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Intervista a Tiziana Ghiglioni
di Alceste Ayroldi

Incontriamo la vocalist ligure prima del concerto tenutosi presso l'Hegemonya cafè di Bitonto (Ba) nell'ambito della rassegna Jazz & Laughs, diretta da Emanuele Dimundo.

Tiziana Ghiglioni si è esibita con Ettore Carucci al piano, Giorgio Vendola al contrabbasso e Alessandro Napolitano alla batteria.

La cantante ha eseguito una serie di standard, da Duke Ellington a Thelonius Monk, mettendo in mostra la sua particolare forza espressiva ed il suo carattere deciso: un felice connubio tra atmosfere tese e di ricerca e momenti caratterizzati da un approccio più tradizionale, densi di raffinatezze sonore.

Una particolare menzione spetta al trio che ha accompagnato la Ghiglioni: tutti all'altezza sia nelle fasi armoniche lì dove Carucci è stato un perno fondamentale dalle frasi nitidamente scolpite, sia nelle fasi ritmiche, con Vendola sempre all'altezza anche nelle sue improvvisazioni polistilistiche e Napolitano con invenzioni ritmiche e timbriche mai intrusive.

A.A.: Come nasce la tua passione per il canto? E Come approdi al jazz?
T.G.:
Il canto è stata una cosa naturale, innata. La passione per il jazz, invece, è nata dopo aver ascoltato un concerto di Archie Shepp.

A.A.: Avverti il "peso" di essere un po' la capostipite delle singers italiane?
T.G.: No, me ne vanto (lo afferma ridendo, ndr). Ne sono abbastanza orgogliosa.

A.A.: Come nasce il progetto musicale "So long Flores"?
T.G.:
Allora, anche questa è una cosa abbastanza spontanea. Nel senso che quando è mancato Luca volevo incidere poco dopo, perché gli sono stata vicina, in un periodo antecedente a quello della malattia. E appena è successo il fatto, avrei voluto incidere subito, ma era prematuro, probabilmente. Poi sono passati gli anni e in seguito al libro di Walter Veltroni è nata l' idea di fare seriamente questo lavoro.

A.A.: Da Splasc(h) records a Philology e, nuovamente, alla Splasc(h): perché questa scelta?
T.G.: In realtà io ho iniziato con dischi della Quercia. Poi ho continuato con Soul Note e Black Saint. Poi ho inciso per Splasc(h), Philology, ma mentre incidevo con Philology, ho inciso con Music Disc (Sonic). Però in situazioni in cui non ero sotto contratto. Splasc(h), perché i miei ultimi progetti non hanno un'idea Philology. Come altri artisti, navigo su più di un fronte, non sono neanche bipolare, sono più che bipolare. Canto molto volentieri mainstream, la tradizione, ma credo di essere fondamentalmente amante dell'avanguardia. Se non altro sono amante delle novità, della ricerca. Visto che, a mio avviso, il jazz mainstream, il jazz tradizionale è stato fatto al massimo dei livelli. Non si può ripetere: un jazz come quello di Louis Armstrong, Duke Ellington, Ella Fitzgerald, Monk o Davis non si possono ripetere. Io sento l'esigenza di andare oltre, oltre perché io come loro non potrei fare. Mi sembra anche abbastanza naturale per un artista.

A.A.: A tal proposito: ha ancora un significato la parola jazz…
T.G.: Probabilmente il termine jazz non è mai stato profondamente sviscerato, ma va bene così. In realtà il termine jazz non vuol dire niente e vuol dire tutto, allo stesso tempo. Per fortuna il jazz nasce come musica delle contaminazioni, ha questa fortuna. Ed è questo il motivo per cui, secondo me, è la musica del futuro. Il jazz non si ferma mai, se il jazz si ripetesse, non sarebbe jazz. D'altronde non si può pretendere che una musica che ha cento anni di vita si rinnovi in una maniera così veloce come è accaduto nello scorso secolo!
Il jazz ha avuto un'espansione nello scorso secolo che adesso è un po' difficile da equiparare. E' la musica più veloce che ci sia mai stata. Si consuma nel momento stesso in cui tu la suoni, e poi comunque rimane codificata. Difficilmente può esaurirsi perché respira "l'aria che respiri". Cambia con il tempo che cambia.
Ci sono, ahimè, processi di ripetizione. Esistono i re-be bop, come diceva Steve Lacy. Esistono i re-Davis e i re-Coltrane, ma a me sembrano dei fenomeni più commerciali. Perché oramai esiste anche un jazz di tipo business, anche in Italia, purtroppo. Non ti faccio nomi perché ci sono grandissimi artisti italiani che si stanno riciclando e commercializzando.

A.A.: Col progetto su Tenco sei stata la prima ad avviare un ciclo che poi si è ampliato ed oggi un po' tutti attingono dal repertorio italiano. Come avvenne quella scelta, di chi fu l'idea?
T.G.: Non mia, fu di Piangerelli della Philology. Non l'avrei mai cantato Tenco, perché non lo amo profondamente.

A.A.: Ma hai fatto due dischi...
T.G.:
Mi piace il jazz, mi piacevano molto i musicisti con cui li ho realizzati. Non sono mai stata appassionata della musica di Tenco. Tenco è morto nel 1967, quando io avevo undici anni e ricordo questa figura come tutti quanti. Più per la vicenda triste, resa ancora più lugubre dai giornali e da una certo modo di romanzare le cose. Lo sai meglio di me… Spero che ciò non accada anche con la vicenda di Flores, anche se, purtroppo, sta succedendo. Noi all'epoca, eravamo dei ragazzini più scatenati, non come quelli di ora. Eravamo dei petardi, eravamo più allegri. Certo, quando ho scoperto che Tenco amava il jazz e che suonava anche il sassofono...ma devo dirti, con estrema sincerità, che non mi piace neanche tanto la sua voce. Anche se è un ligure e, quindi, ritrovo delle cose mie nella sua voce, dovute soprattutto alla dizione, all'accento. Ho accettato al volo l'idea di Piangerelli perché erano anni, anche con lo stesso Luca Flores, che si parlava di utilizzare l'idea di rifare le canzoni italiane, così come avevano fatto i jazzisti: cioè avevano utilizzato la canzone popolare riarmonizzandola. Ma ho preferito sicuramente Battisti, perché mi è caro e l'ho scelto perché l'amavo sicuramente di più. Anche se è stata un'operazione più difficoltosa rendere Battisti in chiave jazz, sia per la struttura stessa della musica e sia per una vicinanza alla musica rock. Mentre le strutture di Tenco assomigliano in qualche modo alle strutture delle song quelle di Battisti sono molto complicate, poco vicine al jazz. Forse tutti quanti immaginano il jazz come musica d'improvvisazione, ma il jazz è una delle musiche più quadrate che esistano al mondo: una musica dove se non sei super preciso, non puoi neanche scatenarti nella più fantasiosa delle imprecisioni. Probabilmente ci si può permettere di essere creativi proprio perché prima hai dovuto studiare ed inquadrarti.

A.A.: La tua collaborazione con Paul Bley...
T.G.:
E' stata una delle esperienze più importanti della mia vita artistica. E' stato importante incontrarci. Ci siamo incontrati un paio di volte prima di fare il disco. Poi un paio di volte dopo. E' nell'aria, comunque, una nuova collaborazione. Ci sentiamo piuttosto spesso. Secondo me, al momento, se non il più grande, è uno dei più grandi pianisti viventi di jazz. E' uscito un bellissimo libro su Paul Bley che ha scritto Arrigo Cappelletti, dove spiega nei particolari, con molta intelligenza e sensibilità, la poetica di Bley, che è un genio della tastiera, ma non solo: secondo me è un dei più grandi della musica jazz degli ultimi trenta o quaranta anni.

A.A.: Ha mai pensato di insegnare in modo più sistematico?
T.G.:
Insegno al Conservatorio di Taranto, canto jazz. E' l'unica cattedra d'Italia in cui si insegna canto jazz.

A.A.: Con quale artista vorresti collaborare?
T.G.:
Ce ne sono almeno…un centinaio. Ma sicuramente, in primis, Ornette Coleman. Perché il suo nome è legato al free jazz. Io adoro la parola "free", in tutti i sensi.

A.A.: Da cosa traggono ispirazione le tue liriche?
T.G.:
Da quello che sento, che vedo. In realtà ci sono sempre di mezzo io, ma non parlo mai in prima persona. Sono timida, anche se non si direbbe. Non parlo mai delle cose mie veramente. Difficilmente scrivo in forma corrente. Descrivo più le immagini, perché non mi va di parlare di me. Scrivo anche poesie, le ho sempre scritte, fin da piccola, ma in inglese, perché non volevo che nessuno le leggesse.

A.A.: Qualche nome di giovane singer che ha avuto modo di apprezzare...
T.G.:
Ho delle allieve molto brave. So che ci sono cantanti molto brave. Io non le ho ascoltate attentamente. Non è facile per me: un tempo viaggiavo molto anche per andare a sentire concerti. Ora viaggio di meno, perché lavoro molto, ho una figlia, non è così facile. Però devo dirti la verità, non sono così curiosa. Non sempre ho la curiosità di ascoltare le giovani cantanti. Io ho pochissimi dischi di cantanti. Mi annoio ad ascoltare i dischi delle cantanti, anche di ascoltare i miei. Mi emoziona sentire una voce, ma nei miei dischi c'è tantissima musica. Preferisco la musica. In quasi tutte le mie produzioni c'è più musica che canto. A me piace far parte della musica, forse non m'importa neanche tanto del mio canto, quanto del risultato musicale in toto. Mi piace far parte di quella musica anche se non sto cantando.

A.A.: Se avessi scelto un'altra forma d'arte, quale sarebbe stata congeniale ?
T.G.: Sicuramente scrivere. La forma letteraria? A me piace Joyce, quindi …

A.A.: Ed hai mai pensato ad una tua produzione letteraria?
T.G.: Qualcosa esiste già. Ci sono un paio di libri in giro in cui ci sono delle liriche mie. Sono stati pubblicati da critici e giornalisti di jazz, uno di questi si chiama Guido Michelone, mi ha chiesto un pezzo sul jazz ed io glielo ho dato. Ad una mia personale produzione letteraria non ci ho ancora pensato. Ci avrei pensato se non fosse così di moda in questo momento. Qualsiasi persona scrive in questo momento, ed allora aspetterei verso i settanta/ottanta anni per scrivere qualcosa.

A.A.: Ha dichiarato (Jazz.it) di essere un po' rockettara. In che senso? Hai un trascorso rock che non conosciamo?
T.G.: Io non ho mai detto di essere rockettara! Ho detto solo di amare un certo rock. Essere una rockettara è un termine che piace molto ad un certo tipo di giornalisti, come piace molto dire che io sono dello scorpione come Picasso…

A.A.: Secondo te che rapporto c'è tra musica e poesia?
T.G.: Sicuramente la musica è più immediata della poesia. La musica dovrebbe arrivare prima all'anima o alle sensazioni di chi ascolta. Io preferirei che non ci fosse link tra la musica e la poesia. Nel jazz basta il suono e a volte non ce bisogno della parola. Perciò io non vorrei che ci fosse questo rapporto. I cantanti hanno una marcia in più, che dovrebbero essere le parole. Ma in realtà, mi sono accorta che anche se tu studi e prepari un testo, la gente quello che ascolta o percepisce è il suono.

A.A.: Quali sono i tuoi progetti futuri?
T.G.:
C'è un sacco di roba sul fuoco. La prossima sicura è il progetto che sto preparando con la musica di Mal Waldron e Steve Lacy, con cui ho collaborato per anni. Questo progetto con un grandissimo gruppo che dovrebbe venire in Italia a Maggio, proprio Archie Shepp e company. Ma non lo diciamo….Poi, è in cantiere un disco per Philology, di tutt'altro tipo, probabilmente un tributo ad Ella Fitzgerald con canzoni sia americane che italiane, in duo con un contrabbassista che canta benissimo: Franco Nesti, il contrabbassista con cui lavoro, è fiorentino, è un basso lirico. Faremo un duetto piuttosto easy, ironico.






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Data pubblicazione: 06/03/2005

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