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Intervista a Rita Marcotulli
ottobre 2006
di Antonio Terzo

È stata a lungo la pianista fissa nel gruppo del compianto Dewey Redman, accompagna spesso Maria Pia De Vito ma di recente ha affiancato anche Pino Daniele, in duo ormai stabile con il chitarrista vietnamita Nguyen Lê ha registrato il commento musicale ad un documentario sul giornalista Tiziano Terzani, è stata grande amica di Michel Petrucciani e ha appena licenziato il suo ultimo cd con Andy Sheppard. Sulla scena musicale da diverso tempo Rita Marcotulli è molto nota tanto in Europa che all'estero, ma resta sempre artista capace di riservare inaspettate sorprese, come in questo suo ultimo album in piano solo, The light side of the moon, in cui la troviamo a cantare una ninna nanna alla figlia. E in questa intervista ce ne rivela il restroscena.

Antonio Terzo: Soffermiamoci subito un po' su "The light of the Moon": perché il piano solo e perché adesso?
Rita Marcotulli: All'origine l'idea è stata del mio produttore, dell'etichetta francese "Haromnia mundi". Dopo l'omaggio a Truffaut prima e Koinè poi, due progetti concepiti più sulla composizione e per grande organico, ho convenuto di riflesso con lui che era arrivato il momento del piano solo. Mi piaceva l'idea, una sfida con me stessa, ritrovarmi da sola ad esprimere le mie sensazioni: per un pittore è la normalità dipingere da soli...e a me piaceva l'idea di diventare pittore.

A.T.: Cosa ha messo dentro questo disco: potrebbe descriverlo, dire cosa ha ispirato i vari brani?
R.M.: Descrivere la musica a parole è difficile è più facile descrivere in musica delle sensazioni. Sicuramente Waves and wind è un chiaro omaggio alle onde, al vento, a questo desiderio di soffermarsi di più a guardare la natura, a guardarsi dentro in questo attuale mondo più concentrato sull'apparenza, sull'arrivismo sfrenato, il potere, un individualismo sempre più accentuato. Sento il bisogno di soffermarmi a ritrovare il giusto valore delle cose, la sincerità dei sentimenti. A questo bisogno di riflessione si ispira The light side of the moon.

A.T.: Come mai ha inserito la versione solo piano di Koinè?
R.M.: Koinè fa parte comunque dello stesso quadro, e poi per me rappresenta un grande, importante momento della mia vita: la nascita di mia figlia.

A.T.: Ha impiegato delle sovra-incisioni?
R.M.: Sì, ho sovrapposto a volte due pianoforti, ma immaginando di suonare un'altro strumento. E spesso degli effetti sulle corde del piano.

A.T.: Nell'ultimo brano, sicuramente una ninna-nanna, la si sente pure cantare: per chi ascolta è indubbiamente una sorpresa, per lei s'è trattato di un'eccezione fatta per Elettra, sua figlia?
R.M.: Direi di sì, mi è piaciuta molto questa esperienza, nata per caso. Elisa in quel periodo stava registrando qui da noi un suo cd, con Pasquale Minieri – mio marito –, e quando era in pausa giocavamo con Elettra e la sua bacchetta magica. Quando Elisa è partita, a notte inoltrata, ci ha lasciato la parte centrale del testo, un saluto poetico ad Elettra... E così ero nel mio studio e ho scritto la prima parte, ho cominciato ad appuntare questa ipotetica canzone cantando sottovoce sul mio registratore. Poi ho chiesto a Pasquale cosa ne pensasse della melodia, e lui ha risposto "Molto carina, ma chi canta?" "Come chi canta...?!! Sorpresa!" E ha voluto registrare.

A.T.: Secondo lei, cosa unisce il jazz nella sua matrice afro-americana al jazz italiano?
R.M.: Parto sempre dal presupposto che tutte le forme d'arte, e specialmente la musica, sono l'espressione di ciò che viviamo, e di dove viviamo. Il jazz era già una contaminazione appena nato, ritmo, swing, elemento afroamericano, in un paese multi culturale. L'armonia però deriva dalla musica classica europea, da strumenti europei, come il contrabbasso ad esempio. Il jazz è un linguaggio che nasce in America, che rappresenta un periodo storico, tanti stili che riflettono anni diversi. Il jazz è anche un modo di vita, un modo di essere, e questo accomuna molto il pensiero di questa musica e dei musicisti. Credo però anche che sia molto importante trovare una propria voce, raccontare la propria storia, non quella di qualcun altro, altrimenti si diventa solo dei grandi interpreti, come gli esecutori di musica classica. Non è poco, perchè non è facile interpretare qualcun altro. Però il jazz non è musica scritta come la musica classica: vale la pena dipingere il quadro di un altro pittore? In pittura non si direbbe mai «Che bel quadro, sembra Picasso». Nel jazz spesso per fare un complimento si dice «Che bravo, sembra Coltrane!!» Io credo che in Italia ci siano molti bravi musicisti che hanno da dire delle cose, non necessariamente nuove ma certamente diverse. E questo è il bello, in musica.

A.T.: Chi pensa siano i jazzisti "americani" che sono stati in grado di esercitare una maggiore influenza nel pianismo italiano, che hanno meglio legato con le caratteristiche della nostra cultura musicale, quelli che per il loro stile hanno trovato terreno fertile nella nostra musica?
R.M.: Ma in effetti anche nei pianisti jazz si può benissimo ritrovare, da qualche parte, la matrice classica. Quando analizzavo Bill Evans, ad esempio, trovavo spesso un chiaro riferimento a Chopin: la disposizione dei voicings l'ho ritrovata in qualche mazurka. Oppure il chiaro riferimento a Bach che c'è in Jarrett, il contrappunto. Quindi c'è sempre questo connubio tra armonia europea e ritmo africano, il ritmo in levare che distingue la musica africana dalla nostra musica classica basata sul battere, questa è una caratteristica. Ad esempio, l'articolazione delle frasi in Jarrett è prettamente classica, mentre in Hancock c'è più un chiaro riferimento al blues, al fraseggio afroamericano, una elettricità del corpo. L'energia è diversa in Hancock e McCoy Tyner, si percepisce una carica più africana, anche se poi c'è una grande ricerca dell'armonia. Ed è bello percepire queste differenze della natura che ci ha creato diversi per arricchirci, per capire e vedere il mondo da punti di vista diversi, ognuno con un proprio colore, ma sempre esseri umani, con gli stessi sentimenti. Mi riferisco a Koinè... Diceva un saggio: «crediamo tutti di essere diversi ed anche in questo siamo uguali».

A.T.: Sembra che le piccole formazioni, sopratutto la combinazione in duo, siano fra le sue preferite, a giudicare dai suoi ultimi tour, quello con il chitarrista Nguyen Lê e quello con Andy Sheppard: è un caso o una scelta precisa, una sua nuova "dimensione" nella musica?
R.M.: Ci sono due fattori: uno è che i miei progetti numerosi, con organici allargati, hanno un costo parecchio maggiore, dal momento che spesso ho musicisti che vengono da tutte le parti del mondo, e quindi il duo è più facile da gestire. Poi suonare in dimensioni diverse comunque per me è sempre una storia nuova.

A.T.: Come descriverebbe l'esperienza con questi due versatili e particolarissimi musicisti? Cosa secondo lei li accomuna fra loro e cosa li accomuna alla sua musica?
R.M.: Diversi, ma poeti. Andy e Nguyen sono perfetti. È come una sorta di innamoramento in musica. I musicisti bravi sono tanti, ma trovare il musicista che parla la tua stessa lingua, che si muove nella tua stessa direzione, non è facile. Con Andy e con Nguyen è successo questo, suoniamo insieme e come per magia le note sono sempre al posto giusto, c'è sempre un dialogo così calibrato, mai una nota di troppo… È questo che cerco in musica, un'atmosfera che crei un'emozione. Il virtuosismo fine a sé stesso comincia ad annoiarmi... È il cuore che deve parlare e la dimostrazione di saper suonare non mi interessa più. Con Andy è in uscita il cd in duo On the edge of a perfect moment il cui titolo penso parli da solo.

A.T.: La sua musica in duo con Nguyen Lê è stata utilizzata a commento del documentario su Tiziano Terzani, il reporter-viaggiatore.
R.M.: Abbiamo registrato la musica del documentario andato in onda qualche mese fa su Tiziano Terzani per la Rai, ed anche in questo caso la musica era uscita già "musica"! C'era qualche cosa scritta prima, ma è tutta musica originale, con molta improvvisazione sulle immagini.

con Maria Pia De VitoA.T.: Con quali musicisti vorrebbe suonare, fra quelli con i quali non lo ha ancora fatto?
R.M.: In jazz un grande che amo è Wayne Shorter. Fuori dal jazz direi Bjork...! Mi ritengo comunque già una grande fortunata.

A.T.: E invece fra gli strumentisti "solisti", di chi le piacerebbe essere sidewoman?
R.M.: Forse mi piacerebbe risuonare con Pat Metheny.

A.T.: Dopo aver condiviso una profonda amicizia con Michel Petrucciani, quale è un ricordo che glielo rende presente, che l'accompagna nel quotidiano?
R.M.: La sua, simpatia, ironia, sopratutto la sua spiritualità e poesia. Il ricordo più ricorrente di lui è quello di serate, anzi nottate intere a parlare di arte, e poi suonate a quattro mani alle 5 di mattina, con i vicini che alla fine bussavano alla porta e la risposta di Michel era "We don't stop anyway!"

A.T.: Supponiamo che squilli il telefono e dall'altra parte del cavo la voce di un grande del jazz internazionale le chiede di andare in tour con lui; lei chiude il telefono e prende a preparare la valigia, senza pensarci su due volte: chi era al telefono?
R.M.: Forse oggi ci penserei comunque un po' se si trattasse di un tour troppo lungo. Nell'89 feci una tournée di 6 mesi con Billy Cobham, o un mese all'anno con Dewey Redman per 15 anni. Ora con Elettra sarebbe impossibile... però, con gli stessi nomi menzionati prima forse partirei senza pensarci due volte.

A.T.: A proposito, lei è stata per lungo tempo "la pianista di Dewey Redman": solo un cenno per descriverne la personalità, secondo quella che è stata la sua esperienza con lui.
R.M.: Dewey è stato per me un maestro, un amico, un cartone animato, un poeta... Tutto questo è racchiuso in una frase che non mi stanco mai di ripetere. Un giorno mi ha detto: «Hey Rita, ieri stavo suonando, ho visto una nota uscire dal sax, cadere sul pavimento e morire... Oh diamine! Ho ucciso una nota!!»

A.T.: Cosa prevede la sua agenda?
R.M.: Sono appena rientrata dalla Sardegna, meraviglia di isola dove ho suonato al festival in piano solo. Ho in programma delle collaborazioni con musicisti di matrice etnica – come Elena Ledda, Mauro Palmas –, una tournée a dicembre in Italia con Andy Sheppard, il 19 dicembre appuntamento a Roma all'Auditorium per la presentazione del nuovo cd. Poi Inghilterra e anche un po' in famiglia, direi. Poi si ricomincia di nuovo, in tournée con Peter Erskine e Palle Danielsson ed infine è in lavorazione un nuovo grosso gruppo, in cui saranno anche Nguyen ed Andy. Ci sarà anche Marilyn Mazur… e non dico altro.

A.T.: A chi farebbe una dedica?
R.M.: La mia dedica è per il mondo intero. La mia speranza è la pace e il benessere per quei bambini (e non solo) che non hanno amore e materie prime per la sopravvivenza: che possano sognare e sperare in un mondo migliore. La speranza che le nuove generazioni possano capire di più e... che gli avidi e gli imbroglioni affamati di potere facciano la fine che si meritano. La vita non è eterna, è solo un viaggio, anzi "una affacciata alla finestra", come diceva Eduardo De Filippo. Parole sante! Non dobbiamo mai dimenticarlo, forse saremmo tutti migliori. La musica è un mezzo per imparare ad ascoltare. Buon ascolto!




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