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Intervista a Luca Mannutza
di Franco Giustino

F.G.: Aiutami a far conoscere Luca Mannutza. I suoi inizi, i passaggi, le persone chiave nella sua vita.
L.M.: Il mio rapporto con la musica è iniziato piuttosto presto intorno ai 4 anni e mezzo. Mio Padre, grande appassionato di musica, suonava molto bene il violino, il pianoforte, anche se il suo strumento principe era la chitarra, pur da autodidatta. La casa era piena di strumenti musicali, è stato "normale" che anche io mi appassionassi presto alla musica. A sei anni ho iniziato a prendere lezioni private di musica classica, ad undici mi sono iscritto al conservatorio, diplomandomi a diciotto. Non nutro un buon ricordo della mia esperienza in Conservatorio. Contestualmente frequentavo la scuola, diplomandomi al liceo scientifico. Le persone chiave nella mia vita sono state senza dubbio i miei genitori, non mi hanno mai ostacolato assecondandomi in tutte le mie scelte. Anche quando ho rinunciato all'insegnamento nelle Scuole Medie per dedicarmi esclusivamente a fare il musicista. Poi mio nonno, che con pazienza veniva ogni giorno a casa, chiedendomi di suonare qualcosa per lui. Il motivo era che, riuscendomi facile suonare, studiavo poco e lui con questa scusa mi faceva passare ore al pianoforte – non era certo una tortura, tutt'altro! - Devo riconoscere, ora che sono più maturo, che rimpiango di non avere in passato studiato di più.

F.G.: Mi parli del tuo rapporto con lo strumento che suoni: il pianoforte.
L.M.: La scelta è stata dettata dal fatto che in casa c'era il pianoforte, anche se quando mi sono iscritto al Conservatorio avevo deciso di cambiare strumento e dedicarmi al violoncello – non chiedermi perché! Non saprei risponderti ero piccolo -. Optai poi per il pianoforte, e sono contento di avere fatto questa scelta.

F.G.: Non hai iniziato suonando Jazz. Quando sei rimasto "folgorato" da questa musica?
L.M.: Diciamo che questa scelta è legata ad una delusione. Mi spiego: non appena diplomato avrei voluto intraprendere la carriera di musicista classico. Come ti dicevo, pur non studiando molto andavo bene, la mia media d'ammissione all'esame era piuttosto alta. Per un gioco di scambio di "favori" tra commissioni, il mio voto fu abbassato notevolmente. Questa cosa, all'epoca, mi ferì molto. Ritenevo di avere subito un'ingiustizia. Da qui ebbi un rifiuto nei confronti della musica classica. Mi appassionai quindi al Rock progressivo: Genesis, Yes. Poi un mio amico, appassionato di Jazz, iniziò a farmi ascoltare i Weather Report, ed alcuni standard. A 23 anni decisi che quella era la mia musica, ed iniziai a studiarla.

F.G.: Quali sono i musicisti del passato che più hanno inciso nella tua formazione.
L.M.: Tutti i pianisti nessuno escluso. Mi piace molto ascoltarli in ogni forma. Iniziando da Jelly "Roll" Morton, tra l'altro per un periodo ho suonato anche Dixieland, Art Tatum, Oscar Peterson - te li dico secondo un ordine cronologico non secondo un mio indice di gradimento - Red Garland, Wynton Kelly, Kenny Drew, Sonny Clark, poi Bill Evans, McCoy Tyner, H. Hancock, C. Corea, Miller, Jarret e per finire Mehldau. Direi che questi sono tutti i pianisti che ho maggiormente studiato e che mi piacciono. All'inizio, come ti accennavo, ascoltavo molto i Weather Report, il cui batterista era Peter Erskine, decisi di acquistare un disco "Bass Desire", dove lui suonava insieme a Marc Johnson, John Scofield, e Bill Frisell, ed un altro disco di John Abercrombie. Nelle liner note si raccontava che le maggiori influenze, che avevano ricevuto, erano il frutto della passione per John Coltrane e Bill Evans. Da qui sono partito a ritroso, cercando di capire chi fossero gli ispiratori di questi musicisti, studiando il loro mood. Posso senz'altro affermare che due dei miei pianisti preferiti sono: Bill Evans e Keith Jarrett. In seguito Bud Powell, che ho studiato molto, ma non agli inizi.

F.G.: Secondo te oggi è ancora possibile creare nuove forme di Jazz, ad esempio come negli anni '40/'50?
L.M.: Ci sono molti esperimenti, ma qualcosa che sia realmente innovativo, in maniera esplosiva, ritengo sia difficile. Credo si possa lavorare molto sull'evoluzione di ciò che è stato fatto. Ti porto un esempio, mi piace molto la musica "cerebrale" di un chitarrista Kurt Rosenwinkel, oltre quella del trio di Brad Mehldau, ma non trovo che sia nuova musica, ma una evoluzione. Studiando i pianisti del passato mi sono accorto di quanto fossero rivoluzionarie già da allora le loro idee. Uno su tutti Lennie Tristano, che prima ho dimenticato di citare. Un pianista ritmicamente molto complesso, con uno stile che sembra attuale. Oggi non esistono molti pianisti che riescono a suonare in maniera così innovativa. In realtà il linguaggio che si parlava allora è lo stesso che musicalmente si parla oggi. E' l'estetica che è diversa, il modo di esprimersi. Ritengo non esistano in generale rivoluzioni radicali, neppure il passaggio dallo Swing – non la musica "commerciale", delle grandi orchestre da ballo, ma quella di Teddy Wilson per intenderci - al Bebop. Non lo definirei uno sconvolgimento, ma uno sviluppo. Per comprendere meglio ciò che intendo si potrebbe provare ad analizzare singolarmente la crescita di ogni strumento, per capire quale significato attribuisco ad evoluzione.

F.G.: Qual è stato il motivo per cui hai scelto di trasferirti a Roma da Cagliari? Com'è stato l'impatto con l'ambiente che hai trovato, è stato difficile?
L.M.: Vivendo in provincia purtroppo esaurisci con estrema velocità gli stimoli. Ho sentito la necessità di dovermi confrontare con altri. In Sardegna avevo praticamente suonato con tutti. Poi c'era mancanza di solisti, ci sono buone ritmiche, ma per andare avanti hai necessità di riscontri. Da qui la decisione di trasferirmi a Roma, nel 1999. Immaginavo di trovare bravi musicisti, ma devo riconoscere non pensavo così tanti! Non che fossi venuto a Roma con chissà quale velleità, o mi sentissi un musicista affermato, avevo solo voglia di suonare. Invece per un anno e mezzo sono rimasto fermo, facendo qualche serata ogni tanto. Di contro, avendo molto tempo a disposizione l'ho occupato studiando. Il motivo della mia inattività era molto semplice; in Sardegna la mia preparazione era al massimo, per una realtà come quella romana era invece il minimo. E' stata molto dura, fortunatamente ero preparato, ma lo scotto di doversi ambientare l'ho sicuramente pagato.

F.G.: Mi descrivi la formazione che più ti da gli giusti stimoli? Avrei piacere mi facessi dei nomi, potrei accontentarmi anche dei soli strumenti!
L.M.: Guarda io sono nato come pianista da trio, non a caso in precedenza ti parlavo di Jarrett e Bill Evans, è la formazione che più mi piace. Ho avuto esperienze anche in duo ed in piano solo, questo è quanto sono riuscito a sviluppare in Sardegna, per quelle carenze che ti dicevo. A Roma ho imparato a suonare anche in quartetto, quintetto, Big Band quindi con formazioni allargate. Devo riconoscere che ogni formazione ha i suoi pregi. Adoro il duo, l'importante è che ci sia un musicista di fiducia, ad esempio con Max Ionata, con il quale ho un feeling assai particolare. Ma gradisco suonare anche in quartetto, in quintetto. Non c'è una formazione che preferisco rispetto ad un'altra, in ognuna hai delle sensazioni particolari, ognuna diversa dall'altra, ognuna con la sua particolarità, le sue emozioni, da ognuna cerchi qualcosa che ti possa dare modo di esprimerti. In tutta onestà non c'è ne è una che sovrasta le altre, "costretto" a scegliere direi il trio ed il piano solo.

F.G.: C'è qualcosa che ti piacerebbe scrivere. Mi spiego meglio: hai mai pensato ad una storia in musica, un'opera. Ed a quando il primo disco da leader?
L.M.: Sinceramente non ho mai pensato di scrivere nulla di più complesso rispetto ad un brano di Jazz. Devo ammettere che mi piacerebbe un giorno scrivere qualcosa di più "imponente", non tanto un'opera, quanto una colonna sonora. E' un'esperienza che vivrei volentieri. Pur componendosi di tanti piccoli brani è comunque un lavoro di grande impegno. Lo considererei un sogno nel cassetto, attualmente non ne sento l'esigenza. Mi sento molto appagato scrivendo per il quintetto, mi piace molto creare arrangiamenti per due fiati. Va bene così, per ora. Per quanto riguarda l'ultima parte della domanda, i brani per il mio primo disco sarebbero pronti, sto solo aspettando il momento giusto per entrare in sala di incisione, mi auguro presto.

F.G.: E qual è il tuo pensiero riguardo a questa ondata di musicisti come: M. Bublè, A. Keys, N. Jones, che riempiono le sale.
L.M.: Tra i nomi che hai citato Norah Jones non mi dispiace. Vuoi sapere se li considero Jazzisti, la risposta è sicuramente no. Anche se quello che fanno è in qualche modo influenzato dalla musica Jazz – chi più chi meno -. Non comprerei sicuramente un loro disco, ma nello stesso tempo non voglio fare come spesso accade, dargli addosso e gridare "all'anticristo". Anzi per certi versi credo possano avvicinare più persone al Jazz. Ad esempio mia sorella ha comprato un disco di Bublè, del quale peraltro va pazza, credo possa essere un mezzo per "educare" l'orecchio. Tanto meglio di molte porcherie che si ascoltano. Ritengo sia inutile demonizzarli, si rischia di diventare "bacchettoni", questa è già una accusa ricorrente che fanno ai musicisti Jazz, pensare solo a questo genere musicale come fosse d'elite. Spesso si etichetta il Jazz come musica "di nicchia", tutto il contrario di quello che è il suo spirito. Questa è la mia idea.

F.G.: Da insegnante, cosa cambieresti nelle scuole dove si insegna musica.
L.M.: Io cambierei la competenza e la preparazione di alcuni insegnanti. Nel senso che spesso accade che chi non riesce a fare il musicista diventa insegnante. L'insegnamento è una cosa diversa. Non credo al musicista che non sa suonare ma insegna benissimo. Per un motivo molto semplice, se non sai suonare quello che riesci a trasmettere è, giocoforza, di cattiva qualità. Mentre se sei un bravo musicista, ma un pessimo insegnante, i tuoi allievi hanno comunque la possibilità di "rubare" osservandoti, il tuo modo di suonare, i tuoi segreti. Dal punto di vista pratico un cattivo musicista rischia di insegnarti cose non propriamente corrette. Credo possa essere questo un problema.

F.G.: Dei numerosi riconoscimenti avuti, qual'è quello di cui vai più fiero?
L.M.:
Il primo è un vero riconoscimento, l'altro invece lo definirei un "quasi riconoscimento". Il primo è il premio "Massimo Urbani", grazie al quale ho ricevuto una spinta che mi ha fatto dire "dai Luca puoi farcela". Ero poi da poco arrivato a Roma, con tutte le difficoltà di cui ti ho accennato in precedenza, - mi è capitato spesso di pensare di non essere adatto come musicista Jazz -. Nonostante mi reputi una persona positiva ed equilibrata, conosco i miei pregi ed i miei limiti. Questo premio mi è sicuramente servito a darmi la forza per andare avanti. Poi il fatto di avermi preso per la selezione finale del premio "Martial Solal", un concorso Mondiale, il fatto di essere arrivato tra i finalisti è stato assai gratificante. E' vero che molti pianisti affermati non partecipano a questo concorso, ma è altresì vero che vi sono comunque buona parte dei pianisti emergenti, ricordo che il secondo fu Luis Perdomo, che ho ascoltato alcune settimane fa suonare con il quartetto di Ravi Coltrane.

F.G.: Come ti immagini tra 20 anni?
L.M.: Spero di avere sempre la stessa voglia di fare che ho ora. Mi auguro più bravo, per questo mi impegno nello studio. Spero più conosciuto. Per il resto sempre uguale, sono contento di come sono, di quello che ho fatto finora. Se la mia vita musicale dovesse fermarsi ora a 36 anni, sarei contento lo stesso avendo dimostrato a me stesso di potercela fare. Anche in considerazione del fatto che la mia attività di musicista è relativamente breve, avendo iniziato a studiare Jazz a 23 anni: 13 anni di Jazz sono nulla. Poi suono il pianoforte, che ritengo uno degli strumenti più complessi. E' ritmico, melodico, armonico, ed è presente in moltissime formazioni. Mi piace seguire tutte queste direzioni, non ho quindi mirato molto a specializzarmi, ad esempio, come pianista di quartetto o altro. E' uno sforzo notevole impegnarmi in formazioni diverse, ma lo faccio volentieri e sempre con estrema gioia.

F.G.: Grazie Luca, direi che può bastare!
L.M.: Grazie a te, è stato un piacere.






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Data pubblicazione: 13/02/2005

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