlo raccontando delle storie.

Hai eseguito dal vivo a Ivrea nel 2019 una suite dedicata a composizioni di Enten Eller. Cosa ti lega a Massimo Barbiero, Maurizio Brunod e al giro del Music Studio, non solo umanamente, professionalmente, ma pure dal punto di vista estetico?
Devo ammettere che eseguire le composizioni degli Enten Eller in piano solo, sfruttando l'artificio della forma di Sonata, è stata davvero una grande emozione. Grazie all'affinità che ho provato verso lo stile compositivo del quartetto,verso la libertà e le idee che risiedono in questo storico gruppo jazz italiano, man mano che suonavo e riarrangiavo i brani mi sono reso conto che stavo maneggiando del materiale che in qualche modo mi aveva formato. L'ho già dichiarato anche in altre interviste, ma devo moltissimo alla figura di Alberto Mandarini: se ad oggi sono un pianista professionista tutto sta nel fatto che "Da grande" avrei desiderato diventare come lui. "Il Manda" è una persona dal carisma straordinario, una preparazione strumentale e teorica magistrale ed è inoltre un uomo con una famiglia splendida. A Vercelli sono stato suo allievo in alcuni corsi di composizione, improvvisazione ed arrangiamento e frequentandolo ho pensato, e penso tutt'oggi, che quello fosse l'esempio da seguire. Insomma gli devo molto. Anni dopo sono entrato a far parte dell'Ivrea Jazz Club e di Music Studio in veste di insegnate di pianoforte. Qui ho avuto modo di conoscere il direttore artistico Massimo Barbiero e il chitarrista Maurizio Brunod. Devo moltissimo anche a Massimo che è una persona dall'integrità marmorea, con un senso filosofico ben delineato e un punto di vista intransigente su cosa significhi essere un musicista vero, privo di compromessi. Il percussionista eporediese mi ha insegnato molto su come approcciarmi a questo mestiere. Parlo molto con lui e spesso mi confronto o cerco consigli sulle vie da intraprendere. Abbiamo visioni del mondo differenti, ma spesso i suoi consigli e le chiacchierate sullo stato dell'arte ad oggi sono stati determinanti per raggiungere obiettivi che ho perseguito. Con Maurizio Brunod il rapporto è altrettanto positivo. Sono davvero entusiasta, fra l'altro, di aver iniziato di recente una collaborazione artistica con lui. Per l'occasione il duo con Marco Bellafiore è diventato il "Maurizio Brunod Ensemble". Con questo trio abbiamo da poco registrato un disco che uscirà a breve in compagnia di due ospiti straordinari del calibro di Daniele Di Bonaventura e di Gianluigi Trovesi. Insomma, nella mia esperienza formativa, nella mia frequentazione, manca solo Giovanni Maier!

Citi Bill Evans e Keith Jarrett come i musicisti più importanti per la tua formazione o perlomeno quelli che ami di più. Quanto è difficile distanziarsi da questi modelli a loro modo ingombranti? Intendo dire quanto è complicato raggiungere una cifra stilistica personale?
Credo che la strada tracciata da loro non sia solo stilistica, ma che contenga un concetto chiaro di ciò che volevano diffondere e conseguire attraverso la musica. Riscontro in entrambi questi grandi del pianoforte sincerità, libertà ed onestà nel veicolare la loro concezione di approccio allo strumento. Se si è sinceri e schietti nel modo di fare musica, nelle intenzioni e se si ha un'idea ben precisa da seguire, è più semplice far risaltare la propria personalità. Essere se stessi non è affatto facile. E' più semplice imitare gli altri che hanno indicato la strada da percorrere, ma avere personalità credo sia l'unico obiettivo per cui valga la pena perseverare per provare a raccontare, a rappresentare qualcosa di nuovo.

Ti capita di esibirti in situazioni non certo ideali. Tu e il tuo gruppo suonate mentre la gente cena e/o chiacchera, ascoltando distrattamente il vostro sottofondo musicale. Cosa pensi in questi casi e quali sono gli ambienti in cui preferisci, invece, offrire la tua proposta?
La musica che propongo non ha a che fare con l'intrattenimento, vuole, infatti, comunicare qualcosa. Perché si possa trasmettere il proprio punto di vista è fondamentale che la controparte abbia intenzione di essere disponibile ad ascoltare. La musica di sottofondo è intrattenimento ed è agli antipodi di ciò che ricerco e dei contesti in cui rimango a mio agio. Ogni musicista è a sua volta un ascoltatore, di se stesso in prima battuta, delle persone con cui suona e, se è un buon esecutore, del resto del mondo musicale e non. Se da ascoltatore il suono che percepisco non mi emoziona, non ha nulla da raccontarmi, non mi coglie alla sprovvista spingendomi, magari, a riflettere e a rinnovarmi, anche mettendomi in difficoltà, rimane sterile e ininfluente. Occorre, per contro, che la musica penetri in me nel profondo ed è quello che cerco di fare anche suonando. Il silenzio e la gentilezza di chi ascolta, accogliendo e recependo il mio/ nostro suono, sono per me il terreno più adatto per lasciar crescere e sviluppare la musica.
Addirittura in determinati festival mi è capitato di suonare in luoghi dove le persone parlottavano senza sosta tra di loro. La musica scorre ugualmente per chi è sintonizzato e ha voglia di prenderla al volo, di esserne rapito. Spesso la musica è così magnetica da generare automaticamente il silenzio. Dovrebbe essere ogni volta così. Bill Evans non aveva nulla a che vedere con l'intrattenimento, eppure nei dischi live al Village Vanguard si sente il chiacchiericcio unito al rumore dei bicchieri e di posate in sottofondo. Il trio suona comunque stupendamente e la musica che genera è ugualmente strepitosa. E' innegabile che il silenzio avrebbe reso migliore anche le sorti di quella registrazione. Non ci sono dubbi in proposito. In generale il silenzio renderebbe migliori le sorti di qualsiasi musicista che desideri comunicare la sua idea in questo mondo, a patto che abbia un'idea.

Una parte importante nella tua attività attuale è dedicata alla didattica. Come imposti il tuo lavoro e soprattutto quale insegnamento credi sia più importante impartire ai tuoi allievi? Qual è il cuore, l'essenza del tuo lavoro di docente?
Mi piace molto insegnare, esattamente come mi piace stare sul palcoscenico tenendo un concerto. Ritengo che insegnare sia un atto di responsabilità. Penso sempre che se un grande come Chopin ha fatto dell'insegnamento il cardine della sua attività, anche se per motivi economici, nessuno che abbia a che fare con la musica possa reputarlo un'attività secondaria. Ho la fortuna di operare sia in scuole private con ragazzi maggiori di 14 anni, che in una scuola media ed in una elementare. Ho allievi di tutte le età, insomma. Ciò che mi piace è impostare il lavoro di apprendimento creando un percorso ad hoc per le doti e le inclinazioni soggettive di ciascun allievo. Soprattutto da insegnante di scuola elementare l'obiettivo che mi prefiggo è quello di rendere i miei alunni curiosi. Reputo un grandissimo successo quando in classe, dopo aver trattato un argomento, fatto ascoltare un brano, che si tratti di Beethoven, Debussy o Keith Jarrett il bambino mi dica la lezione successiva che è andato a sentire altri brani dello stesso autore, o meglio ancora che ha scovato altri autori, altri generi che gli possono piacere, che lo possono interessare. A quel punto il cerino della curiosità è acceso ed è davvero difficile che nel corso della vita smetta di bruciare.






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Data pubblicazione: 26/12/2019

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