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Il Jazz a Torino
Cavernicoli e Modernicoli
L'entusiasmo per la possibilità di esprimersi comunque, e malgrado i rammentati anatemi, uscendo allo scoperto, per i pionieri del jazz torinesi fu la molla che fece scattare meccanismi inimmaginati. Le raccolte dei graffiti dell'epoca rammentano le prime jam session trasmesse da Radio Torino con accesso "riservato ai soli soci in regola con le quote associative del primo semestre 1946" (!) Gli anni passarono veloci e il jazz primigenio, quello che faceva battere il piede per seguire meglio il ritmo delle musiche che si ascoltavano, vide arrivare i primi dischi di una strana, rivoluzionaria musica che allora veniva definita
Rebop, prima di cambiare via via nome in Bebop e infine più semplicemente
Bop.
Fra questi ultimi spiccava la presenza di un giovane pianista che poi sarebbe diventato notissimo con il suo vero nome, Piero, ma che allora si faceva chiamare Peter Angela, il quale comunque non rinnegava il passato, da quello di Sydney Bechet a quello di Coleman Hawkins. La sua penna pungente però gli fece scrivere: "È interessante osservare come si possano trovare, nel campo jazzistico, quattro specie di individui: i veri artisti, quelli cioè che "sentono" e "sanno parlare", i "muti", quelli cioè che sentono ma che non sanno esprimersi, i "sordi", cioè una gran parte dei musicisti, ed infine i "sordomuti", cioè il pubblico" (…) Stavano maturando però tempi di vacche magre. Un'indagine effettuata nel '49 evidenziò che, su 146 ore di trasmissione della Rai in una settimana, trentasette erano state dedicate alla musica classica, trentacinque a quella leggera e "ben" trenta minuti al jazz! Sì, qualche grosso nome del jazz arrivava in Italia, e le tournée toccavano in genere anche Torino: Armstrong, Ellington, Benny Goodman potevano essere ascoltati (e visti!) dal vivo, ma gli stessi Hot Club videro diminuire nei loro confronti gli entusiasti interessi dell'immediato dopoguerra. Non poca responsabilità dovette essere attribuita alle contrapposte concezioni politiche, e lo stesso Massimo Mila venne costretto a prendere la penna per smentire un suo disaccordo con l'organo del partito comunista, "L'Unità", sulle sue valutazioni del jazz. Certo è che il modo di vivere il jazz stava per assumere altre caratteristiche. Anche a Torino.
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