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Jazz e Politica:
Il pubblico del jazz Il pubblico della musica jazz potrebbe essere argomento di un intero saggio, tali e tante sono le considerazioni che si possono estrapolare analizzando le varie fasce di persone che vi si sono avvicinate nel corso della sua storia.
Il pubblico del jazz è cambiato costantemente nel corso della sua vicenda:
come del resto è cambiata rapidamente la musica. Non solo: il pubblico è anche una
fonte di conoscenza importante; spesso troveremo una categoria particolare di persone,
quella degli "appassionati", che ha condotto ricerche, studi, dibattiti,
prodotto materiali in modo disinteressato. Un esempio emblematico:
Il pubblico è fonte anche in un altro senso. Tutti gli autori "politicamente impegnati" si sono serviti del pubblico come termine di paragone per giudicare il grado di compromissione commerciale della musica. Come entra il jazz nel meccanismo del consumo e della cultura di massa? Questo è uno dei nodi interpretativi del Novecento ed il jazz - assieme alle altre esperienze artistiche - naviga in questo mare. LeRoi Jones, che vedeva la borghesia di colore come un esempio di mollezza e di sottomissione nei confronti dell'America bianca, scriveva che questa classe ripudiava il blues non attribuendovi valore, mentre ascoltava lo Swing delle grandi orchestre bianche, in cui si riconosceva. Generalizzazioni del genere sono pericolose: lo Swing era una musica commerciale e di massa e ideologicamente era in linea con il pensiero dell'America degli anni Trenta e Quaranta. Però non si può negare che anche il proletariato nero la ascoltasse. Certamente il pubblico nero, rurale o di recente inurbamento, "proletario" seguiva ancora il blues che continuava ad essere voce della loro società; ma era nel contempo attratto dallo swing ed anche da quello bianco. Ecco la testimonianza di un giovane ragazzo nero di provincia: Malcom Little, meglio conosciuto più tardi come Malcom X (Omaha, Nebraska, 19 maggio 1925 - New York City, New York, 21 febbraio 1965): "I jukebox diffondevano a tutto volume le musiche di Erskine Hawkins, Duke Ellington, Cootie Williams e tanti altri. Le orchestre più grandi, come queste, suonavano al Roseland State Ballroom sulla Massachussets Avenue di Boston, una sera per i negri e la sera dopo per i bianchi". [1] Il
giovane Malcom, che non aveva ancora intrapreso il cammino di crescita, era, come
tutti i suoi coetanei, affascinato dalle grandi orchestre swing, e subiva il richiamo
delle scorciatoie per dimenticare la propria condizione: "anch'egli scoprì quelle
affascinanti soluzioni che erano offerte ai neri per evadere dal lavoro di fabbrica
o dalla miseria della disoccupazione: il ballo, l'alcool, la droga, il furto e il
gioco oltre l'illusione di essere quasi bianco grazie alla stiratura chimica delle
criniere nere".[2]
Lo Swing faceva parte della vita dei giovani neri del ghetto come dei borghesi "zio Tom". In Europa lo Swing era recepito dai giovani della buona borghesia che vi vedevano qualcosa di radicalmente nuovo rispetto alla cultura grigia e accademica del vecchio continente. Anche qui però non è possibile generalizzare: per molti il jazz non era altro che un sottofondo per ballare fresco e giovane che aveva sostituito i valzer o le varie musiche popolari. Il jive, che ancora oggi è uno dei numeri tipici dei ballerini, è una figura di danza che si esegue su uno Swing veloce. Per altri, i cosiddetti appassionati, il jazz diventa una ragione di vita; tanto che molti di essi continuarono a suonarlo nonostante i divieti di regime imposti da fascismo, nazismo e comunismo. In Europa sorgono dei jazz club, veri e propri circoli per iniziati, in cui i musicisti dilettanti e gli appassionati ascoltano e si entusiasmano sui primi e rari vinili disponibili. Si potrebbe azzardare una ipotesi: che in Europa il jazz non sia mai divenuto una musica di massa ma in un modo o nell'altro sia rimasto una musica d'élite; più o meno allargata a seconda del periodo storico esaminato. Invece non ci sono dubbi sul carattere elitario che assume il pubblico di jazz dopo la seconda guerra mondiale con l'avvento del bebop. I tradizionalisti, amanti dello Swing o del "revival" dello stile "New Orleans" resistettero alcuni anni e poi dovettero cedere il passo ai "Moderni". Uno scontro di fedi, uno scisma, per usare una terminologia alla Gary Giddins, come nel jazz se ne sono visti diversi. Nel momento in cui la musica
cambia, diventa difficile, richiede uno sforzo di ascolto e comprensioni maggiori,
il pubblico cambia repentinamente, sia in America che in Europa.. Gli esistenzialisti
francesi che amano il jazz non sono poi così distanti dai poeti e dagli scrittori
della Beat Generation. Parigi è la capitale europea del jazz; qui trovano
rifugio molti musicisti di colore in fuga dall'America razzista, che non considera
il jazz un'arte, cosa che avviene nei clubs della capitale francese, dove giovani
intellettuali e artisti sono affascinati dalla musica afroamericana. Boris Vian,
Sartre, Simone De Beauvoir, Juliette Gréco,[3]
frequentano i locali dove si suona jazz: testimonianze di questo interesse sono
in molte opere letterarie del periodo.
Leggiamo direttamente
Hobsbawm: "La loro protesta ha anche un senso politico, in quanto è gente
che rifiuta in blocco l'American way of life, senza peraltro sostituirle niente
oltre la musica, la filosofia esistenzialista d'avanguardia, oltre a un certo anarchismo
personale".[5]
Lo storico inglese parla della generazione di appassionati degli anni Trenta, ma
gli stessi scrittori della beat generation,
In quegli anni dire in Italia che il jazz non è musica di consumo, ma la "nobile espressione di un intero popolo" era pacifico, mentre non lo era affatto per Leroi Jones in America [7]. Parlare invece di jazz rivoluzionario era una pratica malvista in entrambi i continenti. Non a caso i nomi dei critici che circolano quando si tratta di jazz politico sono in numero limitato. Crediamo si possa affermare che il serbatoio sociale per la critica jazz è la middle class borghese, senza voler caricare questo significato di una accezione negativa. Pochi tra i critici borghesi sono stati vicini alle forme più acute di jazz politico. Il pubblico del jazz dagli anni Quaranta è soprattutto frequentatore di clubs, dove si tengono concerti e jam sessions. Recentemente una tesi ha affrontato il pubblico dei locali che suonano jazz con un approccio sociologico al tema, circoscrivendo la ricerca alla città di Roma e potendo così scandagliare l'argomento in profondità [8], con la somministrazione di test agli avventori, e indagare specialmente gli aspetti grazie ai quali il pubblico influenza direttamente la performance. Il jazz del nuovo millennio vede aggiungersi il pubblico della "sala da concerto" a quello dei clubs, anche se sembra aver smarrito definitivamente le strade dell'impegno sociale e contemporaneamente perdura la crisi di ispirazione. Il già citato Gary Giddins, forse il più influente critico contemporaneo, si pone molti interrogativi sul futuro della musica jazz. Sta diventando una musica di statue di marmo? E' ormai un genere pronto per essere ingessato nell'Accademia o nei finanziamenti pubblici delle rassegne estive sponsorizzate? Un segnale che questo sta capitando è dato dal restringimento della storia del jazz alle sue figure centrali, canonizzate dalle edizioni economiche che raccolgono i the best of, più venduti. E' la storia del jazz che può essere ridotta ad uno scaffale porta cd. Questo va a discapito dei minori, quelle figure che per i motivi più vari non sono assurte al ruolo di stelle. Curiosamente Giddins porta ad esempio lo stesso Frank Newton caro ad Hobsbawm [9]. Per lo studioso americano la situazione non è ancora così rigida. Tra le molte visioni che si possono avere del jazz un punto fermo deve essere considerato la libertà di espressione, che si annida nel poter fare cose diverse, non finanziate dallo stato e snobbate dal mercato discografico, magari consegnandosi alla marginalità economica pur di far salva la creatività. Vedremo se il nuovo millennio si muoverà lungo questa linea ottimistica o darà ragione alle Cassandre. [1] Malcom X, Autobiografia, a cura di R. Giammanco, Torino: Einaudi,
1967, pp. 42-43. [2] Carles e Comolli, op. cit. pag.183. [3] Simone de Beauvoir nella sua autobiografia spesso parla di jazz: si veda
ad es. "La forza delle cose", Torino: Einaudi, 1978.
pagg. 64, 159, 508, 548. Il rapporto tra jazz ed esistenzialismo è una ulteriore
testimonianza che di questa musica si interessano intellettuali anti borghesi. Ecco
un passo in cui il jazz viene utilizzato per screditare Sartre e la sua filosofia.
Racconta De Beauvoir: "Sartre che amava la gioventù e il jazz, era seccato di ciò
che si diceva degli esistenzialisti. Vagabondare, ballare, ascoltare Vian che suonava
la tromba, che male c'era? Eppure era di loro che si servivano per screditarlo.
Che fiducia si poteva riporre in un filosofo che spingeva alla dissolutezza?" Boris
Vian, di professione ingegnere, aveva lasciato il lavoro per dedicarsi alle sue
brucianti passioni: jazz e letteratura. "…Per uno che ami a fondo l'ambiente del
jazz, frequentarlo significa rendersi liberi e non legarsi ad orari di lavoro."
(G.A.Cibotto, introduzione a Non vorrei Crepare, Roma: Newton Compton,
1993, di Vian, trombettista, scittore e critico, che
scrisse numerosi articoli sulle riviste specializzate (raccolti in Chroniques de
jazz,1967 e ora anche tradotti in italiano) e suonò
nei clubs parigini. Sartre ha parlato di jazz con acume e in modo scevro da luoghi
comuni. Ne "La Nausea", ed. Mondadori, 1965, pp. 38-39.
[4] Nella sua autobiografia Mezzrow mostra di essere ossessionato dal colore
della pelle: lui che era appartenente ad una famiglia benestante della borghesia
ebrea sceglie di vivere nel ghetto per stare vicino ai neri, sposa una donna nera,
diventa uno spacciatore e finisce anche in carcere dove naturalmente suona la nella
banda jazz. Non è solo più ammirazione per lo spiccato senso del ritmo o del blues
e neanche anticonformismo estremo: la sua considerazione nei confronti dei musicisti
jazz come Sidney Bechet rasenta l'idolatria. Milton Mezzrow, Bernard Wolfe Ecco
i blues, Milano: Longanesi, 1973. [5] Eric j. Hobsbawm, op.cit. pag.358. [6] Eric J. Hobsbawm, op. cit. pagg. 373-4. [7] R.P. Jones, Jazz, Firenze, Vallecchi, 1973,
p.4. [8] Andrea
Veneziani, Swingin' in Rome, dinamiche comunicative nei locali jazz di Roma,
tesi di Laurea della Facoltà di Sociologia dell'Università La Sapienza di Roma,
anno accademico 2001-2002,
docente relatore Prof. Federico Del Sordo. [9] Gary Giddins, Visions of jazz, New York, Oxford University Press,
1998, pp. 3-10.
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