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Il Jazz a Torino
di Gian Carlo Roncaglia

Il Circolo Torinese del Jazz e la nascita dello Swing Club

Il sestetto di Gerry Mulligan al Teatro Nuovo di Torino Nel settembre del 1956 il jazz torinese dimostrò la sua intatta vitalità nella nuova sede del Sangip Club, ospitato dall'istituto scolastico San Giuseppe in Via San Francesco da Paola (e soprannominato dai suoi vecchi studenti appunto Sangìp) abbandonando però il glorioso nome di "Hot Club" che ricordava troppo le origini legate al jazz più arcaico ("Hot", come veniva definito) per assumere quello di "Circolo Torinese del Jazz". Una definizione che apriva – anche se a malincuore per i più anziani appassionati – alle forme più attuali della musica afroamericana, dal Bop parkeriano al raffinato Cool degli innovatori come Lennie Tristano o Lee Konitz, o addirittura quel "West Coast Jazz" di Gerry Mulligan, le cui caratteristiche furono valutate per la prima volta al mondo da un critico italiano, il compianto Arrigo Polillo, che gli diede il nome di "Jazz californiano", come verrà poi definito da tutti. E jazz californiano verace era stato quello offerto a piene mani, al Teatro Alfieri, proprio da Gerry Mulligan in un concerto per il quale erano arrivati da Milano, secondo quanto scrisse Polillo su "Musica Jazz" almeno duecento appassionati, "… e non erano pochi quelli arrivati facendo un viaggio ancora più lungo". Era una domenica di primavera e si dovette attendere l'autunno per il maxi-concerto con protagonisti come Henghel Gualdi e il modernissimo solismo di Sergio Fanni alla tromba, il pianismo "trad" di Ettore Zeppegno (non ancora trasferito a Roma) e il bluesman nero Al Tanner e, infine, il sempre più aggressivo "Jazz at the Kansas City" e il trio del diciannovenne Mario Rusca.

Valdambrini e Basso nel 1959Si dovette attendere l'anno successivo per il concertone internazionale al Teatro Alfieri, dove –addirittura!- MammaRaiTv effettuò una delle sue rarissime riprese televisive di un concerto jazz. C'era l'orchestra del clarinettista Fatty George; c'erano le più famose band tradizionali italiane, compresa la bolognese Panigal Jazz Band, il cui curioso nome era un "pedaggio" all'omonima fabbrica di saponi felsinea, che ospitava gratuitamente l'orchestra nei propri locali per le prove. Con le band tradizionali fece il suo debutto torinese il quintetto dell'astigiano Gianno Basso e del torinesissimo (originario di Caluso) Oscar Valdambrini, allora agli inizi della strada che li avrebbe portati alla celebrità mondiale. E c'erano altri ancora che sarebbe pleonastico elencare.

Poi, fiore all'occhiello del Circolo torinese, gli unici due concerti italiani di Harry James, che obbligarono Polillo a venire a Torino dalla capitale meneghina per assistere all'esibizione del grande trombettista. "Per quanto possa sembrare incredibile, è la prima orchestra swing che sia mai giunta in Italia" fu il commento di Polillo, stupito che fosse stata Torino, e non la sua diletta Milano, a programmare tanto. 1957: Harry James e Muddy Rich al loro arrivo alla Stazione Centrale di Milano Ma tanto fu, e la soddisfazione dei torinesi non fu davvero poca: ventidue anni prima era arrivato a Torino, per i suoi due soli concerti in Italia, Louis Armstrong con la sua tromba. Adesso, anch'egli con la sua tromba, era arrivato un bianco, e di nuovo per i suoi unici due concerti in Italia. Per la verità, James a Milano c'era stato, arrivando da Zurigo, e alla Stazione Centrale era stato fotografato assieme al fido batterista Buddy Rich: ma era Torino la sua destinazione, e Torino lo ospitò con entusiasmo evidente. Né ci si accontentò di fare jazz nella capitale piemontese, perché nel '61 vi fu il festival organizzato dai torinesi nella valdostana Saint Vincent, con la partecipazione di non pochi grandi nomi del jazz italiano.

Ma ci furono anche le storiche incisioni realizzate dalla torinese Cetra con l'etichetta "Jazz in Italy" e che ebbe protagonisti, nel primo 45 EP (Extended Play) della serie, il trombonista torinese Dino Piano (co-vincitore, assieme al già celeberrimo Gil Cuppini, della prima Coppa del Jazz radiofonica) e il giovane ma apprezzatissimo batterista Franco Mondini. L'elenco dei jazzmen torinese protagonisti dell'avventura è nutrito: il pianista Maurizio Lama, prematuramente scomparso in un incidente sull'autostrada Torino-Milano, Sergio Fanni, Oscar Valdambrini e persino Fatima Robins, moglie di Fred Buscaglione, con gli Asternovas, il complesso di Fred, in celebri tunes jazzistici come
Ain't Misbehavin' o The Lady Is a Tramp. Arrivò persino, "catturato" da Franco Mondini e portato a Torino in un leggendario viaggio da Milano con la fida Cinquecento, il già notissimo Phil Wood, oltre al sassofonista belga Jacques Pelzer.

Erano ormai arrivati i tempi in cui gli esponenti del jazz più avanzato la facevano da padroni nelle classifiche della statunitense "Down Beat": Miles Davis e Dizzy Gillespie superavano di gran lunga Armstrong per la tromba; J. J. Johnson per il trombone, "Cannonball" Adderley per il sax alto, John Coltrane e Sonny Rollins per il sax tenore surclassavano personaggi storici come Coleman Hawkins. Lo stesso valeva per Gerry Mulligan per il sax baritono, Jimmy Giuffré per il clarinetto, Thelonious Monk per il piano, e così via fino a Max Roach e Art Blakey, alla pari per la batteria, John Coltrane ed Eric Dolphy per strumenti vari. Solo Duke Ellington conservava il suo scettro, sia come bandleader sia come compositore e arrangiatore.

I tempi erano davvero mutati, a neppure vent'anni dalla fine della guerra. Persino i concerti dell'Unione Musicale presso il Conservatorio "Giuseppe Verdi" di Piazza Bodoni misero in cartellone una performance del pianista Friedrich Gulda, un solista classico di fama internazionale. Solo che Gulda, nel secondo tempo del concerto, abbandonò l'atmosfera del primo aggredendo la tastiera con temi jazzistici che gli erano personalmente altrettanto cari. Ma il pubblico, dopo alcuni minuti di sussurrato stupore, abbandonò quasi totalmente la sala: e che, un tempio della musica classica non poteva essere profanato in tal modo! Così, per anni, nelle programmazioni dei sodalizi "classici" anche il minimo accenno al jazz sparì, e per qualche tempo anche le iniziative di solo jazz tacquero: Gigi Cavicchioli e Nunzio Rotondo le virulente dispute provocate dal progressivo dilagare del Free Jazz, con le sue caratteristiche di rottura brutale con il passato, indussero ogni organizzatore a ripensamenti radicali, più che a perplessità. Iniziò però, alla fine degli anni Sessanta, l'intervento dell'Ente pubblico a sostegno delle iniziative jazzistiche. La prima occasione fu offerta dall'organizzazione di cinque serate nel Salone delle Conferenze della Galleria d'Arte Moderna in Corso Galileo Ferraris, nelle quali fare il quadro aggiornato delle espressioni jazzistiche nelle varie epoche con l'intervento di musicisti di notevole valore. Poi fu la volta dei "Lunedì del Teatro Stabile", con Enrico Rava e la Detroit Free Orchestra. Con Rava presente, anche lo storico Teatro Carignano e il Teatro Alfieri hanno riaperto le sale anche a uno storico concerto di Stan Getz, mentre ancora al Carignano ebbe vita il "Concerto per Lama" organizzato, anche col sostegno finanziario del Comune, per onorare la memoria di Maurizio: fra i protagonisti Phil Woods e la European Rhythm Machine, Rava, Mancini, Mondini, Franco Cerri ed Enrico Intra. La Torino bogianèn si era svegliata, aveva "bogiato", si era mossa, e intendeva continuare a "bogiare", insomma. E stava per dimostrare ancora un volta che, volendo, si potevano fare le cose sul serio.
 
Mutuando l'idea da alcuni locali di Parigi, per iniziativa di Sergio Farinelli –il pioniere che con Siccardi e Mazzanti era stato l'anima del "Jazz at the Kansas City"- e di un'inimitabile donna dal coraggio senza pari, la leggendaria Nini Questa, in una cantina di Via Botero, a due passi da Piazza Solferino, il 23 ottobre 1969 aprì i battenti la prima Cave jazzistica italiana: lo Swing Club. Era già aperto da qualche anno, il locale, ma non con un indirizzo esclusivamente jazzistico come si proponeva la nuova gestione, che intendeva infatti programmare jazz sette sere la settimana. L'apertura fu appannaggio di Franco Mondini con Gianni Negro al pianoforte, mentre come guest star era stato fatto arrivare da Parigi il sassofonista francese Guy Lafitte, onusto del Grand Prix de l'Académie du Jazz francese e già compagno di Ellington e Armstrong. Poi sarebbero arrivati i grandi nomi del jazz mondiale, giù per la traballante scaletta dello "Swing", come tutti di lì innanzi l'avrebbero chiamato.

5. Fine della carboneria

7. I grandi concerti allo "Swing"







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Data ultima modifica: 05/01/2008

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