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Jazz tra Laghi e Montagne.
Avigliana, cittadina incastonata tra i laghi e le prime montagne all'imbocco della Val Susa, ricca di un centro storico fascinoso, ospita da tempo il Due Laghi jazz festival. Inerpicarsi tra mura e vestigia medievali è una piacevole scoperta, le serate di fine estate sono fresche e quando si schiude finalmente la piazza Conte Rosso che incornicia il palco dei concerti, si scopre una location di prim'ordine. Atmosfera rilassata, amichevole, suggestiva: tutto si presta al buon ascolto.
A festival 2007 ormai terminato, abbiamo sentito Fulvio Albano per un bilancio e qualche considerazione generale sul jazz. Fulvio Albano oltre al "Due Laghi Jazz Festival " ricopre il ruolo di direttore artistico anche del "Susa Open Music Festival"; entrambe sono manifestazioni di rilievo internazionale aderenti al circuito Piemonte dal Vivo promosso dalla Regione. E' anche direttore artistico dell'"Altitude Jazz Festival" di Briançon, in Francia. Si occupa inoltre del "Due Laghi Jazz Workshop", master di perfezionamento realizzato in collaborazione con la Haute Ecole de Jazz de Suisse Romande di Losanna, ed è Presidente Fondatore del Jazz Club di Torino. La sua attività artistica contempla la partecipazione a numerosi festivals jazz italiani e apparizioni internazionali in tutto il mondo, con concerti a Helsinki, Lisbona, Lugano, Coutances, Praga, Ha Noi, São Paulo. Ha collaborato stabilmente con la RAI e con il Teatro La Fenice di Venezia. Attualmente è solista nella Big Band di Gianni Basso. Ha suonato, fra gli altri, con Dusko Goykovich, Johnny Griffin, Alvin Queen, Tony Scott, Lee Konitz, Franco Cerri, Benny Bailey, Slide Hampton, Bob Mover, Jimmy Cobb, Tom Kirkpatrick, Bobby Durham, Sangoma Everett, Dado Moroni, Tullio De Piscopo, Phil Woods, Dee Dee Bridgewater, Paul Jeffrey e Scott Hamilton. Parliamo con Fulvio Albano del Due laghi jazz festival, un'esperienza giunta quest'anno alla quattordicesima edizione. Il riscontro di pubblico è sempre stato buono; anzi, col passare del tempo il radicamento della manifestazione nella cornice di Avigliana sembra un dato acquisito. Si, la manifestazione è cresciuta costantemente negli anni, Segno probabilmente di un lavoro dedicato alla musica in quanto tale e non alle mode correnti. Voglio dire che lavorando quanto più possibile con coerenza e determinazione non v'e' alcun bisogno di far riferimento alla omologazione imperante. Esiste un'alternativa e, nonostante le difficoltà non siano poche, noi la percorriamo con entusiasmo. La città di Avigliana si presta benissimo alla realizzazione di un siffatto festival che vuole essere un momento di condivisione della cultura jazzistica più autentica con un largo pubblico. Gli ospiti sono sempre di livello altissimo. quest'anno Enrico Intra, Lee Konitz, Ray Mantilla, e poi i workshop, gli eventi collaterali e cene, presentazioni culturali, serate nei clubs…Un lavoro globale che si chiude poi con una tre giorni di concerti aperti, gratuiti, incorniciati nella splendida piazza Conte Rosso. come ci siete riusciti? con un lavoro appassionato e costante che ha avvicinato alla nostra organizzazione persone che vi dedicano volontariamente parte del proprio tempo, con competenze diverse e complementari a quelle musicali. è fondamentale a nostro avviso far si che la musica jazz non resti limitata a una cerchia di élite o votata all'intellettualismo, ma divenga, così com'e' stata sin dalla sua nascita, una esperienza socialmente condivisa. La bellezza dei luoghi, da Piazza Conte rosso ai laghi, contribuisce alla buona riuscita dell'evento. Teniamo conto inoltre che molte persone anche della provincia di Torino, hanno scoperto il centro storico e il parco ornitologico dei laghi grazie al festival. Due peculiarità del festival di Avigliana sono la gratuità dei concerti e la jam session del dopo concerto. La jam session è davvero una gradita sorpresa annuale, per una pratica sempre più rara in Italia… I concerti sono gratuiti per scelta delle amministrazioni comunali di Avigliana che dal 1994 ad oggi si sono avvicendate. l'amministrazione cittadina ha sempre sostenuto, insieme con la regione Piemonte, la Provincia di Torino, la comunità montana Bassa valle di Susa, unitamente a sponsors privati locali e internazionali - come Air France e fondazione CRT - i costi per la sua realizzazione. i locali e le attività commerciali della città hanno cominciato ad avvicinarsi poco a poco all'evento, dando un significativo contributo allo sviluppo delle sue attività collaterali come i concerti sui laghi, i concerti nei ristoranti e nei jazz club e le jam sessions notturne. queste, in particolare costituiscono il coronamento di tutta l'attività, in quanto avvicinano in modo del tutto informale e spontaneo gli artisti che si esibiscono sul palco principale ai giovani musicisti e al pubblico stesso che può così condividere alcuni sorprendenti momenti di jam a fianco di figure come George Arvanitas, Benny Bailey, Bruce Barth, Gianni Basso, Bobby Durham, John Engels, Dusko Goykovich, Slide Hampton, Reggie Johnson, Dado Moroni, Alvin Queen, Tony Scott e tanti altri. come diceva Dizzy Gillespie, "il jazz e' andare incontro alla gente". Il jazz secondo noi è proprio questo, un'esperienza dinamica, fatta di momenti clou sul palco, condivisione di esperienze in jam sessions e attività collettive spontanee. Da addetto ai lavori impegnato su più fronti, un giudizio sul jazz torinese e piemontese. Stiamo assistendo a una ripresa? Torino ha avuto una storia jazzistica di primo piano per l'Italia, che negli anni e' sembrata appannarsi … Il jazz secondo me è di casa a Torino e in Piemonte, terra che è sempre stata all'avanguardia nell'arte e nella cultura - nonostante tenda talvolta a lasciarsi sfuggire di mano alcune situazioni. credo che in Piemonte ci siano stati grandi musicisti storici, alcuni "padri fondatori", noti e meno noti - penso a Valdambrini, Basso, Fanni, Valenti -. vi sono tuttavia anche giovani con un certo talento cui occorre offrire opportunità. E c'è un vasto pubblico istintivamente vicino al jazz; siamo profondamente convinti di questo, al punto che a seguito delle numerose richieste di continuità dopo il festival abbiamo deciso di avventurarci in un'esperienza "metropolitana" e stabile, il Jazz Club Torino, per dare alla città e alla regione un polo di aggregazione attorno a questa formidabile esperienza artistica. Parallelamente abbiamo deciso di rifondare la grande orchestra stabile, con la trasformazione della Big Band di Gianni Basso nella Torino Jazz Orchestra, formazione rappresentativa della Città e del piemonte. Gianni Basso stesso ha fortemente voluto questo passaggio perché condivide l'idea che il jazz possa sopravvivere e svilupparsi attraverso la creazione e il sostegno di grandi orchestre, fucine e palestre per i giovani musicisti, in cui oltre a sviluppare le proprie capacità e attitudini solistiche, essi possano assimilare lo spirito di disciplina, rispetto e collaborazione con gli altri. secondo noi lo sforzo che si sta facendo oggi per inserire il jazz nelle scuole e nei conservatori può risultare vano se non si investe nelle orchestre, se non si offrono ai giovani le adeguate opportunità per fare esperienza. Fulvio Albano direttore di festival ma anche musicista e arrangiatore. Come concili le due attività? Non ti chiederò quale preferisci, ma le differenze, le difficoltà, le soddisfazioni… Sono un musicista prima di tutto, vivo di e per la musica. il jazz è la mia musica, la amo profondamente. per me ha un significato che va al di là di possibili spiegazioni razionali. E' innanzitutto una profonda passione. ciò che mi ha mosso in questa direzione e' stato dapprima l'aspetto collettivo, sociale, di condivisione, un elemento che e' anche alla base della nascita e della fortuna che il jazz ha incontrato nella sua storia. e che ancora lo caratterizza oggi. Secondo me il jazz incarna perfettamente la sintesi tra istinto e razionalità; è una musica che ti lascia ampia libertà creativa pur soggiacendo a un insieme di regole che la rende fruibile e comprensibile. Non amo il "free jazz etichettato" perché secondo me il jazz è sempre stato free per sua stessa natura. se devo esprimere le mie sensazioni, per me suonare, arrangiare, comporre o organizzare sono un tutt'uno, lo faccio con il medesimo entusiasmo, perché provo soddisfazione nel vedere il jazz continuare ad esistere; un entusiasmo che investo non tanto a livello individuale e personale, privilegiando il mio bagaglio personale quanto piuttosto entusiasmo per un fenomeno collettivo, per un percorso condiviso in cui mi sento profondamente coinvolto e a cui ho il privilegio di partecipare attivamente insieme ad alcuni dei miei grandi maestri ed ispiratori. Ho ascoltato il cd Jazz at the Piemonte clubbing (2006) contenente gli estratti dei concerti olimpici, apprezzando le variazioni per i fiati da te arrangiate per Stolen moments di Oliver Nelson e anche il delicato solo di tromba di Dusko Goykovich. Una melodia bellissima, speriamo entri in pianta stabile tra gli standards... Come ti ho detto, l'arrangiamento è un aspetto del jazz che mi interessa molto, anche se per me imbracciare un sax e suonare una melodia improvvisandoci sopra e' un piacere insuperato. lo standard per me, come per molti altri musicisti che stimo, è la base di un linguaggio e di tematiche musicali necessarie per una musica la cui genialità è collettiva, una musica in cui interplay, dialogo e comunicazione all'interno di specifici codici, sono tanto importanti quanto necessari. Certo Armstrong, Parker, Young, Ellington, Basie, Coltrane, Davis e molti altri sono stati punte di diamante. Ma non sarebbero mai esistiti senza la presenza di una collettività di musicisti e di ascoltatori, un insieme di persone che, unite, hanno apportato e continuano ad apportare linfa vitale a questa musica. il jazz è nostro, è di tutti, occorre difenderlo come tale. e' una musica straordinaria proprio perchè coniuga in modo ineccepibile l'aspetto soggettivo della creazione artistica con la cultura diffusa, oggettivamente condivisa. Parliamo del blues, degli standards, del rhythm changes e, oggi, anche di brani originali come Stolen Moments. la creazione astratta, puramente soggettiva, priva di un trait d'union con il passato e talvolta sbandierata come "il nuovo a tutti i costi" mi lasciano perplesso. Il vero nuovo nasce in modo sofferto e consapevole, è un picco ardito, proiettato verso il futuro che tuttavia ha alle spalle la grande base della storia. Il Jazz oggi, quali chances, quali prospettive? Oggi il jazz rappresenta un'esperienza artistica con una sua storia che deve saper riconoscere e rispettare. Avendo bruciato le tappe, si e' posto come una musica sempre in divenire, contemporanea, all'avanguardia. Era contemporanea e all'avanguardia la musica di Armstrong, così come quella di Lester Young, il Bebop, Parker, Miles, Coltrane. Oggi dobbiamo raccogliere questo immenso patrimonio e cominciare a ripensarlo come musica classica, rispettandone - e facendone sopravvivere - le forme storiche, con musicisti specializzati, dotati di un buon bagaglio culturale alle spalle, che sappiano confrontarsi con una storia "vivente" nell'interezza delle sue peculiarità espressive. per il jazz acquisire, in modo riconosciuto, lo status di musica "classica" non significa affatto dover rinunciare alla contemporaneità, bensì piuttosto ritrovare la necessaria consapevolezza delle sue fondamenta. e occorre favorirne lo studio e la diffusione: se un giovane musicista si sente vicino alla musica di Bix Beiderbecke, ad esempio, deve poterla studiare, approfondire, eseguire con piena dignità. Solo così, chi vuole e si sente portato per il contemporaneo o l'avanguardia potrà confrontarsi con un ambiente musicale completo e professionale. "L'esperienza mi dice che si conosce un'opera intimamente solo quando si può cantarla mentalmente a se stessi e quasi ricrearla nella propria mente" diceva Aaron Copland. Ecco perché è importante riconoscere la classicità della storia del jazz e farne costante pratica di studio. Perchè oggi è ammesso suonare Mozart o Bach contemporaneamente a Schonberg, Boulez, Nono, Berio o Cage mentre non ha pari dignità chi invece vuole studiare e suonare - professionalmente e non solo da amateur - il New Orleans, lo Swing, il Be Bop, il Modale ecc.? Lo status di "musica classica" è, a mio avviso, il contrario di ciò che può apparire: è un'esperienza collettiva, di rispetto di tutte le forme e proteso con consapevolezza verso il futuro. Oggi un artista à la page, omologato in modo autoreferenziale con stili da copertina, con un percorso del tutto individualistico e elitario, è utile io credo solo a fini commerciali. La vera esperienza jazzistica è collettiva. Oggi nel jazz una certa produzione viene considerata come opera artistica a priori, mentre la storia insegna che la genialità più autentica si riconosce nel tempo; e solo allora, col tempo, diventa inossidabile. "To be a genius take a long time", ripete spesso il mio amico Dusko Goykovitch. Il jazz oggi è per me "musica classica" a tutti gli effetti. una musica in continua evoluzione che ostinatamente deve indurre a conoscere, comprendere, assimilare, riscoprire e sperimentare costantemente la sua storia, rinnovandone la sua più intima vocazione. Discografia di (e con) Fulvio Albano
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