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Il Jazz a Torino
Fine della carboneria Il fatto è, però, che di "inizi" non ce ne furono pochi nel microcosmo jazzistico torinese. Dalla leggendaria Taverna Sobrero al Circolo dei Macellai nel Parco Michelotti, sedi e assetti societari mutarono assai sovente, come ricordò con bonario sarcasmo uno dei veterani, quel Silvio Vernoni che era stato presente ai concerti di Armstrong nel gennaio del '35 al Teatro Chiarella: "… eh, già. Gli Hot Club venivano fondati e, poco dopo, regolarmente 'sfondati'…". E non aveva riconosciuto lo stesso Germonio, deus ex machina di mille iniziative, che "… gli Hot Club sono come l'Araba Fenice e continuano e risorgere dalle proprie ceneri. Proprio così!"Il fatto si è che, con il trascorrere degli anni, la funzione aggregatrice degli Hot Club si stava dissolvendo via via. Il ritrovarsi per ascoltare assieme l'ultimo disco arrivato chissà da dove, quasi da novelli carbonari, non aveva più ragione d'essere perché i dischi Extended Play (i dischi a 45 giri del diametro di 17 centimetri contenenti "ben" quattro pezzi) prima, e Long Playing subito dopo (inizialmente del diametro di 25 centimetri, poi addirittura di 30) erano sempre più disponibili e i negozi specializzati abbondavano nella scelta. C'era, è vero, chi continuava ad amare i vecchi 78 giri, ed è ancora un ricordo d'allora la svendita messa in atto dal negozio di Soresi, in Piazza Carlo Felice accanto a Caudano, che vide decine di appassionati torinesi strapparsi dalle mani l'un l'altro i dischi in liquidazione: gli Odeon Swing Series, i Parlophone, i Columbia, e persino i leggendari Sonovox, tre dischi raccolti in cofanetto realizzati dall'Hot Club Torino nel '46 con Germonio alla fisarmonica e, fra gli altri, "Nando" Buscaglione al contrabbasso… I dischi si potevano tranquillamente ascoltare in casa: il "radiogrammofono", voluminoso e imponente, si era diffuso impetuosamente e il motivo di ritrovarsi in un locale, spesso poco accogliente, calavano via via con il trascorrere degli anni. C'erano comunque, e come no, gli appassionati che non si accontentavano di ascoltare il jazz ma che lo volevano suonare – magari con più entusiasmo che vera predisposizione – e i sodalizi per loro avevano un significato insostituibile, tale da indurre il solito Germonio ed i soliti quattro volenterosi gatti a mettere in cantiere addirittura un vero festival al Teatro Alfieri, con un programma che si distese fino alle due di notte per proseguire poi nella sede del momento, il circolo Bruno Buozzi di Via Santa Maria, sino alle luci dell'alba. Protagoniste le più rappresentative orchestre italiane, dalla Swing Band Torinese diretta da Germonio (19 elementi!) al pianista di ragtime Ettore Zeppegno (tuttora in vivace attività), dal quartetto del romano Nunzio Rotondo con i torinesi Piero Angela e Franco Mondini, al Dixieland della Milan College, della Original Lambro, della Junior Dixieland e via raccontando, e che Arrigo Polillo, in una encomiastica recensione su "Musica Jazz" così commentò: "Diciamo dunque che ha vinto l'Hot Club Torino, che ci ha regalato un festival imponente e una ospitalità da Belle Epoque". Tenendo conto che, nel microcosmo jazzistico italiano, fra Milano e Torino continuava a non correre buon sangue e che anzi non mancavano le punzecchiature, il fatto rimase da ricordare…
O l'immagine, che fa oggi sorridere, scattata sul muro del campo sportivo parrocchiale di Asti un paio d'anni dopo quando, a seguito di una disfida calcistica fra melomani e jazzofili locali (vinta da questi ultimi a mani basse), comparve a lettere giganti la scritta "VIVA IL JAZZ ABBASSO LA LIRICA". La foto, anch'essa pubblicata da "Musica Jazz", riportava la didascalia: "La foto si potrebbe commentare
'Il Jazz in italia'…". I musicisti, comunque, continuarono a ritrovarsi suonando, utilizzando persino l'ospitalità della Cucina Malati Poveri in Corso Palestro come sala prove serale, e trovando addirittura una ninfa egeria nella cantante, ricchissima di swing istintivo, Marity Bramoso, eternata in un'altra foto con l'onnipresente Germonio alla fisa ed il controcanto di Alberto Tapparo, allora scattante batterista dei Dixie Stompers e poi alto dirigente RAI dopo la sua partenza per Roma. I segretari dell'Hot Club, intanto, si avvicendavano: Marco Fais a sostituire Riccardo Gilli, Alec Cameron Curry a subentrare a Santi Damilano e via raccontando, comprendendo nel ricordo il cambio del nome del sodalizio in "Circolo Torinese del Jazz". Stavano maturando i tempi in cui non il solo "Hot" era considerato il Verbo, e appassionati e suonatori ascoltavano con sempre maggiore attenzione ciò che taccontavano i Boppers di là (ma anche di qua, ormai…) dell'Atlantico. E se il Teatro Alfieri aveva accolto nel '54 il Sydney Bechet divenuto celeberrimo in Francia con il leggendario Petit Fleur, il Circolo metteva in cantiere un concertone nel cui cartellone spiccava il nome di Mario Rusca, il cui stile venne definito "moderno e avanguardistico con capostipiti come Bud Powell", o quello dell'allora giovanissimo Sergio Fanni, che il recensore collocò stilisticamente nell'universo gillespiano ma capace di ricordare anche "le morbidezze di Miles Davis e Chet Baker…". Si arrivò persino, dopo una memorabile jam session con Nando Buscaglione al violino (!), ad un altro concertone addirittura teletrasmesso, ancora con Rusca e Rotondo e Zeppegno, ma con partecipanti d'oltralpe come Fatty George con la sua orchestra, l'austriaco Oscar Klein con il polacco Karl Drewo ed il cantante afroamericano Al "Fats" Edward, allora notissimo come "Blues shouter". L'epoca del vivere da carbonari stava insomma lasciando il passo ad iniziative pubbliche che raccoglievano via via sempre maggiori successi.
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